P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola

Terza Domenica del Tempo Ordinario (A)
Vangelo secondo Matteo 4,12-23
Domenica della Parola di Dio

Si parte, finalmente!

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare…
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è  vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli… E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli… e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Iniziamo oggi la lettura del vangelo di Matteo, che ci accompagnerà per più di trenta domeniche (tranne durante il tempo quaresimale e pasquale, dal Mercoledì delle ceneri alla Pentecoste), fino alla fine di novembre. 

Il brano del vangelo di questa domenica racconta l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Oggi egli entra in scena! Quanto abbiamo visto prima, il battesimo e il soggiorno nel deserto, erano soltanto il preambolo. Vediamo come avviene questa sua partenza.

Crisi e discernimento

Tutto inizia da un evento drammatico: l’arresto di Giovanni, un momento di crisi anche per Gesù. Giovanni era un amico, era un punto di riferimento. La sua scomparsa dalla scena avrà lasciato i suoi discepoli nello sconcerto. “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea”. Sembra una fuga. Lascia la Giudea e si ritira a casa sua. Ma questa battuta di arresto diventa un momento forte di discernimento. Gesù sente che il movimento iniziato da Giovanni non deve scomparire. Qualcuno deve continuarlo. Gesù si sente interpellato dal Padre: è arrivato il suo momento, ora tocca a lui! E allora Gesù esce allo scoperto: “lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare”. E così, quando tutto sembrava finito, tutto ricomincia!

Spesso pensiamo che Gesù sapesse tutto in anticipo, che tutto fosse chiaro per lui, in partenza: la sua identità, la sua missione, le mosse da fare, i tempi… Alcuni credono, addirittura, che già dal grembo materno Gesù fosse cosciente di essere il Figlio di Dio. Ma questo sarebbe ignorare l’incarnazione. Gesù, come ognuno di noi, “cresceva” (Luca 2,40)! Nel battesimo prende coscienza di essere il Figlio di Dio, nel deserto si interroga sul suo messianismo…

Siamo nel mistero insondabile della autocoscienza di Gesù, certo, ma ad esso sottostà quello dell’incarnazione. Anche Gesù ha dovuto passare attraverso i dubbi, le incertezze, la riflessione sugli eventi, la preghiera per discernere la volontà del Padre. “Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebrei 4,15). Uomo come noi, ha dovuto imparare, anche in modo drammatico: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Ebrei 5,8).

E qui mi rivedo anch’io, nel mio travaglio vocazionale, come di tanti altri. Entrato in seminario ad undici anni, quanto ho sofferto da giovane con i miei dubbi, se quella fosse davvero la mia strada! Invidiavo i colleghi che ne erano certi e sicuri e volevano anticipare la professione perpetua e l’ordinazione sacerdotale, mentre io cercavo di rimandarle il più possibile! E mi lamentavo con Dio di non essere più chiaro. Non volevo accettare che quella fosse la legge dell’incarnazione di Dio, della sua presenza, della sua voce e dei suoi segni. E mi stupisco ancora oggi che siano state due ragazze, a loro insaputa, il segno o la luce che Dio mi ha inviato per prendere la grande decisione. Fu nell’estate del 1977, a Londra, durante un periodo di lavoro in un ristorante, con tanti altri studenti di diverse nazionalità. Verso la fine di quella esperienza, due ragazze (irlandesi?), avendo scoperto che ero un seminarista, mi confidarono che avevano notato in me qualcosa di “speciale” e, per mia sorpresa, mi incoraggiarono ad andare avanti. Lì ho preso coscienza della perla che portavo in me e che, con il tempo e la routine, si era impolverata, ecco perché non provavo il suo fascino. Quello fu il momento della mia ripartenza. Di ritorno a Roma per finire gli studi, chiesi, con grande serenità, la professione perpetua e l’ordinazione sacerdotale.

Camminare, la condizione del cristiano

Nel vangelo di oggi mi attira l’attenzione la rilevanza data ai verbi di movimento, che compaiono ben nove volte. Camminare diventa il modus vivendi di Gesù e dei suoi discepoli, cioè di quelli che gli stanno dietro. Gesù lascia Nazaret e va ad abitare a Cafarnao, ma solo come punto di partenza perché subito dopo inizia a percorrere tutta la Galilea, la Palestina e i territori confinanti, e non si fermerà più, fino al ritorno dal Padre che l’aveva inviato. La sua dimora sarà la via, a tal punto che lui stesso diventerà la Via (Giovanni 14,6).

La strada aperta da Gesù sarà designata “la Via” e i cristiani “seguaci della Via” (Atti degli Apostoli 9,2). E da allora tutto accade nel cammino. Quindi, non c’è condizione più contrastante con la vocazione del cristiano di quella di essersi fermato, di pensare di aver camminato abbastanza o, peggio ancora, di sentirsi arrivato. Una fede accomodata, da poltrona, rifugiata nella tana delle proprie sicurezze, siano esse umane o ecclesiali, è una fede senza respiro, paralizzata.

Da dove si parte? Da dove sei, dalla tua Galilea, dal tuo ambito di vita, dalla tua quotidianità, dalla “Galilea delle genti”, dalla nostra società paganizzante. Lì si manifesterà la “grande luce” (vedi prima lettura, di Isaia).

Dove si va? La meta è il “monte della missione”, il traguardo finale del vangelo di Matteo (28,16-20). E l’itinerario?! Non lo sappiamo. Sappiamo solo che dobbiamo seguire Gesù. Forse nemmeno lui lo conosce in anticipo. Anche lui è guidato dallo Spirito e dagli eventi della vita. Anche per lui, il Viandante, non c’è una strada già tracciata, camminando si apre il cammino!… Sarà un viaggio forse più insicuro, soggetto a imprevisti, ma respireremo il sapore della libertà e della novità!

Quale equipaggiamento prendere? Non ci serviranno degli zaini stracolmi. Ci serve solo la Parola! E, in questa Domenica della Parola di Dio, Papa Francesco ci dà le istruzioni per l’uso: “Abbiamo bisogno della sua Parola: di ascoltare, in mezzo alle migliaia di parole di ogni giorno, quella sola Parola che non ci parla di cose, ma ci parla di vita. Cari fratelli e sorelle, facciamo spazio dentro di noi alla Parola di Dio! Leggiamo quotidianamente qualche versetto della Bibbia. Cominciamo dal Vangelo: teniamolo aperto sul comodino di casa, portiamolo in tasca con noi o nella borsa, visualizziamolo sul cellulare, lasciamo che ogni giorno ci ispiri. Scopriremo che Dio ci è vicino, che illumina le nostre tenebre e che con amore conduce al largo la nostra vita” (26/01/2020).

Che la strada si apra davanti a te,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole inondi e riscaldi il tuo volto,
che Dio ti custodisca nel palmo delle Sue mani!
(Benedizione Irlandese)

P. Manuel João, comboniano
Castel d’Azzano, 20 gennaio 2023

Per la riflessione completa vedi:
https://comboni2000.org/2023/01/20/la-mia-riflessione-domenicale-si-parte-finalmente/