(s.m.) In queste ore trepidanti per la vita terrena del papa emerito Benedetto, ecco qui di seguito due suoi scritti autografi e autobiografici decisivi per capirlo a fondo.
Il primo è tratto dalla lettera che egli indirizzò ai vescovi della Chiesa cattolica il 10 marzo 2009, e dice quali sono state le “priorità” del suo pontificato.
Il secondo è tratto dalla lettera enciclica “Spe salvi” del 30 novembre 2007, tutta scritta di suo pugno, e svela la speranza che l’ha sempre animato anche nelle ore più difficili per la Chiesa, lui che si era trovato chiamato a governarla invece che dedicarsi a una vita di studi, proprio come era avvenuto per il teologo e vescovo Agostino, il dottore della Chiesa da lui più amato.

Benedetto XVI: la mia vita, le mie priorità – Settimo Cielo – Blog – L’Espresso
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28 dicembre 2022

LA PRIORITÀ CHE STA AL DI SOPRA DI TUTTE”

Penso di aver evidenziato le priorità del mio pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel cenacolo in modo inequivocabile: “Tu conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

UNA VITA TOTALMENTE NUOVA”

La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio, il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine”, “fino al pieno compimento” (cfr Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe “vita”. Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la “vita eterna”, la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita.

Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr Gv 19,10), ci ha anche spiegato che cosa significhi “vita”: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora “viviamo”.

Ma ora sorge la domanda: in questo modo non siamo forse ricascati nuovamente nell’individualismo della salvezza? Nella speranza solo per me, che poi, appunto, non è una speranza vera, perché dimentica e trascura gli altri? No. Il rapporto con Dio si stabilisce attraverso la comunione con Gesù: da soli e con le sole nostre possibilità non ci arriviamo. La relazione con Gesù, però, è una relazione con Colui che ha dato se stesso in riscatto per tutti noi (cfr 1 Tim 2,6). L’essere in comunione con Gesù Cristo ci coinvolge nel suo essere “per tutti”, ne fa il nostro modo di essere. Egli ci impegna per gli altri, ma solo nella comunione con Lui diventa possibile esserci veramente per gli altri, per l’insieme. […]

La stessa connessione tra amore di Dio e responsabilità per gli uomini possiamo osservare in modo toccante nella vita di sant’Agostino. Dopo la sua conversione alla fede cristiana egli, insieme con alcuni amici di idee affini, voleva condurre una vita che fosse dedicata totalmente alla parola di Dio e alle cose eterne. Intendeva realizzare con valori cristiani l’ideale della vita contemplativa espressa dalla grande filosofia greca, scegliendo in questo modo “la parte migliore” (cfr Lc 10,42). Ma le cose andarono diversamente.

Mentre partecipava alla messa domenicale nella città portuale di Ippona, fu dal vescovo chiamato fuori dalla folla e costretto a lasciarsi ordinare per l’esercizio del ministero sacerdotale in quella città. Guardando retrospettivamente a quell’ora egli scrive nelle sue “Confessioni”: “Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato la fuga nella solitudine. Ma tu me l’hai impedito e mi hai confortato con la tua parola: ‘Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per tutti’ (cfr 2 Con 5,15). Cristo è morto per tutti. Vivere per Lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo “essere per”.

Per Agostino ciò significò una vita totalmente nuova. Egli una volta descrisse così la sua quotidianità: “Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori, guardarsi dai maligni, istruire gli ignoranti, stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, moderare gli ambiziosi, incoraggiare gli sfiduciati, pacificare i contendenti, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e [ahimè!] amare tutti”. “È il Vangelo che mi spaventa”, quello spavento salutare che ci impedisce di vivere per noi stessi e che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza.

Di fatto, proprio questa era l’intenzione di Agostino: nella situazione difficile dell’impero romano, che minacciava anche l’Africa romana e, alla fine della vita di Agostino, addirittura la distrusse: trasmettere speranza, la speranza che gli veniva dalla fede e che, in totale contrasto col suo temperamento introverso, lo rese capace di partecipare decisamente e con tutte le forze all’edificazione della città. Nello stesso capitolo delle “Confessioni”, in cui abbiamo or ora visto il motivo decisivo del suo impegno “per tutti”, egli dice: Cristo “intercede per noi, altrimenti dispererei. Sono molte e pesanti le debolezze, molte e pesanti, ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che la tua Parola fosse lontana dal contatto dell’uomo e disperare di noi, se questa Parola non si fosse fatta carne e non avesse abitato in mezzo a noi”. In virtù della sua speranza, Agostino si è prodigato per la gente semplice e per la sua città, ha rinunciato alla sua nobiltà spirituale e ha predicato ed agito in modo semplice per la gente semplice.