Un Capitolo Generale eulogico
P. Manuel Augusto

Cominciamo a scrivere (e a leggere) il testo con una difficoltà: la parola, l’aggettivo eulogico, che mi è venuta in mente per il titolo, e che considero adeguata a caratterizzare il nostro XIX Capitolo generale (un apprezzamento ovviamente personale) e i documenti che ci ha lasciato, non si trova quasi in nessun dizionario italiano (e solo come termine letterario). 

La parola più vicina, che si trova nel dizionario che ho consultato, è eulogia, che ha la seguente spiegazione: “Nell’antica Chiesa cristiana, pane benedetto che veniva distribuito ai catecumeni non ancora ammessi al sacramento della comunione”. E si aggiunge: per estensione, “vivanda benedetta dal sacerdote”. E, nella spiegazione dell’etimologia, si dice che “viene dal greco eulogies, composto di eu (bene) e logos (parola), parola di bene, elogio (discorso elogiativo); nello stesso senso etimologico, il dizionario registra eunomia, per indicare buon governo o buona legge.

Ora, è in questo senso etimologico che ho pensato alla parola, per caratterizzare il nostro ultimo Capitolo generale: un’assemblea eulogica, che dice bene di sé ed evita la discussione, il confronto acceso, le divisioni; degli Atti capitolari eulogici, propositivi e positivi, lungo l’onda del dire bene. La spiegazione del dizionario per la parola eulogia giunge a proposito, in quanto fa vedere che il discorso eulogico è una specie di pane, di bevanda, benedetti (cioè, preparati) apposta per quelli che hanno lo stomaco non abituato a cibi duri.

Il lettore perdonerà questa introduzione che, se non ad altro, può servire come invito a cercare la parola che riterrà più adeguata a caratterizzare gli Atti capitolari, a seconda della propria lettura e interpretazione, e a sperimentare una leggerezza di spirito e libertà di mente, nella ricezione dei documenti e nell’impegno dovuto per attuarli. Libertà che non deve diminuire l’accettazione, ma piuttosto illuminarla e farla diventare critica, cioè, responsabile.

Un portale d’entrata

Gli Atti del XIX Capitolo generale hanno un portale d’entrata, costituito da un’introduzione, che spiega il metodo di lavoro seguito dalla commissione precapitolare e poi adottato dal Capitolo. Il testo spiega il metodo “dell’indagine elogiativa (apprezzativa)” seguita dal Capitolo e riflessa negli Atti capitolari, “fondata su tre atteggiamenti chiave (apprezzare, indagare, dialogare)”. Si afferma che questo metodo ha raccolto i contributi di tutti “in una sintesi tematica, aperta ai contributi dell’assemblea (capitolare) attraverso conversazioni generative nei gruppi e in aula”.

L’adozione di questo approccio apprezzativo al momento di verificare lo status dell’Istituto comboniano (compito di ogni Capitolo generale) è, certamente, un arricchimento a cui tutti diamo il benvenuto (arricchimento che ci mette in linea con il metodo adottato nella preparazione del prossimo Sinodo Generale dei Vescovi sulla sinodalità). Bisogna, però, notare che, se facciamo riferimento al metodo tradizionale del vedere, giudicare ed agire (con cui molti di noi hanno più familiarità), l’approccio apprezzativo va esercitato in rapporto alla fase del vedere, e da solo non è sufficiente per esercitare il discernimento: occorre anche il confronto sulle idee (la discussione e il dibattito) e sulla realtà concreta (con le situazioni negative, chiamando le cose col loro nome e identificando i nodi da sciogliere sulle varie situazione che l’Istituto vive. Confronto che non si accontenta dei riferimenti generici fatti alle “malattie” e/o “ai nostri limiti”). 

L’introduzione degli Atti capitolari giustifica e presenta le priorità del discernimento capitolare come frutto dell’approccio apprezzativo e della lettura della “situazione attuale”. Le priorità a cui il XIX Capitolo generale ha dedicato la sua attenzione, e su cui ha esercitato il suo discernimento, sono cinque: spiritualità (AC, 11-14), identità e vita comunitaria (15-20), revisione della formazione (21-26), ministerialità al servizio della riqualificazione (27-34), condivisione dei beni e sostenibilità (35-43). Alle questioni specifiche – revisione della Regola di Vita, Codice Deontologico, lingue ufficiali e limiti di spesa – il Capitolo ha dedicato i numeri 44-47.

Possiamo ragionevolmente pensare che la presentazione delle priorità siano comprensibili e condivise dalla maggior parte dei missionari comboniani. Ma anche qui troviamo delle novità e un linguaggio che può spiazzare non pochi tra noi: ci riferiamo ai sogni indicati per ogni priorità (cioè a queste proiezioni della realtà, il “come ci immaginiamo tra sei anni”) come elementi illuminanti nel discernimento; alle linee guida per perseguire ogni sogno; e agli impegni, presentati non come decisioni, ma come “punti specifici” per realizzare i sogni lungo le linee-guida proposte.

Si dovessimo fare un apprezzamento dell’Introduzione agli Atti Capitolari, del XIX Capitolo generale, diremmo che essa rimane ad un livello formale e si articola, al di là della visione teologico-spirituale, su criteri sociologici, in particolare i numeri da 6 a 10. Si fa un riferimento ecclesiale e al magistero di Papa Francesco, ma in un modo riduttivo (numeri 8 e 9); si fa riferimento alla Laudato Si’, a Fratelli Tutti e al documento sulla Fratellanza Universale, come esempio della “conversione (missionaria?) tracciata dal Papa”; ma non si menziona la Evangelii Gaudium, che è il documento programmatico del pontificato che certamente interroga maggiormente un Istituto missionario.

Inoltre, nella descrizione della situazione attuale, non si distinguono le diverse situazioni per continente (i riferimenti, al numero 8, appaiono superficiali) né si accenna alle radici dell’attuale crisi del cristianesimo e alla ricerca spirituale in atto in vari continenti (come l’Europa e le Americhe). Secondo il testo, le sfide che attualmente vengono poste all’Istituto provengono dall’ambito sociale, economico (gestione sostenibile), ecologico. La ministerialità (annunziata al numero 9) come criterio per tutta la famiglia comboniana si profila riduttiva, sulla scia dei ministeri sociali (cioè, non ordinati). 

Ad alcuni potrà sembrare troppo poco per un Istituto che ha un’identità e una finalità missionarie; per un Istituto che, per dirla con le parole di Daniele Comboni, è “una riunione di ecclesiastici e laici” che ha “per scopo l’adempimento dell’ingiunzione fatta da Cristo ai suoi discepoli di predicare il Vangelo a tutte le genti” sul modello “di un piccolo cenacolo di apostoli”. Dobbiamo sempre ritornare al carisma fondazionale come portale d’entrata di ogni documento e testo dell’Istituto. Con quello che qui si dice non si pretende di svalutare le dimensioni formali, sociologiche, culturali e politiche: esse hanno un luogo e una funzione, ma da sole non bastano al discernimento: vanno integrate, in modo inclusivo, con le dimensioni teologiche ed ecclesiologiche e, nel nostro caso, carismatiche comboniane.

Spiritualità e Carisma

I documenti presentano la prima priorità – Spiritualità (numeri 11-14) – direttamente innescata nell’icona del XIX Capitolo generale: “Io sono la Vite e voi i tralci – Radicati in Cristo insieme a Comboni”. Un’immagine molto suggestiva, richiamata già all’inizio dell’Introduzione e qui evocata come ispiratrice del sogno e delle linee-guida e degli impegni di questa priorità.

Da una parte, il testo è positivo e afferma la vitalità, la fecondità e l’attualità del carisma comboniano, come se fossero dimensioni del carisma pacificamente vissute (numeri 11, 12 e 14). Dall’altra, è propositivo e parla della necessità di “ravvivare e contestualizzare il carisma” (14.1), di “attualizzare il carisma” (14.2), in risposta a due istanze che lo chiedono: i segni dei tempi (il grido della terra e degli esclusi) e il magistero del Papa (Laudato Si’ e Fratelli Tutti). Vengono taciuti altri segni dei tempi che lo richiedono, come il ripensamento missionario in atto nella Chiesa, e non viene menzionata la Evangelii Gaudium.

Inoltre, il testo parla (al numero 14.3) di “sensibilizzarci sugli aspetti fondamentali del carisma” e offre suggerimenti pratici (al numero 14.4). Ma qui sembra che il carisma venga ridotto a spiritualità (Croce, Cuore di Gesù, opzione per i poveri). Ora noi sappiamo che la spiritualità fa parte del carisma, ma non è il carisma tout court; il carisma fondazionale integra la spiritualità ma non si può scambiare con questa, perché è molto di più di questa. La spiritualità configura il carisma in un determinato tempo, lo abbellisce, lo nutre, lo rende attraente e può evolvere secondo la sensibilità delle epoche; mentre il carisma fondazionale riguarda l’identità dell’Istituto e la sua finalità e rimane come pietra fondamentale ed elemento portante di tutti gli aspetti del carisma. È in questo senso che Papa Francesco usa il termine di carisma fondazionale (che usiamo qui) e affida ai Capitoli generali il compito di “verificare lo stato del carisma fondazionale”.

Altri suggerimenti offerti dagli Atti negli impegni della spiritualità, in particolare al numero 13 (dal 13.1 al 13.4 sul rapporto con Cristo, la preghiera, la vita interiore e sacramentale) sono certamente benvenuti da parte di tutti in quanto corrispondono a bisogni largamente sentiti tra noi. Come lo sono gli impegni del numero 14 (dal numero 14.4 al 14.7 sulla promozione di momenti celebrativi significativi, del pellegrinaggio a Limone per i confratelli giovani, della valorizzazione dei luoghi comboniani e della creazione di spazi della memoria in ogni provincia comboniana). Va detto, però, che bisogna andare ancora più a nascente, su queste iniziative: cioè, che l’Istituto ha bisogno di organizzare e costruire un percorso formativo sul carisma, che sostenga e dia sostanza a queste iniziative. Come andrebbe anche detto che la sfida più grande che oggi dobbiamo affrontare, sia in Europa che negli altri continenti, non è semplicemente condividere la spiritualità (impegno menzionato al numero 14.8) ma condividere e radicare il carisma missionario nelle Chiese locali dove siamo presenti. Solo alla luce del radicamento del carisma fondazionale ha un senso parlare di condividere la spiritualità; se invertiamo i termini, potremmo cadere nel promuovere quanto è devozionale. 

In questo senso, e in termini di spiritualità e carisma, sembra che gli impegni più importanti e significativi suggeriti dal Capitolo per il prossimo sessennio, vengano espressi più avanti: a) “un anno di formazione permanente sull’identità comboniana e la vita fraterna” (numero 17.4); b) “un anno di riflessione sulla nostra identità missionaria comboniana, sacerdoti e fratelli, alla luce della missione oggi” (24.1); c) “un anno di riflessione sulla missione dell’Istituto” (numero 25.1). Questi impegni capitolari intercettano e cercano di dare risposta a bisogni e carenze largamente avvertiti da comboniani e comboniane. 

Se è vero che i testi, messi l’uno accanto all’altro, presentano ripetizioni e qualche confusione di termini, è ovvio però che i suggerimenti sono pertinenti quando si tratta di mettere in luce l’identità carismatica dell’Istituto e chiarire il modello (i modelli) di missione che l’Istituto intende e può abbracciare, nella fedeltà al suo carisma fondazionale.

Ricezione con interrogativi

Nella ricezione agli Atti del XIX Capitolo Generale non possiamo sfuggire alcuni interrogativi, che non mettono in questione la loro accettazione ma cercano di qualificarla e renderla concreta per il lettore.

Il primo interrogativo in importanza riguarda il modello (i modelli) di missione che emerge dagli Atti. Il modello della missione come ecologia integrale emerge con ripetuta insistenza in vari passaggi. Si accenna anche ad un secondo modello, il modello della missione come fraternità. Entrambi possono essere chiamati modelli in costruzione, e sono proposti nel magistero di Papa Francesco in due importanti documenti: Laudato Si’ e Fratelli Tutti (AC 8; 14.2; 27, che menziona anche Evangelii Gaudium; 28; 29; 30.1; 30.2; 31.7; 41.2).

Due osservazioni s’impongono al riguardo: sono modelli che il Papa propone a tutta la Chiesa (non solo, il secondo è proposto a tutte le religioni!) e che ogni comunità ecclesiale (ogni istituto missionario, diremmo noi) è chiamata a fare suo, secondo il proprio carisma e situazione; sono modelli che non eliminano carismi esistenti né annullano altri modelli di missione esistenti nella Chiesa (come i modelli della missione come annuncio, incontro, liberazione o trasformazione sociale…). Questi due modelli in costruzione non esigono ministeri ordinati, ma piuttosto competenze e mistica. 

Sono, perciò, modelli aperti a tutti, esigendo solamente un carisma (interesse) personale e delle competenze (tecniche e professionali), per non rimanere al livello del mero desiderio, o wishful thinking, in cui talvolta si cade. La domanda s’impone: come mai negli Atti si propongono solo questi due modelli e si tacciono gli altri? Gli altri si danno per scontati? O si ignorano? Il Capitolo non ha niente da dire ai comboniani che s’identificano con altri modelli? Dovranno abbandonarli come superati, per assumere questi due? È realistico pensare a questo, considerata l’età della maggioranza dei comboniani, i percorsi fatti, le identità assunte e generosamente vissute?

È curioso, dal momento che l’Istituto comboniano è una fraternità per la missione, dove la grande maggioranza è costituita da ministri ordinati, identificati con vari modelli di missione. Nel testo degli Atti non si fanno distinzioni e si pensa a questi modelli proposti a tutti i comboniani e a tutte le comunità; non si fanno specificazioni, secondo le quali i modelli proposti potrebbero interessare in particolare i fratelli comboniani e/o i laici missionari comboniani (e le Suore Missionarie Comboniane). Si fanno riferimenti, en passant, al modello della missione come servizio (AC 9) riaffermando “l’urgenza di riqualificare i nostri impegni secondo il criterio della ministerialità”.

Un’altra domanda emerge nella ricezione degli orientamenti riguardanti la priorità “della comunione dei beni, condivisione al servizio della sostenibilità” (Atti 35-43). Gli Atti dicono, e bene, che “la sostenibilità dell’Istituto dipende dalla capacità di ciascuno di condividere tutto quanto è ed ha” (35) e sognano “un istituto sostenibile dal ponto di vista economico, sociale ed ecologico grazie alla Providenza e ad un efficace piano di sostenibilità” (36). 

Quando, poi, si cercano i fondamenti della sostenibilità si fa, in modo bello, riferimento al fondamento spirituale: “il cuore di un piano di sostenibilità è dare il meglio di sé” (35), e si fa un appello a “cercare tutti insieme le risorse per vivere e realizzare la nostra missione” (38,1) e ad acquisire le competenze di base nel campo dell’economia” (37.1). E negli impegni per attuare il Fondo Comune Totale, come strumento al servizio della sostenibilità, si menzionano tre principi fondamentali: “preparazione e rispetto dei bilanci, resoconti finanziari e verifiche” (39.1). Poi si aggiungono (40.1) come criteri “il discernimento comune, la corresponsabilità nella ricerca e nell’amministrazione dei beni comuni”. Infine, ci si impegna “a far crescere la solidarietà interna dell’istituto” (40.2 e seguenti). 

La domanda sorge perché non troviamo una chiara indicazione nel senso di assumere una moratoria sui progetti chiaramente non sostenibili per le nuove generazione di comboniani, come non troviamo criteri oggettivi per la (non) approvazione di progetti che non hanno senso nella prospettiva della sostenibilità. Sembra soggiacere l’idea che la sostenibilità dipenda dal condividere meglio i beni all’interno dell’Istituto e che possiamo continuare con la tipologia di progetti e il ritmo di spesa, in progetti, investimenti, ecc., a cui ci siamo abituati. Gli Atti, ovviamente, fanno appello “ad uno stile di vita sobrio, semplice, guidato da criteri ecologici a seconda del conteso in cui vive la gente (41.1); e affermano il principio della “causa comune con la gente… evitando il paternalismo e il nostro protagonismo” (42). Ma questi sono impegni a livello personale e occorrono anche criteri oggettivi a livello istituzionale, decorrenti del modello (o dai modelli) di missione che l’Istituto abbraccia in un determinato momento della sua storia.

Conclusione: Cosa mettere al centro?

Vorrei concludere questa riflessione sulla ricezione dei nostri Atti capitolari con due citazioni, che sono richiami evocati nel contesto della presente discussione in atto nella Chiesa riguardo alla ricezione del Concilio Vaticano II. Richiami che valgono, mutatis mutandis, per la ricezione del nostro XIX CG.

Il primo richiamo è mettere al centro l’evangelizzazione: “Non si comprenderebbe il Concilio e nemmeno l’attuale percorso sinodale (noi diremmo il percorso capitolare), se non si mettesse al centro di tutto l’evangelizzazione (…). La grande assise ecumenica è stata ispirata dall’esigenza di testimoniare e annunciare con parole nuove l’avvenimento della morte e resurrezione di Gesù e la sua presenza tra noi”.

Per molti anni la Chiesa (e gli istituti con essa, diremmo noi), “si è impegnata a consolidarsi come istituzione e a sopravvivere (…). Ora, per parlare di vita (eterna) occorre, invece, dare un primato, una centralità a Gesù Cristo il Signore”. Questa domanda – cosa mettere al centro – è vitale nella Chiesa oggi. In un’ora di sofferenze e umiliazioni (per gli abusi, gli scandali e tanta inconsistenza personale e istituzionale) s’impone di rispondere alla domanda “che Papa Paolo VI ha posto durante il Concilio: Chiesa, cosa dici di te stessa e che non sembra avere ricevuto risposte, non dico esaustive ma neanche affidabili, risposte che permettano di leggere la Chiesa sulla falsariga del Vangelo”. Dunque: Istituto comboniano, cosa dici di te stesso? Cosa metti al centro?

Il secondo richiamo riguarda l’ermeneutica per l’interpretazione della fede e, nel nostro caso, del carisma fondazionale comboniano: “La fede cristiana deve essere sempre interpretata in modo fedele alle sue origini e al tempo stesso al passo con i tempi. La Chiesa è quindi certamente obbligata a prendere atto dei segni dei tempi e a prenderli sul serio. Ma non sono nuove fonti di rivelazione. Nel processo a tre fasi della conoscenza fedele – vedere, giudicare e agire – i segni dei tempi appartengono al vedere e non al giudicare, accanto alle fonti della rivelazione”. I segni dei tempi sono “fonte di conoscenza per lo sviluppo della dottrina, ma le fonti della conoscenza sono qualcosa di diverso dalle fonti di rivelazione”.

L’autore delle due affermazioni conclude che non ci deve “sfuggire questa necessaria distinzione” nella lettura dei testi conciliari e sinodali, e lo stesso diremmo riguardo al testo dei nostri Atti del XIX Capitolo Generale.

P. Manuel Augusto Lopes Ferreira, mccj

Roma, 3 dicembre del 2022, festa di S. Francesco Saverio, patrono delle missioni e dell’Istituto Comboniano.