Don Primo Mazzolari ha colto bene questo contrasto: «Un bambino è un mistero sopportabile, il crocifisso no. Una culla, anche in una greppia è poesia, una croce piantata su un monte è un patibolo» e denunciava la tentazione dei credenti di sempre, quella di contemplare il Signore dove si sta bene: a Betlemme, a Nazareth, sul monte della Trasfigurazione non sul Golgota.

La Stampa, 29 dicembre 2022
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«È più facile rendere la divinità bambina che l’umanità adulta…». Così si concludeva l’articolo di Michela Murgia pubblicato su La Stampa alla vigilia di Natale, inducendo il lettore a ripensare la celebrazione della nascita di Gesù e a interrogarsi sulle immagini di Dio che ogni cristiano custodisce nel suo cuore. Certamente Murgia intende contestare una certa idealizzazione dell’infanzia che ha ricevuto molto spazio nella tradizione cattolica e, quindi, ridare al Natale tutta la forza che l’evento ricordato contiene, senza per questo sopravvalutarlo.

Ad alcune affermazioni certamente un po’ troppo sbrigative ha reagito Vito Mancuso, facendo una rilettura dei testi natalizi e della tradizione cristiana che vive ancora oggi il Natale come una grande festa, molto sentita popolarmente e appartenente alla tradizione dell’Occidente. Non voglio assolutamente far polemica, ma, da cattolico assiduo frequentatore delle Scritture, intendo semplicemente partecipare a questo confronto cercando di capire.

Innanzitutto, è bene ricordare che gli eventi riguardanti la nascita di Gesù non sono presenti in tutti i Vangeli, ma solo in quelli di Matteo e Luca e che sono racconti editi più tardi, e perciò non essenziali alla pienezza della fede cristiana in Gesù Cristo crocifisso e risorto! Anche Paolo l’Apostolo ignora totalmente questi racconti, mai presenti nella sua predicazione. È la comunità cristiana che solo successivamente ha sentito il bisogno di riandare anche alla nascita e all’infanzia di Gesù, accogliendo tradizioni raccolte nei Vangeli dell’infanzia che precedono il tempo degli anni oscuri di Gesù, da dodici a circa trent’anni, quando inizierà la sua missione pubblica come discepolo di Giovanni il Battezzatore, avendo raccolto attorno a sé un gruppo di alcuni uomini e alcune donne di Galilea.

Il racconto lucano incentra la preistoria del Messia sulla madre di Gesù, Maria, di cui mette in rilievo la sua verginità, un linguaggio apocalittico per dirci che un uomo come Gesù solo Dio ce lo poteva dare attraverso la potenza del suo Spirito santo. Mentre Matteo vuole soprattutto testificare l’appartenenza di Gesù alla discendenza messianica di Davide, quale re dei giudei che, appena nato, desta l’ostilità dei poteri di questo mondo che lo perseguitano e lo vogliono eliminare. Per Matteo, Gesù riassume in sé la storia del popolo d’Israele entrato e uscito dall’Egitto, salvato prima di essere salvatore. I racconti dell’infanzia di Gesù sono dunque un midrasch, dei racconti teologici che profetizzano la vita e il destino del Messia, scritti alla luce della fede pasquale. Come scrive l’esegeta Raymond Brown: «Il Cristo adulto è retroproiettato a Natale».

E se la Chiesa ha vissuto celebrando la Pasqua e la domenica come giorno del Signore per tre secoli, più tardi, solo nel IV secolo, ha iniziato a fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme, com’è testimoniata dai Vangeli dell’infanzia. Perciò un cristiano maturo e nutrito dal Vangelo celebra certamente il Natale, ma come memoria di un evento già avvenuto storicamente, avvenuto al tempo di Erode, re della Giudea, e di Augusto imperatore di Roma. Gesù non nasce ora, ma è nato, non si aspetta e non si invoca la nascita di Gesù – sarebbe una regressione psichica e spirituale, anche se purtroppo la si esprime così –, ma si aspetta e si invoca la venuta di Gesù Signore nella sua gloria.

È veramente triste quando si sente dire che a Natale Gesù sta per nascere, impedendo e negando ogni orizzonte escatologico: il cristiano, come sempre hanno affermato i Padri, è «colui che aspetta la venuta del Signore nella gloria». Questo evento ci sta davanti, mentre la nascita a Betlemme è indietro, nel nostro passato.

Dunque, a Natale, nella memoria di Gesù che nasce da una donna, Maria, che è adagiato in una mangiatoia, contempliamo l’umiltà, la fragilità, la piccolezza di un Dio che si è fatto umanità, corpo mortale e debole come ciascuno di noi. Già a Betlemme si delinea lo scandalo della croce, dell’abbassamento, dello svuotamento, della kénosis di Dio: ormai non si può più pensare a Dio senza pensare all’uomo, e non si può pensare l’umanità senza pensare Dio. Questo svuotamento, questa povertà, questa debolezza sarà epifania radicale sulla croce: Gesù nudo, maledetto da Dio e dagli uomini, rigettato e condannato è l’autentico e definitivo racconto (exeghésato, cf. Gv 1,18) di Dio, che nessuno ha mai visto e nessuno può vedere se non al di là della morte.

Michela Murgia ha comunque ragione quando denuncia come solo cattolico un culto dell’infanzia di chi poi è cresciuto ed è diventato una persona: né gli ortodossi né i riformati sarebbero capaci di una venerazione di «Maria bambina» o di «Gesù bambino»; altro è fare memoria, altro è venerare! E il presepio è una memoria, bellissima memoria della venuta nel mondo del nostro Dio in un neonato da donna, uno in tutto uguale a noi umani.

Certamente i Padri della Chiesa ci direbbero oggi: «Non mettete nel presepio in casa vostra le statuine di coloro che sono poveri e che voi lasciate fuori al freddo e senza casa; non allineate davanti alla culla le statuine di quelli venuti da altre terre e da altre culture che voi non accogliete perché stranieri; non ascoltate musiche angeliche per non ascoltare il grido di chi soffre…». Rincresce forse a molti, ma il Vangelo va preso sul serio e non permette ipocrisie, perché ama Dio chi ama l’altro, adora Dio chi ha cura dell’altro, loda Dio chi benedice l’altro.

L’umanizzazione di Dio che festeggiamo a Natale la vediamo veramente portata a compimento sul Golgota, sulla croce. Significa anche che diventeremo per grazia, non oggi ma nel Regno, il Figlio di Dio, come scrive Ireneo da Lione: «Diventeremo Dio, perché Dio sarà tutto in tutti». Ma questo osiamo solo sperarlo, e noi cristiani dell’Occidente facciamo addirittura fatica a dirlo, pur conoscendo questa affermazione luminosa dei Padri orientali.

La fede cristiana ci vuole adulti, cristiani maturi, secondo la Lettera agli Ebrei, ma è vero che è più facile restare immaturi, perché abbiamo paura di stare davanti a Dio nella nostra umanità, come figli e figlie liberi e non come schiavi schiacciati dalle nostre paure. Gesù è nato come ha vissuto, è venuto al mondo come è stato al mondo. Ma, a ben guardare, Gesù è nato meglio di come è morto: alla nascita è avvolto in fasce, nella passione è spogliato delle sue vesti; nella mangiatoia è adagiato, sulla croce è inchiodato; nasce in una greppia, muore su un patibolo. Alla sua nascita ha accanto madre e padre, sulla croce è abbandonato addirittura da Dio. Don Primo Mazzolari ha colto bene questo contrasto: «Un bambino è un mistero sopportabile, il crocifisso no. Una culla, anche in una greppia è poesia, una croce piantata su un monte è un patibolo» e denunciava la tentazione dei credenti di sempre, quella di contemplare il Signore dove si sta bene: a Betlemme, a Nazareth, sul monte della Trasfigurazione non sul Golgota.