In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Commento

di Franco Mastrolonardo
Per capire la festa liturgica di oggi, festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, è necessario concederci una breve catechesi sul cuore come dimensione spirituale. Breve come catechesi, magari lunga come omelia.
Dunque il cuore, nella Bibbia, è sempre stato ritenuto sorgente di vita spirituale. Ma contrariamente ad una idea romantica e spesso ricorrente nell’immaginario collettivo, il cuore, soprattutto nell’Antico Testamento, era associato a pozze inquinate piuttosto che a fonti chiare di fresche acque.
Provate a prendere le prime dieci parole cuore nel libro della Genesi e ve ne accorgerete di persona. Al capitolo 6 ad esempio viene detto “Ogni disegno concepito nel cuore degli uomini non era altro che male”, al capitolo 8 “il cuore dell’uomo è incline al male” e al capitolo 45 “il suo cuore rimase freddo”. Andando avanti con i libri della Bibbia non è che la situazione migliori,anzi, tanto che il profeta Ezechiele è chiamato a profetizzare un cambiamento radicale nella struttura spirituale degli uomini. Al capitolo 36 così è citato: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti.”
Ecco, constatiamo che il cuore dell’ uomo è quindi malato, necessita di un trapianto. A fronte quindi di tante suggestive citazioni che si leggono oggi, come “va dove ti porta il cuore”, o “non si vede bene se non con il cuore”, o “al cuor non si comanda” etc etc… la Bibbia risponde con una visione molto più disincantata. Gesù stesso pone il cuore come fonte di pensieri contaminati quando nel Vangelo di Matteo cita “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male». (Mc 7,14-23)
Quindi la Bibbia ci rimanda ad una visione negativa o perlomeno pessimista circa il cuore degli uomini? Proveremo tra breve a rispondere.
Intanto poniamo le certezze. Primo: Il cuore è elemento vitale. Così come nel corpo fisico, così nella sfera spirituale il cuore è indispensabile per la vita. Può mancare un arto, un braccio, un polmone, un rene, ma se manca il cuore si muore. Non per niente in guerra insegnano a colpire al cuore.
Secondo: il cuore ci rimanda ad altro da noi. Non siamo noi che guidiamo il cuore o che comandiamo il cuore. E’ lui che ci guida, nonostante noi. E’ una dipendenza totale, verificabile dalla medicina, dalla spiritualità, ma anche dalle scienze umane come la filosofia o la psicologia.

Queste verità di fondo ci aprono quindi ad una considerazione di fede. Se il cuore è l’organo di governo della nostra spiritualità, il battito del cuore ci rende vivi spiritualmente. E il battito del cuore è lo spirito in noi. Se la nostra vita dipende dal cuore, ciò che abita il cuore, quindi lo spirito di Dio, è ciò a cui apparteniamo.
E ora proviamo a fare un passo indietro e a tornare alla domanda di prima. La Bibbia ci rimanda ad una visione negativa di cuore? La risposta è: sì. Ma non è una risposta definitiva. Diciamo che è un sì, a meno che Qualcuno non operi un trapianto.
Ecco allora cos’è il Cuore Sacratissimo di Gesù, che festeggiamo oggi: è il cuore nuovo offerto per noi, affinché possa essere trapiantato nel nostro organismo spirituale per farci rivivere nella pienezza di gioia.

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di Paolo Curtaz
Oggi la Chiesa celebra la Solennità del Sacro Cuore di Gesù, di origine devozionale, ma che ci richiama alla straordinaria riflessione sull’amore di Dio per noi.

È stata una santa francese dell’Ottocento, santa Maria Margherita, a diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Una devozione che ci appare distante dalla nostra sensibilità e che, pure, ha sviluppato nel corso degli anni una sua profonda ragione di esistere. Come se, all’epoca delle apparizioni alla santa, Gesù si fosse amabilmente stufato di una predicazione eccessivamente incentrata sul senso della giustizia a scapito della misericordia. Sappiamo bene che la norma, il rispetto, la fedeltà sono la forma dell’amore, concretizzano un sentimento che rischia di diventare evanescente. Ma, bisogna pur dirlo, l’amore precede la norma, la rende comprensibile e attuabile. L’amore non può iniziare da uno sforzo, da un impegno, da un cambiamento ma da un’emozione che si radica nel tempo. Ricordare alla cristianità europea ottocentesca e a noi che al cuore del cristianesimo c’è… un cuore che ama, il cuore di Dio che muore per amore, ci aiuta a situarci nel modo giusto rispetto alla fede e alla vita. Festa benedetta, soprattutto con Papa Francesco, dono di Dio, che ricorda alla cristianità l’essenziale: la tenerezza di Dio.

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di Roberto Pasolini
«Ci ha amati». Iniziava così papa Francesco la sua lettera Dilexit nos. La devozione al Sacro Cuore di Gesù, che accompagna il calendario liturgico del mese di giugno, ha attraversato secoli di teologia e di spiritualità, segnando il cammino di fede di innumerevoli battezzati e di intere famiglie religiose. Al di là delle forme storiche con cui si è espressa e incarnata nel tempo, questa attenzione al cuore di Cristo resta una preziosa occasione per restituire centralità al cuore come nucleo vitale della nostra esperienza umana e cristiana.
Nella sua enciclica Dilexit nos, sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo, il Pontefice ha voluto chiarire anzitutto proprio questo: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di “cuore”. Non semplicemente la sede dell’emotività o dei sentimenti, ma il centro del desiderio, il luogo in cui maturano le decisioni più importanti. È lo spazio interiore in cui prendono forma quelle scelte che orientano la vita. Per questo il cuore è un luogo a cui siamo chiamati a tornare continuamente, soprattutto quando la vita si appesantisce e perde il suo respiro.
Gesù stesso, nel Vangelo, invita a ricentrare tutto a partire dal cuore, perché quando ci allontaniamo da esso l’esistenza si trasforma facilmente in stanchezza e oppressione:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).

Come non prendere sul serio questo invito? Spesso ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a fare bene tutto ciò che le nostre giornate ci chiedono. Ma dimentichiamo una verità essenziale: quando cerchiamo di fare il bene partendo da un cuore appesantito, irrigidito dall’orgoglio o dalla paura, difficilmente riusciremo a generare vita, né per gli altri né per noi stessi. San Giovanni, nella sua prima lettera, ci ricorda una legge fondamentale che troppo facilmente dimentichiamo:
«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,10-11).

Non siamo stati noi a fissare l’amore come orizzonte ultimo del nostro cammino. L’esigenza – dolce e impegnativa insieme – di fare dei nostri giorni un percorso di amore nasce dal fatto che in noi abita un cuore creato a immagine e somiglianza del cuore di Cristo. Un cuore destinato a introdurci nell’esperienza dell’amore più grande. Quando ci lasciamo guidare dalle sue ragioni profonde, diventiamo creativi e, potremmo dire, finalmente imprevedibili.

Papa Francesco descrive così questo necessario ritorno al cuore e alla sua forza mite: «Si potrebbe dire che, in ultima analisi, io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone. L’algoritmo all’opera nel mondo digitale dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più “standard” di quanto potremmo pensare. Sono facilmente prevedibili e manipolabili. Non così il cuore» (Dilexit nos, 14).

Sottrarsi alle logiche del calcolo e della necessità è l’unico modo per salvare la nostra esistenza dal peccato più grave: privarla del suo cuore pulsante. Quando i pensieri, le scelte e le azioni non scaturiscono più dal criterio — audace e sempre sorprendente — dell’amore, la vita si inaridisce.
Nel linguaggio biblico, questa è la vera comprensione dell’essere un popolo di uomini e donne «consacrato al Signore» (Dt 7,6). Appartenere a Dio non significa limitarsi all’osservanza di riti o di leggi, pur necessari; significa imparare a vivere tutto a partire dal cuore, lasciando che questo centro invisibile della nostra umanità ci conduca verso la somiglianza divina, abbracciando liberamente il suo modo di amare e di agire. Essere consacrati, in fondo, è imparare a essere gratuiti e liberi, smettendo di fare calcoli. Come canta splendidamente il Salmo:
«Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 102,8.10).

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