11 Novembre
Martino di Tours
Il Vangelo è come il mantello di san Martino: offre riparo, dona dignità ed è destinato a essere condiviso, ad accogliere gli ultimi. È questa l’immagine più cara alla tradizione del santo vescovo di Tours vissuto nel IV secolo. Nato nel 316 o 317 in Pannonia (oggi Ungheria) era figlio di un militare romano e venne cresciuto nella fede cristiana ma non fu battezzato. A quest’epoca risalirebbe l’episodio più “famoso”: incontrato un mendicante sulla via, divise il suo mantello con la spada e glielo donò per difendersi dal freddo. Prestò servizio in Gallia e fu qui che ricevette il Battesimo dopo aver abbandonato la vita da soldato. Nel 356 raggiunse a Poitiers il vescovo Ilario, che lo ordinò prete. Nel 371 divenne vescovo di Tours, impegnandosi nell’evangelizzazione delle campagne. Morì a Candes nel 397.
Altri santi. San Menna del Sannio, eremita (VI sec.); san Bartolomeo il Giovane, abate (980-1055).
Matteo Liut
Avvenire
San Martino, vescovo di Tours
Il gesto. Pochi personaggi possono veder riassunta la loro storia in una singola azione, così potente da rimanere indelebile e così profonda da condensare una vita. San Martino appartiene alla speciale categoria. Il suo celebre mantello è l’antonomasia dell’uomo che nasce nel 316 (o 317) nella periferia del tardo Impero romano – in Pannonia, oggi Ungheria – figlio di un tribuno militare. Martino cresce a Pavia perché al padre, veterano dell’esercito, è stato donato un terreno in quella città. I genitori sono pagani, ma il ragazzino è incuriosito dal cristianesimo e già a 12 anni vorrebbe farsi asceta e ritirarsi nel deserto. Un editto imperiale arriva a frapporre la divisa e una spada al sogno della preghiera in solitudine. Martino deve arruolarsi e finisce acquartierato in Gallia.
A metà con Gesù povero
Il gesto avviene attorno al 335. Come membro della guardia imperiale, il giovane soldato è comandato spesso per le ronde notturne. Ed è in una di queste, siamo d’inverno, che si imbatte a cavallo in un mendicante seminudo. Martino ne ha compassione, si sfila il mantello, lo taglia in due e ne regala una metà al povero. La notte seguente gli appare in sogno Gesù con indosso la parte di mantello che dice agli angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato: egli mi ha vestito”. Il sogno impressiona molto il giovane soldato, che alla festa di Pasqua successiva viene battezzato. Per una ventina d’anni continua a servire nell’esercito di Roma, testimone della fede in un ambiente tanto lontano dai suoi sogni di adolescente. Ma per lui, c’è ancora una lunga vita che deve essere vissuta.
Dal cenobio alla porpora
Appena possibile, si congeda dall’esercito e va a incontrare a Poitiers il vescovo Ilario, fermo avversario dell’eresia ariana. Questa posizione costa l’esilio a Ilario (l’imperatore Costanzo II era un seguace di Ario) e Martino, che nel frattempo si era recato dai suoi in Pannonia, saputa la notizia si ritira in un eremo vicino Milano. Rientrato il vescovo dall’esilio, Martino torna a trovarlo e ottiene l’autorizzazione a fondare un monastero nei pressi di Tours. Capanne e vita austera, l’ex soldato che aveva rivestito Cristo povero diventa povero lui stesso come aveva desiderato. Prega e annuncia la fede, girando per la Francia dove in molti imparano a conoscerlo. La popolarità si trasforma in una nomina a vescovo di Tours nel 371. Martino accetta ma col suo stile. Rifiuta di vivere da principe perché la gente in miseria, i detenuti, i malati continuino a trovare casa sotto il suo mantello. Vive a ridosso delle mura cittadine, nel monastero di Marmoutier, il più antico della Francia. Decine di monaci lo affiancano e molti fra loro sono di ceto nobile.
Un vero cavaliere
Nel 397, a Candate (Candes-Saint-Martin), l’ormai 80.enne vescovo parte per ricomporre uno scisma sorto nel clero locale. Riporta la pace in virtù del suo carisma ma prima di ripartire viene assalito da febbri violente. Muore disteso sulla nuda terra – per sua volontà – e una grande folla assiste alle esequie di un uomo amatissimo, generoso e solidale come i veri cavalieri.
Dalle «Lettere» di Sulpicio Severo
Martino povero e umile
Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Avvertì quindi i fratelli che ben presto avrebbe cessato di vivere. Nel frattempo un caso di particolare gravità lo chiamò a visitare la diocesi di Candes. I chierici di quella chiesa non andavano d’accordo tra loro e Martino, ben sapendo che ben poco gli restava da vivere, desiderando di ristabilire la pace, non ricusò di mettersi in viaggio per una così nobile causa. Pensava infatti che se fosse riuscito a rimettere l’armonia in quella chiesa avrebbe degnamente coronato la sua vita tutta orientata sulla via del bene. Si trattenne quindi per qualche tempo in quel villaggio o chiesa dove si era recato finché la pace non fu ristabilita. Ma quando già pensava di far ritorno al monastero, sentì improvvisamente che le forze del corpo, lo abbandonavano. Chiamati perciò a sé i fratelli, li avvertì della morte ormai imminente. Tutti si rattristarono allora grandemente, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano:
«Perché, o Padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo? Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? Sappiamo bene che tu desideri di essere con cristo; ma il tuo premio é al sicuro. Se sarà rimandato non diminuirà. Muoviti piuttosto a compassione di coloro che lasci quaggiù».
Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si muoveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, così parlò dinanzi a quelli che piangevano: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà.
O uomo grande oltre ogni dire, invito nella fatica, invincibile di fronte alla morte! Egli non fece alcuna scelta per sé. Non ebbe paura di morire e non si rifiutò di vivere. Intanto sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l’intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo povero corpo mettendosi di fianco. Egli però rispose: Lasciate, fratelli, lasciate che io guardi il cielo, piuttosto che la terra, perché il mio spirito, che sta per salire al Signore, si trovi già sul retto cammino. Detto questo si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie. Nel dire queste parole rese la sua anima a Dio. Martino sale felicemente verso Abramo. Martino povero e umile entra ricco in paradiso.
(Lett. 3, 6. 9-10. 11. 14-17. 21; Sc 133, 336-343)