Simona Segoloni

Restare credenti è sempre stata una abilità non da poco, esposta a mille pericoli e difficoltà. Nel contesto odierno, però, potrebbe sembrare ancora più difficile, e questo per una serie di fattori che incidono sul vissuto sociale ed ecclesiale, anche se poi – in ultima istanza – tutti questi fattori potrebbero rivelarsi la nostra migliore risorsa. 

SERVIZIO DELLA PAROLA 

N° 544/2023 Gennaio – Febbraio 2023

1. Ragioni che hanno perso ragione 

Il primo elemento da considerare è il venir meno della pressione sociale che portava ad uniformarsi a stili di vita e a convinzioni che si potevano ricondurre alla fede cristiana.

Andare a messa la domenica, sposarsi in chiesa, assumere certe abitudini (dal mangiare di magro di venerdì al mandare i figli al catechismo) era assolutamente naturale, come oggi comperare uno smartphone. Ai nostri giorni non è più così, anzi la situazione è rovesciata. Il contesto sociale spinge verso la non credenza e la non appartenenza ecclesiale: per credere e per decidere di appartenere alla chiesa occorre una presa di posizione personale, forte e motivata, capace di rendere ragione della propria fede in contesti in cui essa appare perlopiù come una stranezza. Certamente credere in questo modo è più impegnativo, ma forse nell’altro modo la fede era così subordinata ad altri elementi (tradizione, reputazione, vantaggi sociali)  da diventare secondaria e quindi molto spesso per nulla incisiva nel vissuto interiore e pratico, che al di là delle forme proseguiva per proprio conto. 

A questo cambiamento mi sembra doveroso aggiungere che oggi non è più una buona motivazione per essere credenti neppure il bisogno di sentirsi amati e lenire le proprie ferite emotive. Molte volte la predicazione che insiste su questi temi – pure sensati, per carità – non coglie nel segno, perché per curare le ferite psichiche è necessario un cammino psicologico, e scoprirsi amati da Dio, per quanto fondamentale e liberante, non può essere considerato una specie di surrogato dell’amore non ricevuto da bambini o durante la crescita: l’amore di Dio ci incontra adulti e ci vuole adulti, per cui cercare Dio per ricevere il calore che ci è mancato rischia di rendere la nostra fede vacillante e non autentica. 

Altra cosa è scoprire in lui un amore che può farci rinascere al di là delle ferite e degli errori, ma questo chiede – di nuovo – un cammino e una consapevolezza personale ben al di là della consolatoria idea che Dio ci voglia bene e ci protegga (idea fra l’altro molte volte mandata in crisi dalle vicissitudini avverse della vita). 

Inoltre, se nei secoli passati (ma possiamo dire fino a qualche decina di anni fa) la fede era offerta come consolazione per le vite più sofferte, per i sacrifici e le ingiustizie che sembravano ineluttabili (fino a diventare persino una componente dell’ideologia che manteneva le strutture radicalmente ingiuste delle società), oggi non è più così. Per le ingiustizie si cerca un rimedio culturale, politico e sociale, mentre richiedere un sacrificio ad alcuni (più frequentemente ad alcune) non è più accettabile in vista di una consolazione spostata in un tempo altro. Se si rimane su questi registri si rischia di non combattere adeguatamente le iniquità del mondo, mentre se si abbandonano la fede rischia di vacillare. Moltissime persone non credenti (insieme ovviamente a molti credenti) lottano per un mondo più giusto, per la salvaguardia del creato, per la liberazione di coloro che sono oppressi, e non poche volte si scandalizzano di credenti che minimizzano le ingiustizie mondiali e la violenza sul creato. Può resistere la fede nel Dio di Gesù, però, senza che la fame e la sete della giustizia impediscano di accontentarsi di spostare a chissà quando la consolazione per chi soffre? 

Aggiungerei a questo quadro che neanche la paura della morte è capace di stringerci alla fede: la morte è un dato di realtà e moltissimi trovano senso alla propria vita tenendo presente anche la morte. Il senso dell’esistenza

infatti non è più ad esclusivo appannaggio della fede; molte sono le narrazioni che producono senso nella nostra epoca e ciascuna sa – anche quella che sorge dalla fede cristiana – che non può spiegare tutto o collocare ordinatamente ogni elemento in una sola teoria, perché la realtà si è rivelata complessa e sfugge drammaticamente a ogni riduzione. Nessuno può spiegare tutto, credenti compresi, per cui se si cerca in Dio un punto di appoggio a partire dal quale elaborare una spiegazione del tutto, si rimarrà inevitabilmente delusi. C’è da chiedersi d’altra parte se Dio possa essere questo e se questo ruolo di ordinatore del mondo si addica al Dio vivo di cui le Scritture ci raccontano, o sia solo la fuga razionale della paura umana, come molti filosofi hanno avuto il coraggio di denunciare.

2. Rimane solo il Vangelo 

In sintesi sarà difficile restare credenti se questo dipende dalle tradizioni ricevute o dalle pratiche diffuse nel contesto sociale, ma sarà difficile restare credenti anche se si cerca in Dio chi curi le nostre ferite emotive o chi ci prometta una compensazione per le sofferenze, o se si cerca in lui la base per una spiegazione ordinata e omnicomprensiva di una realtà così pesantemente contraddittoria. 

Tutte queste, che pure in passato potevano essere vie per arrivare a incontrare il Dio vivente, oggi sono tentazioni da cui guardarsi se si vuole entrare e rimanere fermi nella fede cristiana. Come è bene stare in guardia dalla tentazione di vedere nella fede la garanzia di un ordine sociale e morale ricevuto dal passato e acriticamente eletto a immutabile: di fronte all’incedere ineluttabile della storia e della comprensione umana dei significati e dei valori (basti pensare l’evoluzione nella comprensione della sessualità, della condizione femminile, dell’ordine sociale, della libertà di coscienza ecc.), una fede di questo tipo diverrà prima conflittuale e poi del tutto estranea alla realtà in cui le persone si trovano a vivere. 

Se però si tolgono tutte queste dimensioni che abbiamo definito “tentazioni”, che cosa resta? Resta il Vangelo. Solo la fede che si fonda sulla bellezza del Vangelo, sull’impossibilità di resistere al suo fascino, può resistere alle tentazioni dette e alle molte altre che continuamente sorgono. 

Forse cinquant’anni fa si poteva restare sposati senza amore, senza intesa, senza una relazione vivificante onorando un sistema di valori, sotto precise pressioni sociali, dentro un orizzonte di significati ben diverso da quello odierno. 

Oggi si può rimanere sposati solo se la relazione che si vive è sperimentata come buona e vivificante, almeno un po’. Similmente, d’altra parte, la fede è questione di attrazione per una bellezza e di amore, non si può essere credenti per abitudine, per tradizione sociale, per interesse, per vantaggi psichici, materiali o culturali. Si può mantenere la fede, anzi la si accresce continuamente, solo lasciandosi affascinare sempre più dallo stile, dalle parole, dall’agire di Gesù, lasciando che tutto questo prenda carne nei nostri gesti, nel nostro impegno quotidiano, nei nostri sentimenti. Ma forse questa è stata l’unica strategia da sempre: si può restare solo perché ciò che si è gustato non ha paragoni, proprio come di fronte alla persona che si ama o al figlio che abbiamo appena partorito. E questo è l’unico motivo buono per cui anche il Signore vuole che restiamo, per questo non esita a domandare: «Volete andarvene anche voi?». La risposta di oggi è quella di allora: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». 

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