MCCJ
L’attività missionaria di Daniele Comboni e la nascita delle congregazioni da lui fondate sono avvenimenti profondamente intrecciati con lo sviluppo, nel XIX secolo, dell’Azione e Insegnamento Sociale della Chiesa. Quando – tra gli anni 1846 e 1849 – Comboni stava definendo la sua vocazione missionaria, Karl Marx stava lanciando il suo Manifesto Comunista (1848) agli operai di tutto il mondo. Contemporaneamente, sempre in Europa, molti cristiani si stavano impegnando per combattere i mali della Rivoluzione Industriale.
COMBONI: FEDE E CIVILIZZAZIONE
Premessa
Come già ti/vi ho scritto in un mio precedente messaggio io non considero nessuno EX-COMBONIANO; ci sono solo comboniani con differenti modi di evangelizzare il mondo e di essere missionari. Quelli che in passato erano formalmente Missionari/e Comboniani/e, una volta entrati/e in un nuovo modo di vivere come laici, mantengono l’impronta del Comboni e quindi costituiscono un immenso serbatoio di energia e potenziale missionario per la trasformazione del mondo in Regno di Dio. Il tentativo di COMBONINSIEMEdi riflettere assieme in maggio 2006 e di organizzarvi meglio è quanto mai opportuno e urgente. Sono certissimo che il Comboni è con voi!
In questi ultimi anni mi sono molto impegnato a rivisitare il Comboni nella sua visione e nella sua azione; sono stato impresso più che mai dalla sua insistenza sulla complementarietà fra FEDE E SVILUPPO. Le sue parole sono: FEDE E CIVILIZZAZIONE. Tre anni fa, assieme a suor Maria Teresa Ratti, scrivemmo un articolo su: Comboni Apostolo nel Sociale, te ne mando copia come allegato. Il Don Mazza, suo grande mentore ed esempio, non è stato per 15 anni consigliere comunale a Verona? Fu responsabile del settore del baco da seta sorgente di pane e lavoro quotidiano nel Veneto di allora. Quando fondò i due collegi, maschile e femminile, l’obiettivo era chiaro: preparare OTTIMI CITTADINI E PERFETTI CRISTIANI. A Verona, precisamente ad Avesa, nella villa Scopoli, ora posseduta dai Mazziani, nella cappella c’è un quadro significativo. Chi vi è dipinto? San Daniele Comboni, che conosciamo molto bene e il Beato Giuseppe Tovini, forse meno noto. E’ contemporaneo del Comboni, alunno anche lui del Mazza. Tovini è uno dei grandi fondatori, con Toniolo ed altri, del CATTOLICESIMO SOCIALE nella seconda metà del 1800. Nella sua vita Tovini è stato sindaco di Brescia, fondatore di scuole cattoliche, fondatore di una banca e di un giornale cattolico oltre che padre di 10 figli.
Questa è l’aria che ha respirato Comboni e che energizza tutti noi. SOMIRENEC (assieme allo Istituto per lo Sviluppo Sociale – Social Ministry in inglese – presso la Università Cattolica di Nairobi) è nato per dare visibilità e supporto all’impegno sociale della missione. Come ha scritto di recentemente Fratel Alberto Parise, [già] direttore dello Istituto per lo Sviluppo Sociale: “l’apostolato sociale promosso qui a Nairobi è una delle reinterpretazioni più originali del Piano per la Rigenerazione dell’Africa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi”.
Termino con una citazione ormai storica del Sinodo dei Vescovi sulla Giustizia nel Mondo del 1971, citazione scritta a caratteri d’oro nella storia di SOMIRENEC:
L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo
ci appaiono chiaramente come una dimensione costitutiva della predicazione del vangelo
cioè della missione della chiesa per la redenzione del genere umano
e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo.
La speranza del Regno futuro viene ormai ad abitare
nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo.
La radicale trasformazione del mondo nella Pasqua del Signore,
dà pieno senso agli sforzi delle persone, segnatamente dei giovani,
per ridurre la ingiustizia, la violenza e l’odio,
per progredire tutti insieme nella giustizia, nella libertà, nella fratellanza e nell’amore.
Nel momento stesso che proclama il Vangelo del Signore, Redentore e Salvatore
la Chiesa chiama tutti, specialmente i poveri, gli oppressi e gli afflitti, a cooperare insieme con Dio
nel liberare da ogni peccato
e costruire il mondo, il quale solamente se sorgerà come opera dell’uomo per l’uomo,
raggiungerà la pienezza della creazione.
Un saluto a tutti i visitatori del sito COMBONINSIEME Francesco Pierli, mssionario comboniano
1. COMBONI Apostolo Sociale – Chi segue le sue orme?
L’attività missionaria di Daniele Comboni e la nascita delle congregazioni da lui fondate sono avvenimenti profondamente intrecciati con lo sviluppo, nel XIX secolo, dell’Azione e Insegnamento Sociale della Chiesa. Quando – tra gli anni 1846 e 1849 – Comboni stava definendo la sua vocazione missionaria, Karl Marx stava lanciando il suo Manifesto Comunista (1848) agli operai di tutto il mondo. Contemporaneamente, sempre in Europa, molti cristiani si stavano impegnando per combattere i mali della Rivoluzione Industriale. Per citarne alcuni, nel 1833, Antoine Frederic Ozanam (1813-1853) aveva fondato in Francia la Società di Saint Vincent de Paul per assistere i bisognosi accompagnando la sua azione con una riflessione sull’etica sociale cristiana per controbilanciare le ideologie di liberalismo e socialismo.
In Germania, Emmanuel W. Von Ketteler (1811-1877) vescovo di Mainz, si era distinto identificando la dimensione sociale della fede e aveva promosso l’organizzazione dei lavoratori per la proclamazione dei loro diritti. Papa Leone XIII l’ha chiamato “il mio grande predecessore”. Tra il 1870 e il 1900, negli Stati Uniti, il Movimento Evangelico Sociale si è sviluppato per collegare fede e attività sociale dentro i circoli cattolici e protestanti.
Quando nel 1890-91, in Egitto, le nostre sorelle, fratelli e padri Comboniani stavano riorganizzandosi in seguito alla violenza della rivoluzione mahdista e avevano fondato la colonia contro la schiavitù “Papa Leone XIII” nell’isola di Ghesira, al Cairo, lo stesso papa stava preparando la sua prima enciclica sociale Rerum Novarum. La rinascita missionaria del XIX secolo è stata fortemente segnata da un vasto movimento interno alla Chiesa segnando l’inizio di una nuova epoca nel rapporto tra la Chiesa e il mondo.
2. La Chiesa attrice sociale al tempo di Comboni
La grande novità della Rerum Novarumconsisteva nel fatto che per la prima volta nella storia della Chiesa una visione fissa del mondo veniva messa in dubbio. Prima di allora l’insegnamento della chiesa raccomandava sì vivacemente e fortemente alle persone di buona volontà di aiutare i poveri, ma entro una visione del mondo in cui l’umanità era divisa in due gruppi: i ricchi, una piccola minoranza, e i poveri, l’assoluta maggioranza.
Tale visione statica del mondo che governava la società dal tempo di Aristotele, il quale pensava che il mondo era composto di governanti e schiavi, era scontata e per moltissimo tempo non fu mai messa in discussione perché era percepita come volontà di Dio, il quale avrebbe salvato i ricchi attraverso le loro opere di beneficenza e i poveri attraverso la pazienza nell’aspettare la ricompensa in Paradiso. In questo modo, la visione dinamica che viene a noi dalla Storia della Salvezza circa il percorso umano verso nuove terre e nuovi cieli era stata perduta per centinaia d’anni a causa della mentalità statica della Chiesa.
La Rerum Novarumdi Leone XIII ha incominciato a mettere in discussione l’ordine mondiale che sanciva la divisione tra i ricchi e i poveri. Per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa la povertà era vista come un’ingiustizia, i poveri erano descritti come impoveriti e si diceva che gli operai erano sfruttati da dirigenti avidi.
Animata da questo risveglio, la vecchia icona sociale della Chiesa – il Regno Pontificio era caduto nel 1870 – ha aperto la strada ad un nuovo modo per essere protagonisti nella società. I laici, vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi stavano scoprendo la dimensione sociale della loro fede. Questa realizzazione non poteva che portarli ad intraprendere un originale praxis sociale e quello che stava avvenendo, in breve, era la nascita dell’Insegnamento Sociale della Chiesa(e).
3. Comboni Apostolo Sociale
In quali modi Comboni ha abbracciato questa straordinaria novità? Cosa ci dicono ora della nostra identità Comboniana le coincidenze ecclesiali e sociali che allora hanno contribuito a renderlo un apostolo sociale?
In che modo tale kairossta influenzando la nostra riflessione mentre stiamo riesaminando la nostra presenza missionaria nei tempi moderni, nel terzo millennio del Cristianesimo?
L’iniziale consapevolezza sociale di Comboni si è fortificata ed è cresciuta come risultato della influenza che Don Nicola Mazza, un eminente educatore sociale e direttore del seminario a Verona, ha avuto su di lui fin dal principio della sua vita. In effetti Mazza ha influenzato moltissimo la Chiesa e la società di Verona e dintorni, dato che per molti anni fu Consigliere nel comune della città ed ebbe una particolare responsabilità nella manifattura e produzione della seta. Cosciente delle condizioni di sfida del suo tempo eseguì i suoi compiti con un grande senso d’impegno e creatività; e vari episodi nella vita di Comboni testimoniano il suo peso sociale. Inoltre, Mazza fu un promotore dell’attività sociale per ragazzi e ragazze nel difficile periodo dopo la rivoluzione industriale e le guerre d’indipendenza in Italia. Verona, essendo la capitale amministrativa dell’impero austriaco era molto influenzata dai cambiamenti sociali che si stavano verificando a quel tempo.
Ispirato da tale impegno Comboni ha imparato a considerare la fede come una moneta con due facce – il lato religioso e il lato sociale – dove il lato religioso è 1’anima del sociale, mentre il lato sociale permette al religioso di materializzare azioni concrete di amore e dedizione per il prossimo. Non erano i primi viaggi di Comboni in Egitto e Aden orientati verso la liberazione di ragazzi e ragazze schiavizzati? I suoi compagni, Olivieri e Casoria, non erano infatti totalmente impegnati in attività sociali come mezzo per restituire la piena dignità a gente emarginata? Le motivazioni erano profondamente evangeliche, le iniziative stesse erano chiaramente di una natura sociale.
L’intera spinta nel Piano per la Rigenerazione dell’ Africa, i grandi sforzi messi nel Postulatum e la fitta rete di conoscenza che egli aveva con persone d’ogni condizione sociale, sono colonne della visione olistica della sua missione. La profonda convinzione di Comboni che religione e civiltà stanno insieme testimonia che la sua profonda determinazione nel promuovere la trasformazione sociale era uno dei più importanti obbiettivi del suo Ministero Missionario. Il suo concetto di “salvezza” – sebbene usasse la terminologia del suo tempo per esprimerlo – denotava l’approccio olistico che stava come pietra d’angolo a fondamento della sua metodologia missionaria. “Fede cattolica e civiltà in Africa Centrale, questo è il sublime apostolato per la redenzione dell’Africa (…). La fede cattolica e la civiltà non sono mai state ostili fra di loro e qualunque cosa sia stata detta dalla filosofia umana o insinuata dallo scetticismo incredulo, rimane il fatto che Fede e Civiltà si sono incontrate e si sono baciate”. (Scritti, n. 6214) Lo storico francese, il cappuccino J. Mauzaize che ha studiato a fondo la metodologia missionaria del nostro Fondatore, ha scritto: “È stato un grande merito del Comboni il tentativo di rigenerare 1’Africa combinando la proclamazione del Vangelo con la promozione umana, offrendo così all’Africa Centrale la verità e la carità nello loro pienezza, che sono le conquiste della scienza moderna e della libertà per tutti”.
4. La nuova alleanza-comandamento: l’unicità della fede cristiana
Senza la dimensione sociale, 1’aspetto religioso della fede degenera in riti celebrati per la propria devozione e consolazione intima. Dall’altra parte, la dimensione sociale senza la religione come propria fonte e sorgente di spiritualità, non può superare le enormi difficoltà derivanti da un impegno verso i poveri e i rischi e le incertezze connesse alla lotta contro le ingiustizie e la miseria.
La vita e l’insegnamento di Gesù illuminano il nostro percorso. Nato come uno di noi, Gesù si identificò con tutti gli esseri umani. La sua religione era sbalorditivamente diversa da tutte le altre, e quindi unica. Per Gesù non sarebbe stato sufficiente onorare Dio facendo celebrazioni nel tempio, perché lui insegnò che Dio si trova in ogni persona, particolarmente nei poveri. Per lui, una celebrazione nel tempio non seguita da un impegno a diventare i Buon Samaritani del giorno sarebbe stata sinonimo di alienazione e di un culto senza vita.
In tutta la sua vita pubblica Gesù ha mostrato grande attenzione a quelli che la società emarginava e durante l’Ultima Cena ha fatto un nuovo patto per sostituire il vecchio e ha dato una nuova legge: “Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni agli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri … (Gv 13,34-35) Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha una amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Gesù collega la credibilità del suo messaggio al modo in cui i discepoli mettono in pratica questo nuovo comandamento. “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 13,15-17). Nella sua prima lettera, Giovanni elabora questo nuovo comandamento collegando sempre più fede in Dio e amore per il prossimo e i figli e le figlie dello stesso Padre/Madre. La fede in Dio dà motivazione e visibilità all’amore per il prossimo. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli … Da questo abbiamo conosciuto 1’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze in questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui 1’amore di Dio?” (1Gv 3).
Nella parabola del Giudizio universale, Gesù ci dice che quello fatto o negato a qualcuno è fatto o negato a lui. Per rinforzare la novità del suo messaggio Gesù ha fuso in un comandamento solo quello che nel Vecchio Testamento è stato tramandato a noi come “il primo” e “il secondo” dei comandamenti. Questo paradigma ci insegna che la fede cristiana è un’esperienza che o è vissuta in un modo incarnato oppure non è affatto fede in Cristo.
5. Il cristianesimo è inseparabile dall’impegno nell’ azione sociale
In seguito al contributo dell’Insegnamento Sociale della Chiesa e le scienze sociali moderne siamo ora in grado di individuare le cause che generano le disparità sociali ed economiche presenti nel mondo. Il nostro impegno come discepoli del Signore ci spinge di collegare il nostro amore per lui con un genuino impegno sociale per la promozione di una società dove il significato del Regno può essere visibilmente percepito.
In tempi recenti, i documenti della Chiesa hanno sottolineato l’importanza che la fede Cristiana sia espressa attraverso un’azione sociale visibile. Nel 1971, per esempio, il Sinodo dei Vescovi nel documento Giustizia nel Mondo ha scritto: “L’azione a favore della giustizia e la partecipazione nella trasformazione del mondo ci appaiono pienamente come una dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo” (Giustizia nel Mondo– n. 6). Nel confronto con i vescovi e membri della Curia Vaticana che avevano paura di una accezione troppo sociale di Evangelizzazione e Missione, Paolo VI, il Papa della grande enciclica sociale Populorum Progressio(1967), ha fornito ulteriori motivazioni fondamentali alla Chiesa come attrice sociale e ha sottolineato il ruolo che ha lo sviluppo nella costruzione della pace nel mondo.
Alcuni anni dopo, nel 1975, nell’enciclica Evangelii Nuntiandi, lo stesso Papa ha sottolineato l’importanza della parola “liberazione” dando un valore pregnante circa il significato della parola. In questo documento (n. 31) il Papa dice che tra evangelizzazione, promozione umana, sviluppo e liberazione ci sono profondi collegamenti di natura antropologica, teologica e evangelica.
Con la Dives in Misericordia (1980, n. 12) Papa Giovanni Paolo II ha presentato la dimensione sociale della misericordia dimostrando che essa è strettamente collegata con la giustizia. In questo senso, una attenzione più grande deve essere data a quei gruppi che, nella Chiesa e nella società, rivendicano un ragionevole riconoscimento del loro contributo come pure la loro piena partecipazione nei processi decisionali. Su questo terreno i laici e le donne si distinguono in un modo unico. Nella sua prima enciclica Redemptor Hominis(1979) Giovanni Paolo II ha scritto: “L’atteggiamento missionario comincia sempre con un sentimento di grande stima per “quello che è umano”, per quello che uomini e donne hanno elaborato nella profondità del loro spirito a riguardo dei problemi più profondi e importanti. La missione non è mai distruzione, ma invece è un’accettazione di valori ed una nuova costruzione” (n. 12).
Nel dossier “I soldi della chiesa africana – E la dignità?” (Nigrizia – giugno 2002) Deogratias Tulinnye analizza la realtà complessa che caratterizza l’Africa di oggi. Egli spiega che molta responsabilità per lo stato cronico di dipendenza nei circoli cristiani è dovuta alle condizioni di legame troppo stretto di dipendenza economica da parte delle chiese locali africane con il Vaticano e con il Nord del mondo. Inoltre Tulinnye sfida tutti gli agenti pastorali ad avere fiducia nella capacità della gente di uscire dalla povertà e perciò indica l’urgenza di investire nella loro potenzialità. La dimensione sociale della fede è una realtà spesso ignorata all’interno delle comunità cristiane, dalla gente stessa, particolarmente dai poveri, che diventano le prime vittime di tale omissione. Con coraggio dobbiamo sfidare il dinamismo della dimensione sociale della nostra fede come pure la qualità e la rilevanza della nostra metodologia missionaria nei confronti delle masse sempre più numerose di persone, tra cui molti Cattolici, che non riescono ad uscire dal circolo vizioso della povertà.
6. Impatto sociale: un ulteriore indicatore della maturità della Chiesa
Come missionari siamo fondatori di comunità locali, le quali, già dai loro inizi, devono essere orientate a diventare: auto-finanziate, auto-riproducenti ed auto-amministrate, cioè i famosi tre “auto” formulati per la prima volta dal pastore protestante Henry Venn nel 1838. Queste definizioni sono state approvate dalla Conferenze Episcopale AMECEA nel 1973 come necessarie indicatrici di maturità di ogni chiesa locale. Nessuno mette in discussione la validità di questi indicatori ma di fatto si insiste ancora a promuovere ministri e ministeri essenzialmente “diretti dalla chiesa” puntando anche adesso su ministri ordinati come se più preti potessero automaticamente creare un mondo migliore e più giusto. La storia potrebbe rivelare proprio il contrario.
Dovremmo chiederci: Cosa facciamo per l’animazione cristiana della società? Cosa abbiamo da dire sull’evangelizzazione delle parti sociali, politiche e finanziarie della vita? Come missionari siamo chiamati a catalizzare nelle nostre chiese locali una dimensione “in più” rispetto agli indicatori auto finanziati-riproducenti-amministrati, e questo è impegno ad agire socialmente.
Quindi ogni cellula della comunità cristiana – sia a livello della piccole comunità cristiane, o della parrocchia, o della diocesi, o della conferenza episcopale, o a livello nazionale, regionale e continentale – deve diventare un’attrice sociale così da essere attivamente coinvolta nella liberazione della società dai suoi mali, instillando ed inserendo i valori del Regno di Dio, quali i diritti umani, la riconciliazione, la possibilità di lavoro per tutti, accesso esteso a tutti all’uso sobrio e sufficientemente soddisfacente dei beni della creazione, la salvaguardia dell’ ambiente, la solidarietà, la pace e così via. Una comunità cristiana, la cui vita si concentra soprattutto sulle celebrazioni religiose senza chiari segni di impegno sociale è ben lontana dal dimostrare con la vita la sua implicazione di fede in Gesù Cristo. Essa potrebbe oggettivamente essere considerata soltanto un gruppo religioso che manca della originalità cristiana.
Le nostre comunità cristiane, costituite principalmente da laici (99%), devono rendersi conto che hanno un chiaro mandato sociale per operare ad un livello locale e globale. Come missionari dobbiamo fondare comunità cristiane dove la dignità umana pienamente realizzata è manifestata attraverso la capacità delle singole persone di essere coinvolte nello sforzo di promuovere cambiamenti positivi nella società e di fiducia in se stesse.
Coscienti degli orientamenti comuni nella Chiesa in molti posti, la nostra impressione è che non stiamo preparando comunità cristiane ad essere attrici sociali ma solamente comunità religiose fortemente impegnate in celebrazioni liturgiche; persone che frequentano la chiesa riempiendo cappelle e chiese fino al massimo della capienza. Da missionari che hanno vissuto per anni in Africa affermiamo che la situazione sociale nel continente si è molto deteriorata negli ultimi 30-40 anni. Come possiamo riconciliare questa realtà con il fatto che il numero di cristiani è molto cresciuto nello stesso arco di tempo? Non è il compito dei Cristiani quello di cambiare la società? Perché allora il 99% dei laici della chiesa non è all’opera in questo cambiamento di società? Stiamo veramente trasmettendo alla gente il nuovo comandamento o semplicemente sostituendo una religione con un’altra? I fedeli che frequentano la celebrazione della nuova alleanza ogni domenica sono preparati a vivere il Nuovo Comandamento?
7. L’urgenza di un ministero sociale organizzato in tutte le comunità, parrocchie e diocesi
Coscienti del modo in cui Comboni si preparava a fare missione e di quanto egli era convinto che la fede in Gesù Cristo dovesse generare civiltà, noi fortemente sosteniamo un ministero sociale organizzato dovunque i figli e le figlie del Comboni stanno operando. Un Ministero Sociale che si ispira costantemente al Messaggio Sociale della Bibbia, particolarmente a Esodo, ai Profeti, ai libri Apocalittici, a Gesù e al resto del Nuovo Testamento. Al di là della Bibbia, l’ispirazione e la metodologia devono essere ricercate nel recente Insegnamento Sociale della Chiesa, che comprende i Padri della Chiesa, l’insegnamento sociale dei papi, delle Conferenze Episcopali locali e dei singoli vescovi.
I missionari, religiosi e religiose, devono diventare più direttamente coinvolti in tale apostolato sociale. Con molta determinazione essi devono abbracciare il loro ruolo di ministri di trasformazione sociale. Anche ai laici deve essere garantita l’autorità di operare come ministri sociali entro tutte le sfere della società e quindi di portare avanti il loro ruolo dato da Dio di co-creatori con Lui nel portare il mondo verso una piena trasformazione.
In questo modo le comunità cristiane potranno scoprire i loro cinque pani e due pesci in modo tale che tutti possano gustare il loro pane quotidiano. Gli Uffici per la Giustizia e la Pace delle diocesi e delle parrocchie hanno assoluta necessità di maggiore creatività e coraggio nella difesa della giustizia e dei diritti umani, cominciando all’interno della Chiesa stessa – come ha detto il Sinodo Africano – e poi anche nella società.
Il tempo del Giubileo di Dio è adesso; noi dobbiamo sforzarci di assicurare che il popolo di Dio venga liberato veramente da ogni tipo di ingiustizia. I vari Sinodi Continentali dei Vescovi hanno tutti riflettuto sulla urgenza che la Chiesa diventi un agente più visibile e efficace di trasformazione della società. Il Sinodo Africano, per esempio, afferma che la fede cristiana sarà rilevante e credibile per le masse della gente impoverita che sta lottando contro i tremendi mali sociali, solo se i Cristiani applicano l’insegnamento sociale della chiesa (La Chiesa in Africa, n. 21 e 22 e capitolo 6). I documenti degli altri continenti, come La Chiesa in Asia (capitolo 6) a proposito del servizio per lo sviluppo umano, La Chiesa in America (capitolo 5) a proposito dell’attuazione della vera solidarietà e La Chiesa in Oceania (capitolo 3) sulla speranza per la società, non sono meno categorici.
8. L’icona dei miracoli: integrazione di elementi spirituali e sociali
I miracoli del Comboni per la Beatificazione nel 1996 e per la Canonizzazione nel 2003 mostrano forti connotazioni spirituali e sociali. Tutto ciò che è solo spirituale o solo materiale non appartiene al Regno! I due elementi devono stare insieme come anima e corpo, afferma uno dei più antichi documenti della cristianità, citato anche in Gaudium et Spes, la Lettera a Diognetus del secondo secolo dopo Cristo. Non è stato così anche per i miracoli di Gesù nel Vangelo? La fede era un prerequisito sine qua non, ma era il corpo che guariva. Possano le dimensioni sociali e religiose del ministero missionario risplendere in tutte le attività dei membri della Famiglia Comboniana così come è avvenuto nel Comboni. E che ciascuno/a di noi sia un’audace strumento del Regno di Dio così come lo è stato lui.
Francesco Pierli mccj e Maria Teresa Ratti smc
Traduzione di Linda Moretti a cura di Comboninsieme