Società e Cultura

I pugni chiusi sono un simbolo di protesta e di rivolta. Ma anche di sofferenza e di rabbia. Il mondo contemporaneo ha messo in questi ultimi vent’anni brutalmente alla prova i nostri nervi. La grande crisi finanziaria, il terrorismo, la pandemia e la guerra sono stati, e continuano a essere, una serie di traumi individuali e collettivi impressionante che si è dispiegata nel giro di un tempo storico brevissimo. L’analisi di questi fenomeni e, soprattutto, del loro contraccolpo psicologico sulle nostre vite è al centro di questo libro. Questa serie di traumi ha comportato – come accade per ogni tipo di trauma – una precarizzazione dell’assetto del mondo interno e del mondo esterno. Secondo Freud, il padre della psicoanalisi, la psicologia individuale è già da sempre sociale.

Un estratto del libro di Recalcati
“A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo”, Feltrinelli.

La Stampa, 9 maggio 2023
ripreso da: https://www.alzogliocchiversoilcielo.com

Non esiste vita psichica separata dalla vita della città, non inclusa in un legame, disgiunta da quello che accade nel mondo. Il mondo interno è già un mondo esterno e il mondo esterno non può non avere ricadute profonde su quello interno. Più che due mondi separati, essi appaiono sempre topologicamente intricati, come accade nel nastro di Moebius dove l’interno e l’esterno sono in una relazione di stretta continuità.

In questo libro ho provato a leggere le dinamiche sociali e politiche degli ultimi vent’anni con la lente della psicoanalisi senza abusare della sua strumentazione clinica. Anche le analisi dedicate ad alcune figure che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita politica nazionale e internazionale – da Berlusconi a Grillo, da Renzi a Mattarella, da Trump a Putin – non sono finalizzate a formulare diagnosi psicopatologiche, ma a rendere queste figure delle cifre simboliche del nostro tempo, incarnazioni di una tendenza più generale, di un movimento d’insieme più largo che trascende le loro individualità. In tal senso questo libro ha alle spalle una lunga e autorevole tradizione di studi psicoanalitici applicati al discorso politico e sociale, a partire da Freud stesso. Gli studi sul fascismo di Reich e di Fromm, quelli di Fornari sulla guerra e quelli di Fachinelli sulla vita politica del nostro Paese sono solo alcuni tra gli esempi più illustri di questa tradizione che ha costituito per me un riferimento fondamentale. Non si tratta, dunque, di mettere i terroristi jihadisti o i politici nostrani sul divano dell’analista. Piuttosto è l’analista che si riconosce come cittadino, sulla strada, in una città, preso anche lui inevitabilmente nelle reti della sua epoca, coinvolto necessariamente, nella sua attività intellettuale, in uno spazio pubblico. Infatti, se anche i suoi pugni sono chiusi, è perché la psicoanalisi resta, oltre che una forma di terapia particolare, una teoria critica della società, attenta a presidiare lo spazio della soggettività come irriducibile a qualunque abuso di potere.

La prima parte del libro si concentra sull’interpretazione della nostra vita sociale, che mette in risalto alcuni grandi temi: l’evaporazione del padre, la crisi generalizzata del discorso educativo, il disagio dei genitori e dei loro figli, la trasformazione della famiglia, il grande problema del “fine vita”, le nuove dipendenze patologiche, il ricorso alla violenza, l’iperconnessione come alienazione, i miti ipermoderni del successo individuale e del godimento immediato, il rifiuto neolibertino del senso della Legge e altri ancora che offrono un ritratto composito della nostra Civiltà. Da questo quadro si deduce come il nostro tempo sia caratterizzato da un’angoscia inedita: per un verso, il dominio della tecnica ha consacrato l’uomo come padrone della Terra, per un altro verso questa padronanza si rivela come potenzialmente minacciosa per la vita stessa dell’uomo, oltre che per il mondo intero.

Si configura dunque una nuova forma di malessere collettivo: mentre per Freud il disagio dell’uomo scaturiva dall’inconciliabilità tra il programma della pulsione – spinta al soddisfacimento immediato – e quello della Civiltà – differimento del soddisfacimento immediato –, oggi il programma della pulsione sembra essersi imposto su quello della Civiltà. Non è più la Civiltà a contenere la spinta distruttiva e autodistruttiva della pulsione, ma è questa stessa spinta che sembra dettare legge. Se per Freud, infatti, il conflitto al cuore del disagio dell’uomo scaturiva dalla contrapposizione dell’istanza trasgressiva del desiderio con quella normativa della Legge, oggi le cose appaiono in modo molto diverso. Da un lato osserviamo innanzitutto un vuoto di Legge – una sua evaporazione – e, dall’altro lato, il tentativo disperato di restaurare il volto patriarcale della Legge.

Sicché, se per un verso la crisi del neoliberalismo e dell’euforia nei confronti della globalizzazione dei mercati è divenuta manifesta, per un altro verso – come fossero rimedi estremi a questa crisi – il rafforzamento dei nazionalismi, il sovranismo populista, il presidio militare dei confini, la follia fondamentalista sembrano essere i nuovi sintomi del disagio della Civiltà. La potenza distruttiva e autodistruttiva della pulsione non si manifesta solo nell’ingordigia illimitata dei mercati o nell’iperedonismo contemporaneo che rivendica una libertà senza Legge, ma anche nei movimenti reazionari che vorrebbero recuperare nostalgicamente un ordine ormai irreversibilmente tramontato.

La dimensione securitaria della pulsione è, infatti, l’altra faccia della medaglia del suo scatenamento neolibertino. Dopo la crisi finanziaria e la precarizzazione del mondo del lavoro, i colpi del terrorismo, della pandemia e della guerra hanno ulteriormente rafforzato la spinta claustrale e difensiva della pulsione. È il teatro contemporaneo: la vita si protegge dalla vita, cementifica i suoi confini, potenzia il proprio sistema immunitario, si impegna nel difendere la propria identità. Anche la violenza della guerra scatenata dalla Russia di Putin contro l’Ucraina o dagli ayatollah contro le donne iraniane vorrebbe ribadire il carattere inviolabile dei vecchi confini.

Esiste, infatti, una spinta autoconservatrice della pulsione che non dovremmo mai trascurare.

Nondimeno, questa stessa spinta, come si vede drammaticamente bene sia nella guerra in Ucraina sia nella repressione in Iran, si rivela essere, come Freud aveva segnalato alla vigilia della Seconda guerra mondiale, una spinta al proprio autoannientamento. È il circolo demoniaco della pulsione di morte: più le difese del sistema si rafforzano escludendo l’alterità, più si va incontro alla dissoluzione del sistema.