Nell’immaginario collettivo l’Africa appare bloccata, impantanata nei suoi problemi. I grandi media occidentali raccontano sempre e solo una parte della realtà: catastrofi, tiranni, guerre. L’immobilità dell’Africa è nel nostro sguardo, che ci fa ignorare l’eterogeneità di un continente vastissimo, pieno di contrasti. Un mondo poliedrico e vitale che le nostre narrazioni riducono a un’entità monolitica e indolente, incapace di stare al passo coi tempi.

di Marco Trovato – direttore editoriale della rivista Africa
8 Gennaio 2023

L’Africa paralizzata da una sorta di maledizione è l’opposto dell’immagine del mondo più “sviluppato”: operoso, energico, in perenne evoluzione. Eppure, ogni volta che mi capita di varcare il Mediterraneo, la mia impressione è esattamente contraria: il vecchio continente europeo mi appare sfiancato, inerte, privo di slancio… intimorito dal futuro. In Africa, tutto mi sembra in fermento.

Sarà per l’energia palpabile trasmessa dai suoi giovani abitanti (età media: nemmeno vent’anni), dinamici, proiettati verso il domani, assetati di riscatto. Sarà per i cambiamenti epocali – economici, politici, culturali – che scuotono società sempre più globalizzate. Fatto sta che l’Africa mi sembra correre… forse per sfuggire agli stereotipi in cui l’abbiamo ingabbiata.

L’ennesima conferma mi è venuta da un recente viaggio in Angola. Certo, mancavo da Luanda da ben dieci anni, ma è incredibile quanto l’abbia trovata quasi irriconoscibile. Lo skyline della città è stato ridisegnato da grattacieli in vetrocemento; la Marginal che costeggia la grande baia della capitale è oggi una strada a otto corsie affiancata da un grazioso lungomare, ciclabile e pedonale, scandito dalle palme; gli insediamenti dei pescatori della Ilha hanno lasciato il posto a locali alla moda. Dove un tempo c’era il mio ristorante preferito ho trovato uno spazio di coworking gremito di giovani con cellulari e laptop.

Dieci anni fa, tutto quello che trovavi a Luanda era importato. Oggi puoi riempire il carrello della spesa di scatolame, snack, bibite, vino, detersivi… made in Angola. Certo non si sono ridotti gli scandalosi contrasti tra la cricca degli oligarchi e affaristi (che si spartisce le ricchezze del petrolio e dei diamanti) e il resto della popolazione. Ma tra le sterminate baracche di Sambizanga ho scoperto le trasformazioni più sorprendenti. Dove sorgeva una discarica abusiva ho visitato una galleria d’arte. In un rifugio per bambini di strada ho visto ragazzini contendersi i fumetti di un supereroe, Kid Kamba, firmato da autori angolani.

E poi, la scoperta per me più incredibile. Tra i vicoli fangosi di quella favela, fotografai dieci anni fa dei ragazzi che giocavano a pallone lungo un rivolo di fogna. Fu uno scatto fortunato: Sports Illustraded, un magazine americano, lo mise in copertina e Time lo rilanciò. Quello che non sapevo – e che ho scoperto con mia grande meraviglia – è che quella foto ha ispirato la copertina di un videogioco sul calcio, Golden Georges, ideato da programmatori africani e scaricato da milioni di ragazzini sui loro cellulari. Io credevo di aver immortalato, congelandolo, un frammento di vita d’Africa. Mi sbagliavo: i protagonisti di quella foto son tornati a correre.

Editoriale del numero di gennaio-febbraio della rivista Africa