Questa preghiera, che preghiamo sempre è come l’amore: o cresce o scompare, e quindi è una preghiera che crescerà sempre sulla nostra bocca facendo crescere l’affetto, l’amore per il Padre e per i fratelli, senza fine.

Mercoledì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 11,1-4: Signore, insegnaci a pregare.
Lectio divina di Silvano Fausti

1 E avvenne: mentre egli stava pregando in un certo luogo, quando ebbe cessato, gli disse uno dei suoi discepoli: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli. 2 Ora disse loro: quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, 3 venga il tuo regno, il pane nostro di domani dà a noi ogni giorno; e rimetti a noi i nostri peccati, 4 poiché anche noi stessi rimettiamo a ogni nostro debitore. E non indurci in tentazione.

La struttura di questa preghiera è tutta tu-noi. Ci si rivolge a Dio chiamandolo Tu; è il Tu fondamentale dell’uomo. Tu e noi, non io. Quindi quando preghiamo siamo realmente fratello di tutti, non posso dire tu-io. Tu e noi, perché il mio io è essere tuo figlio, e sono figlio se sono fratello di tutti, perché essere figlio vuol dire essere fratello, altrimenti non posso dire il Tu.

Questa è la struttura fondamentale della preghiera, dove però il colore è dato dalla parola Padre, che traduce la parola Abbà, che è il primo balbettare del bambino. Il senso di tutta la vita cristiana è poter dire con verità a Dio: Papà.

Questa preghiera, che preghiamo sempre è come l’amore: o cresce o scompare, e quindi è una preghiera che crescerà sempre sulla nostra bocca facendo crescere l’affetto, l’amore per il Padre e per i fratelli, senza fine. Con questa preghiera noi entriamo nella vita della Trinità, entriamo nel rapporto tra Padre e Figlio. Attraverso questa preghiera detta da noi, tutta la creazione che è stata fatta da Dio ritorna a Dio attraverso noi. Quindi questa preghiera abbraccia non solo il nostro rapporto con la Trinità, non solo il rapporto con tutta l’umanità, ma con tutta la creazione nel suo rapporto con l’increato, cioè Dio. Quindi questa preghiera è la nostra trasfigurazione, nostra e del creato. Ed è proprio questa preghiera che è il colore della vita cristiana, della vita, cioè il colore dell’amore.

1 E avvenne: mentre egli stava pregando in un certo luogo, quando ebbe cessato, gli disse uno dei suoi discepoli: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli.

Luca presenta spesso Gesù in preghiera: la preghiera è la sua comunione con il Padre, e anche per noi la preghiera è la nostra comunione con Dio. Se stiamo davanti a Dio siamo noi stessi, riflettiamo Dio, la realtà di cui siamo immagine, lontano da Dio siamo il nulla. Perché esattamente la mia essenza è essere immagine di Dio. L’immagine viva è il Figlio. Quindi la preghiera è semplicemente lo stare davanti a Dio.

Davanti a Lui siamo noi stessi, lontani da Lui siamo come un osso slogato, fuori posto, sentiamo solo il male di vivere. Per cui davvero la preghiera è la qualità di vita, ti fa essere ciò che sei. E non è qualcosa che si sovrappone ad altre cose: se stai davanti a Dio sei davvero davanti a te e a tutti gli uomini, se non sei davanti a Dio, sei nel vuoto, sei fuori di te, fuori da tutti. E riempi tutto il tuo vuoto del tuo egoismo, dei tuoi idoli, delle tue brame di potere, di apparire. Della morte. Per cui la preghiera è la salvezza dell’uomo, dell’umanità dell’uomo, dell’essenza dell’uomo.

La preghiera è semplicemente il piacere di stare davanti a Colui che ti ama, questo stare, questo silenzio. E allora per questo la preghiera può essere continua, nel senso che tu sei sempre davanti a qualcosa o a qualcuno, o a te stesso, narcisistico, o agli altri, o ai tuoi problemi, in genere. Ecco, se stiamo davanti a Dio davvero, allora, ci accorgiamo che la vita è diversa: la vita è bella, è buona, siamo nell’amore, nella pace, nella comunione.

Quando invece mi accorgo che sono rivolto a me e la vita diventa brutta per me e per gli altri vicini a me, è perché non sto davanti a Dio. È questione di vita o di morte. Quindi non è un optional della vita cristiana o della vita dell’uomo. Ogni uomo in fondo ha un suo rapporto con Dio. Però va coltivato, è come l’amore; tutti lo vogliono, ma quanti riescono a coltivarlo davvero? Per amore si fanno tutte le cose più egoistiche del mondo, tante volte, tutto il male anche. La preghiera va coltivata e Gesù, anche Lui, costantemente la coltivava.

Qui si dice: stava pregando, quando ebbe cessato; vuol dire che questa preghiera esplicita a un certo momento viene terminata da Gesù e inizia l’ascolto, il dialogo con i discepoli. Allora, quando c’è scritto che ebbe cessato vuol dire che allora c’è la preghiera continua. Noi viviamo di ciò che mangiamo, le ventiquattro ore vivo di ciò che mangio. Mangio quelle due o tre volte al giorno, però cesso di mangiare, ma anche dopo vivo di ciò che ho mangiato. Ci sono dei momenti in cui è come mangiare, il pregare, cioè dei momenti in cui ti dedichi alla preghiera: è come coltivarla, come ogni relazione, se non la coltivi scompare. Però anche tutto il resto è preghiera: ogni azione o è vissuta per amore, che è la preghiera, oppure è morta. La vita che mettiamo dentro col cibo, la viviamo ventiquattro ore al giorno, così la vita che mettiamo dentro nella preghiera, che è l’amore del Padre e del Figlio e dei fratelli, è ciò che viviamo in ogni singola azione. Luca stesso dice pregate sempre senza cessare mai: è l’altra forma di preghiera che, tra l’altro, non ti impedisce l’azione. Fa da sfondo a tutto quello che possiamo anche fare, pensare, amare. Fa da sfondo. È la sostanza, proprio.

Attraverso la preghiera si può arrivare, davvero, a vedere trasfigurata la realtà, le persone, gli avvenimenti, i gesti, le parole che facciamo, che vediamo, di cui riceviamo, tutto.

È interessante vedere come i discepoli, uno, un anonimo, ciascuno di noi, domanda al Signore che gli insegni a pregare. Questo è qualcosa che possiamo premettere a ogni preghiera esplicita, che s’illumina dentro di noi: Signore, insegnaci a pregare, ammaestraci a pregare. Tra l’altro la parola discepolo vuol dire “uno che impara”. Signore, insegnaci a pregare. Vuol dire che c’è sempre da imparare a pregare. È importante come pregare perché, in fondo, come preghi, vivi.

Qualche altro frammento di riflessione: non solo Gesù è maestro di preghiera, ma sento che Lui prega nella mia preghiera: in Lui prego. E, ancora: è lo stesso suo Spirito, questo lo dice Paolo, che prega in noi.

2Ora disse loro: quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, 3 venga il tuo regno, il pane nostro di domani da a noi ogni giorno; e rimetti a noi i nostri peccati, 4 poiché anche noi stessi rimettiamo a ogni nostro debitore. E non indurci in tentazione.

La formulazione del Padre Nostro è un po’ diversa di quella da Matteo. Luca toglie il “nostro”, lascia solo padre per metterlo in maggiore evidenza. Ecco, la preghiera comincia con la parola Padre, in ebraico Abbà. Nell’Antico Testamento Dio è chiamato padre solo 15 volte, nel Nuovo Testamento 180 volte. Gesù lo chiamava Padre mio e insegna a noi a chiamare Padre nostro: suo e nostro.

La gioia del padre è sentirsi chiamare papà, con amore. Questa parola all’interno di Dio è il Verbo che la dice, il verbo del Padre. Noi ci rivolgiamo a Dio con lo stesso amore del Figlio. Perché Dio ci ama tutti come suo Figlio: li hai amati come ami me. Purtroppo tante volte lo recitiamo senza capirne il senso!

Padre, sia santificato il tuo nome: il suo nome per noi. È questo, il Padre, che venga riconosciuto, che venga sperimentato. È santificando il nome, cioè scoprendo noi questo nome di padre, alla fine lo santifichiamo anche davanti agli altri. Quindi è affidata alla nostra testimonianza la santificazione del nome. Se no Dio è maledetto per colpa nostra. Se noi in nome di Dio ammazziamo, puniamo, presentiamo un tipo di Dio violento, da crociate, è chiaro che giustamente Dio è maledetto e bestemmiato. È giusto che sia così, perché quello si chiama satana, non Dio. È segno più sano in questo l’ateismo che la religione: vuol dire che non si accetta questo Dio così.

Venga il suo Regno, il Regno del Padre: è che noi siamo figli e fratelli, questo è il regno, e noi siamo liberi, che noi ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ama. Il regno è già impiantato, di per sé, il regno di Dio. E totalmente, pienamente lo sarà quando Dio sarà tutto in tutti.

Il pane nostro di domani da a noi ogni giorno. È bello perché dice Luca “il pane nostro di domani” che è una parola che vuol dire varie cose, anche di domani, anche quotidiano, anche sovrasostanziale.

Dacci ogni giorno: il pane è la vita, per noi, simbolo della vita. Ora, c’è un pane che è nostro, non è mio, è nostro ed è un pane che è chiamato con una parola, che in greco vuol dire il pane che sta sopra, quindi il pane sovra sostanziale, ma che vuol dire anche che sta per venire e quindi di domani, oppure che c’è adesso, cioè quotidiano. Questo pane, la vita del Figlio, il nostro pane è lo Spirito santo. Questo è il vero pane, sovrasostanziale, che è di domani, è il pane di vita eterna, ce lo dà già oggi. Ma anche lo viviamo in ogni pane quotidiano perché tutto ciò di cui viviamo è segno di questo amore di Dio. Nell’Eucaristia noi riconosciamo il pane che è pane come segno di tutto l’amore del Padre che ci dona il Figlio, in quel pane.

Ogni giorno, come la manna, non è che lo possiamo accumulare. Se accumuliamo il pane è già stantio la sera. Quando noi vogliamo conservare la vita, la buttiamo via.

E rimetti a noi i nostri peccati, poiché anche noi stessi rimettiamo a ogni nostro debitore. Il perdono mi viene concesso dal Signore, ma da me deve circolare all’altro, perché possa funzionare, accendersi in me. Se si ferma in me, non lo comunico ad altri, il perdono, non si accende in me, non funziona anche in me. Non perché Dio non mi perdoni, ma perché io blocco, appunto, la circolazione dell’amore, della misericordia.

E non indurci in tentazione: è un ebraismo. Non è Dio che ci tenta, è il male che ci tenta e il male è in noi. Chiediamo di non cadere nella tentazione. La grossa tentazione è il non credere all’amore, è il non perdonare. L’unico peccato imperdonabile è il non perdonare, vuol dire che non accetto il perdono, vuol dire che giudico e condanno gli altri, vuol dire che sono l’opposto di Dio.

Dalle catechesi di Silvano Fausti (e di Filippo Clerici)
sul Vangelo di Luca (2004-2010)
www.gesuiti-villapizzone.it
Selezione degli estratti, sottolineature e titoli miei (MJ)