La Porta della Carità
Terza Predica di Avvento 2022
Raniero Cantalamessa

Un Dio da amare o un Dio che ama?

Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il re della gloria”.

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nel nostro intento di aprire le porte a Cristo che viene, siamo giunti alla porta più interna del “castello interiore”, quella della virtù teologale della carità.

Ma che significa aprire a Cristo la porta dell’amore? Significa, forse, prendere, noi, l’iniziativa di amare Dio? Così avrebbero risposto i filosofi pagani, in base alla concezione che avevano dell’amore di Dio. “Dio – diceva Aristotele – muove il mondo in quanto è amato”. In quanto è amato, si badi bene, non in quanto ama! Questa visione filosofica è stata rovesciata completamente nel Nuovo Testamento:

In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi
e ha mandato il suo figlio …Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo (1 Gv 4, 10. 19).

Henri de Lubac ha scritto: “Occorre che il mondo lo sappia: la rivelazione dell’Amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità”. A tutt’oggi non abbiamo finito (e non si finirà mai) di trarre tutte le sue conseguenze dalla rivoluzione evangelica su Dio come amore. Lo Spirito Santo – ci insegna sant’Ireneo – ringiovanisce continuamente il tesoro della rivelazione, insieme con il vaso che lo contiene che è la tradizione della Chiesa. Con il suo aiuto, cerchiamo di capire qual è, circa la virtù teologale della carità, la conseguenza da scoprire e soprattutto da vivere.

Esistono innumerevoli trattati sul dovere e sui gradi dell’amore di Dio, in altre parole, sul “Dio da amare”, De diligendo Deo; non conosco trattati sul Dio che ama! La Bibbia è, essa stessa, un trattato sul Dio che ama; ma, nonostante ciò, quasi sempre, quando si parla di “amore di Dio”, Dio è l’oggetto, non il soggetto della frase.

Ora è ben vero che quello di amare Dio con tutte le forze è “il primo e più grande comandamento”. Questa è certamente la prima cosa nell’ordine dei comandamenti; ma l’ordine dei comandamenti non è il primo ordine, quello che sta in cima a tutto! Prima dell’ordine dei comandamenti, c’è l’ordine della grazia, cioè dell’amore gratuito di Dio. Il comandamento stesso si fonda sul dono; il dovere d’amare Dio si fonda sull’essere amati da Dio: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo”, ci ha appena ricordato l’evangelista Giovanni. Questa è la novità della fede cristiana rispetto a ogni etica basata sul “dovere”, o sull’”imperativo categorico”. Non bisognerebbe mai perderlo di vista.

Noi abbiamo creduto all’amore di Dio

Aprire a Cristo la porta dell’amore significa dunque una cosa ben precisa: accogliere l’amore di Dio, credere nell’amore. “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi”, scrive Giovanni nello stesso contesto (1 Gv 4, 16). Natale è la manifestazione – alla lettera, l’epifania – della bontà e dell’amore di Dio per il mondo: “È apparsa (epephane) la grazia di Dio apportatrice di salvezza”, scrive san Paolo. E ancora: “Si sono manifestate la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini” (Tt 2, 11; 3, 4).

La cosa più importante da fare a Natale è ricevere con stupore il dono infinito dell’amore di Dio. Quando si riceve un dono, non è delicato presentare immediatamente, con l’altra mano, il proprio dono, magari già preparato in anticipo. Si dà, inevitabilmente, l’impressione di volersi subito sdebitare. Bisogna, prima, fare onore al dono che si riceve e al suo donatore, con lo stupore e la gratitudine. Dopo – quasi vergognandosi e con pudore – si può aprire il proprio dono, come fosse nulla in confronto a ciò che si è ricevuto. (Nei confronti di Dio, il nostro dono è, in realtà, meno che nulla!).

Quello che dobbiamo fare, come prima cosa, a Natale è credere all’amore di Dio per noi. L’atto di carità tradizionale, almeno nella recita privata e personale, non dovrebbe cominciare con le parole: “Mio Dio, ti amo con tutto il cuore”, ma “Mio Dio, credo con tutto il cuore che tu mi ami”.

Sembra una cosa facile. Invece è tra le cose più difficili al mondo. L’uomo è più incline ad essere attivo che passivo, a fare, più che a lasciarsi fare. Inconsciamente non vogliamo essere debitori, ma creditori; vogliamo, sì, l’amore di Dio, ma come premio, piuttosto che come dono. Così, però, si opera insensibilmente uno slittamento e un capovolgimento: al primo posto, in cima a tutto, al posto del dono, viene messo il dovere, al posto della grazia, la legge, al posto della fede, le opere.

“Noi abbiamo creduto all’amore!”: questo è un grido per il quale bisogna raccogliere tutte le forze e farsi violenza. Io la chiamo “fede incredula”: fede che non sa capacitarsi di quello che crede, anche se lo crede. Dio – l’Eterno, l’Essere, il Tutto – ama me e ha cura di me, piccolo nulla sperduto nell’immensità dell’universo e della storia! “Il naufragar m’è dolce in questo mare”, ci sarebbe da esclamare con il poeta Leopardi .

Bisogna diventare bambini per credere all’amore. I bambini credono all’amore, ma non in base a un ragionamento. Per istinto, per natura. Nascono pieni di fiducia nell’amore dei genitori. Chiedono ai genitori le cose di cui hanno bisogno, magari anche pestando i piedi, ma il presupposto tacito non è che se lo sono guadagnato; è che sono i figli e che un giorno saranno gli eredi di tutto. È soprattutto per questo motivo che Gesù raccomanda così spesso di diventare come i bambini per entrare nel suo Regno.

Ma non è facile tornare bambini. L’esperienza, le amarezze, le delusioni della vita ci rendono cauti, prudenti, a volte cinici. Somigliamo un po’ tutti a Nicodemo. “Come può un uomo – pensiamo – rinascere quando è vecchio?” (Gv 3, 4). Come possiamo rinascere, tornare ad entusiasmarci, stupirci a Natale come i bambini? Ma cosa rispose Gesù a Nicodemo? “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3, 5).

Questo non è risultato di sforzo e velleità umana, o eccitazione del cuore; è opera dello Spirito Santo. Gesù non parla qui solo del battesimo; perlomeno non solo del battesimo di acqua. Si tratta di una rinascita e di un battesimo “nello Spirito”, o “dall’alto” (Gv 3, 3), che può rinnovarsi più volte nell’arco della vita. Fu quello che gli apostoli e i discepoli sperimentarono a Pentecoste e che anche noi dovremmo desiderare per conoscere in qualche misura quella “novella Pentecoste” che papa san Giovanni XXIII chiese a Dio per tutta la Chiesa nell’annunciare il Concilio.

L’essenziale della Pentecoste è racchiuso in queste parole del versetto 4 del capitolo secondo degli Atti: “Essi furono tutti pieni di Spirito Santo”. Cosa vuol dire questa breve frase che abbiamo ascoltato migliaia di volte? “Furono tutti pieni di Spirito Santo”: d’accordo: ma cos’è lo Spirito Santo? È l’amore – dice la teologia – con cui il Padre ama il Figlio e con cui il Figlio ama il Padre. Più liberamente diciamo: è la vita, la dolcezza, il fuoco, la beatitudine che scorre nella Trinità, perché l’amore è tutte queste cose insieme e in grado infinito.

Dire dunque che “tutti furono pieni di Spirito Santo” è come dire che tutti furono pieni dell’amore di Dio. Fecero una esperienza travolgente di essere amati da Dio. Morendo, Cristo aveva distrutto il muro divisorio del peccato e ora l’amore di Dio poteva finalmente riversarsi sugli apostoli e i discepoli, sommergendoli in un oceano di pace e di felicità. Dicendo che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5), san Paolo non fa che descrivere – in forma sintetica, anziché narrativa – l’evento di Pentecoste, attualizzato, per ognuno, nel battesimo.

L’amore di Dio ha un aspetto oggettivo che chiamiamo grazia santificante, o carità infusa, ma comporta anche un elemento soggettivo, una ripercussione esistenziale, come è nella natura stessa dell’amore. Non si trattò, come siamo portati a pensare, di qualcosa di puramente oggettivo, o ontologico, di cui l’interessato non ha alcuna coscienza. Il dono del “cuore nuovo” non avvenne in anestesia totale, come i normali trapianti di cuore! Lo vediamo dal cambiamento improvviso che si opera in loro. Niente più timori, rivalità, timidezza; uomini nuovi, pronti a lanciarsi per le vie del mondo e dare la vita per Cristo.

La carità edifica”

Il discorso sulla virtù teologale dell’amore non si conclude, certamente, a questo punto. Esso sarebbe un discorso incompiuto, come una protasi non seguita dall’apodosi. La protasi è: “Se Dio ci ha tanto amato …”; l’apodosi, o la conseguenza, è: “anche noi dobbiamo amarlo e amarci tra di noi”. Ma abbiamo tante occasioni di parlare dell’esercizio della carità che per una volta possiamo lasciare da parte il “dovere” per occuparci solo del “dono”. Mi limito solo a qualche breve considerazione sul risvolto sociale ed ecclesiale della virtù teologale della carità.

Di essa si dice che “edifica”: “la scienza gonfia, la carità edifica” (1 Cor 8, 2). Edifica anzitutto l’edificio di Dio che è la Chiesa. “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo…riceve forza per crescere, in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4, 15-16).

La carità è ciò che costituisce la realtà invisibile della Chiesa, la societas sanctorum, o comunione dei santi, come la chiama Agostino. È la realtà del sacramento (la res sacramenti), il significato del segno che è la Chiesa visibile. “La carità rimane”, dice san Paolo (1 Cor 13,13). È l’unica che rimane. Cessate le Scritture, la fede, la speranza, i carismi, i ministeri e tutto il resto, rimane la carità. Tutto scomparirà, come quando si smonta l’impalcatura che è servita a costruire un edificio e questo appare in tutto il suo splendore.

Per un certo tempo, nell’antichità, si usò designare con il semplice termine di carità, agape, l’intera realtà della Chiesa. Questo richiama subito alla mente il detto famoso di sant’Ignazio di Antiochia: “La Chiesa di Roma è quella che presiede alla carità (agape)”. Questa frase viene utilizzata di solito in funzione del primato di Roma e del papa. Ma essa non afferma solo il fatto del primato (“presiede”), ma anche la sua natura, o il modo di esercitarlo (“nella carità”). È quello che la Chiesa di Roma ha fatto nei suoi momenti migliori e che oggi certamente intende fare, avendo scelto – anche nella nuova costituzione Praedicate Evangelium – il dialogo fraterno, la sinodalità e il servizio come metodo di governo.

La carità non edifica però soltanto la società spirituale che è la Chiesa, ma anche la società civile. Nell’opera La città di Dio, sant’Agostino spiega che nella storia coesistono due città: la città di Satana, simboleggiata da Babilonia, e la città di Dio, simboleggiata da Gerusalemme. Ciò che distingue le due società è il diverso amore da cui sono mosse. La prima ha per movente l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio (amor sui usque ad contemptum Dei), la seconda ha per movente l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé (amor Dei usque ad contemptum sui).

L’opposizione, in questo caso, è tra l’amore di Dio e l’amor di se stessi. In un’altra opera, tuttavia, sant’Agostino corregge in parte questa contrapposizione, o almeno la riequilibra. La vera contrapposizione che caratterizza le due città non è tra l’amore di Dio e l’amore di sé. Questi due amori, intesi correttamente, possono –anzi, devono – esistere insieme. No, la vera contrapposizione è quella interna all’amore di sé, ed è la contraddizione tra l’amore esclusivo di sé – l’amor privatus, come lo chiama lui -, e l’amore del bene comune – l’amor socialis. È l’amore privato – cioè l’egoismo – che crea la città di satana, Babilonia , ed è l’amore sociale che crea la città di Dio dove regna la concordia e la pace.

Il sentimento sociale è nato sul suolo irrigato dal Vangelo, ed è strano che in epoca moderna tale conquista sia stata usata come un argomento da gettare in faccia al cristianesimo. Nei primi secoli e per tutto il medioevo il mezzo per eccellenza, per agire nel sociale e venire incontro ai poveri, era l’elemosina. Essa è un valore biblico e conserva sempre la sua attualità. Non può più, però, essere proposto come il modo ordinario di praticare l’amore sociale, o l’amore del bene comune, perché non salvaguarda la dignità del povero e lo mantiene nel suo stato di dipendenza.

Spetta ai politici e agli economisti avviare processi strutturali che riducano lo scandaloso divario tra un ridotto numero di ricchissimi e lo sterminato numero dei diseredati della terra. Il mezzo ordinario per i cristiani è creare le premesse nel cuore dell’uomo perché questo avvenga. Per chi è impegnato nel sociale si tratta di promuovere la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Per gli imprenditori cristiani, per esempio, è creare posti di lavoro, come ha ribadito il Santo Padre, nell’incontro di Assisi del Settembre scorso, ai giovani economisti che si ispirano al suo insegnamento

Solo l’amore ci può salvare

Vorrei, prima di concludere, accennare a un’altra ricaduta benefica della virtù teologale della carità sulla società in cui viviamo. La grazia, dice un famoso assioma teologico, suppone la natura, non la distrugge, ma la perfeziona. Applicato alla terza virtù teologale, ciò significa che la carità suppone la capacità e la predisposizione naturale dell’essere umano ad amare ed essere amato. Questa capacità ci può salvare oggi da una tendenza in atto che porterebbe, se non corretta, a una vera e propria “disumanizzazione”.

Partecipai qualche anno fa a un dibattito pubblico a Londra. La moderatrice poneva una serie di domande a un certo numero di teologi, tra i quali un professore di teologia dell’università americana di Yale, un vescovo e un teologo anglicani e il sottoscritto. La domanda cruciale era la seguente. Dopo aver rimpiazzato le capacità operative dell’uomo con i robot, la tecnica è ormai sul punto di rimpiazzare anche le sue capacità mentali con l’intelligenza artificiale. Cosa resta, dunque, di proprio ed esclusivo all’essere umano? C’è ancora motivo di considerarlo a parte nell’universo? È ancora indispensabile, o non piuttosto nocivo, per natura?

Quando venne il mio turno di rispondere, con il mio povero e stentato inglese, aggiunsi una semplice riflessione. Si sta lavorando, dissi, a un computer che pensa: ma riusciamo a immaginare un computer che ama, che si intenerisce per le nostre pene e si rallegra per le nostre gioie? Possiamo concepire una intelligenza artificiale: ma riusciamo a concepire un amore artificiale? Forse è allora proprio qui che dobbiamo collocare lo specifico dell’umano e il suo inalienabile attributo. Per un credente biblico, c’è una ragione che spiega questo fatto: è che siamo stati creati a immagine di Dio, e “Dio è amore”! (1 Gv 4, 8).

Nonostante tutti i nostri errori e misfatti, noi esseri umani non siamo – e non saremo mai – di troppo sulla terra! Al termine delle sue riflessioni filosofiche sul pericolo della tecnica per l’uomo moderno, Martin Heidegger, quasi gettando la spugna, esclamava: “Solo un dio ci può salvare!” Possiamo parafrasare: solo l’amore ci può salvare! L’amore di Dio, però, non certo il nostro.

Un Bambino è nato per noi”

Volgiamo ormai i nostri pensieri al Natale che è alle porte. Con la venuta di Cristo, il grande fiume della storia è arrivato a una “chiusa” e riparte a un livello più alto. “Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17). È colmato il grande “dislivello” che separava Dio dall’uomo, il Creatore dalla creatura. Non per nulla, da allora in poi, la storia umana si divide in “prima di Cristo” e “dopo Cristo”.

Esistono immaginette natalizie ingenue, ma dal significato profondo. In esse, si vede Gesù Bambino che, scalzo, con la neve intorno ai piedi e una lanternina in mano, di notte, dopo aver bussato sta in attesa davanti a una porta. I pagani immaginavano l’amore come un fanciullino a cui davano il nome di Eros. Si trattava di una rappresentazione simbolica, anzi di un vero e proprio idolo. Noi sappiamo che l’amore è davvero diventato un bambino; che esso è ormai una realtà, un evento, anzi una persona. “L’amore del Padre si è fatto carne”, così parafrasava il versetto di Giovanni 1,14 un autore del II secolo. L’amore si è fatto davvero bambino: il bambino Gesù.

“Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3, 20). Apriamo la porta del cuore a quel Bambino che bussa. La cosa più bella che possiamo fare a Natale non è, dicevo, offrire noi qualcosa a Dio, ma accogliere con stupore il dono che Dio Padre fa al mondo del suo stesso Figlio.

Dice una leggenda che tra i pastori che la notte di Natale si recarono a trovare il Bambino, vi era un pastorello così povero che non aveva proprio nulla da offrire alla Madre, e se ne stava in disparte vergognoso. Tutti facevano a gara a consegnare a Maria il proprio dono. La Madre non riusciva a trattenerli tutti, dovendo reggere il Bambino Gesù tra le braccia. Allora, vedendo lì accanto il pastorello con le mani vuote, prende il Bambino e glielo mette tra le braccia. Non avere nulla fu la sua fortuna. Facciamo che sia anche la nostra!

Uniamoci allo stupore e alla gioia della liturgia che a Natale ripete – come fatto compiuto e non più semplice profezia – le parole di Isaia (9, 5):

Un bambino è nato per noi;
e un Figlio ci è stato dato.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile,
Dio potente,
Padre per sempre,
Principe della pace.

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle: BUON NATALE!

1.Aristotele, Metafisica, XII, 7, 1072b.

2.Henri de Lubac, Histoire et Esprit, Aubier, Paris 1950, cap. V.

3.Giacomo Leopardi, L’infinito.

4.Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani, saluto iniziale.

5.Agostino, De civitate Dei, 14,28.

6.Agostino, De Genesi ad litteram, 11, 15, 20 (PL 32, 582).

7.Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q. 2. a. 2 ad 1 (gratia [praesupponit] naturam”); I, q. 1, a. 8, ad 2 (gratia non tollit naturam, sed perficit).

8.Martin Heidegger, Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Gesamtausgabe, vol. 16, Frankfurt 1975.

9.Evangelium Veritatis, 23 (I Vangeli gnostici, a cura di L. Moraldi, Milano, Adelphi, 1984, p.33).

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