Testo pdf:

PER VIVERE L’AVVENTO

I. AVVENTO:
Tempo dell’attesa nella speranza attiva e impegnata

Il tempo d’Avvento è il tempo liturgico caratterizzato dalla presenza del tema della speranza o meglio dell’attesa nella speranza. Nel tempo dell’Avvento siamo chiamati a vivere l’oggi con una speranza attiva e impegnata.

In realtà, la speranza è un aspetto della fede ed e indissolubilmente connessa con l’amore. Lo stesso amore umano si sviluppa con questa dinamica: una persona che ama un’altra, per il fatto di amarla mette in questa persona una fiducia assoluta e attende tutto da lei nella speranza.

Peguy vedeva la speranza come una ragazzina che va a scuola con due sorelle maggiori, la fede e la carità, tenendole per mano. A quanti vedono camminare le tre sorelle, la piccola speranza sembra condotta dalle altre due, mentre è la piccola speranza che trascina quelle che sembrano condurla.

Questo modo di intendere la speranza affonda le radici nella Bibbia. In sintonia con l’A.T. che quasi non fa distinzione con quelle che noi abbiamo chiamato le tre virtù teologali, Paolo parla di queste tre virtù come di virtù distinte, ma intimamente unite (1 Tim 1, 3; 1Cor 13, 13; Gal 5, 5-8). Non c’è speranza senza la fede e l’amore, ma si crede e si ama perché si spera; la speranza dà forza alla fede e all’amore; la fede e l’amore suscitano la speranza.

Il mondo è triste, sembra che non speri più nulla, perché la sua crisi è la crisi della fede e dell’amore. È una vecchia crisi. Tutto il dramma dell’A.T. gravita attorno alla speranza e alle sue fluttuazioni. I profeti che Dio manda a Israele sono concretizzazione umano-divina della speranza, che sostiene il Popolo di Dio nel suo cammino verso un futuro migliore, in cui finalmente il Popolo di Dio finisce con lo sperare in Dio stesso e scopre che solamente il Signore e il suo Regno valgono la pena di essere attesi e sperati (Cf. Is 60, 19; Sl 96-99).

In sintonia con il popolo della speranza messianica, la parola di Dio in questo tempo d’Avvento è una proclamazione forte della speranza; una speranza fragile e forte nello stesso tempo, come una bambina disarmata, ma che incarna il futuro per mezzo di un continuo rinascere mentre respinge decisamente una vita da rassegnata.

L’itinerario dell’Avvento, cioè della venuta, dell’avvenimento, è come un’opera di paziente ricerca, in cui il credente deve scendere in profondità sempre maggior per scoprire il seme nascosto, che ha prodotto già tanti frutti nella terra in cui fu seminato. Questa terra è il cristiano stesso, il suo cuore, la sua comunità.

Da Gerusalemme in rovina fino all’umile nascita a Betlemme, dal deserto degli esiliati fino al deserto a cui invita Giovanni il Battista, la parola di Dio ci spinge ad andare oltre, a cercare sempre più in profondità verso Colui che battezza in Spirito Santo (Gv 1, 33)…

Infatti, il cristiano, morto e risorto in Cristo (Rom 6,1-7; Col 3, 1), possiede già le primizie del mondo futuro (Rom 8, 11-23) e spera la sua venuta per l’incontro e la liberazione definitiva.

In questo itinerario si profilano tre tappe:

1. Un tempo di vigilante attesa del Signore che viene.

In questo tempo di annuncio della salvezza che sta per arrivare, la voce del profeta Isaia ci mette in vigilante attesa del Signore che viene. La parola del profeta non cessa di proclamare la chiamata del Dio dell’alleanza, che è sempre presente, si ricorda, ascolta, sente compassione, e pronto a soccorrere, a colmare di beni, a correggere anche in modo duro, a rimettere il suo popolo sul retto cammino…

Isaia è il profeta per eccellenza del tempo di attesa, perché, tutto preso dalla grandezza del suo Dio, è convinto del suo continuo intervento nella creazione, ma annuncia un intervento ancora più grande, l’avvento del Messia.

Egli nascerà da una vergine e in tal modo s’inserirà nella dinastia di Davide, come ce lo presenta Matteo all’inizio del suo Vangelo. Ma la venuta del Messia non segna un termine: attraverso il Messia, Isaia ci fa attendere il giorno di Jahvè, giorno definitivo, terribile, ma giorno di giustizia e di pace, nel quale il mondo si ritroverà ricostruito nell’ordine e nell’unità.

2. Un tempo di preparazione della via del Signore

È il tempo del Precursore. In questo tempo Giovanni Battista, luminosa figura dell’attesa, ci convoca al “deserto” per preparare le vie del Signore che viene.

Il compito di Giovanni è di “preparare le vie del Signore” e “dare al suo popolo la conoscenza della salvezza”. Egli ne è cosciente e chiama se stesso voce che grida nel deserto: “Raddrizzate i suoi sentieri”.

Con la sua potente voce di araldo ci indica lo Sposo, il Dio dell’Alleanza, che viene nella persona di Gesù di Nazaret.

Quando lo vede venire, l’addita come “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29). Egli vede Gesù come la vera Pasqua che supera quella dell’Esodo (12, 1) e della quale l’universo otterrà la salvezza.

Giovanni B. è il primo che chiama Gesù “Agnello di Dio”, precedendo l’Apocalisse che ci invita alle nozze dell’Agnello vincitore, dopo aver dato il suo sangue per la redenzione del mondo. Perciò ogni volta che siamo convocati alle nozze dell’Agnello, non possiamo partecipare al banchetto eucaristico senza annunciare insieme la morte del Signore, la sua risurrezione e le esigenze che questo comporta per noi che siamo battezzati nella sua morte e risurrezione.

Il prefazio della liturgia del martirio di S. Giovanni Battista riassume in modo meraviglioso la sua vita e missione di precursore:

Presentendo la sua venuta, egli sussultò nel seno materno,
nella nascita prodigiosa preannunciò la gioia della redenzione e,
solo tra tutti i profeti, indicò l’Agnello del nostro riscatto.
Egli battezzò nelle acque del Giordano lo stesso tuo Figlio, autore del Battesimo,
e sigillò la sua testimonianza a Cristo con l’effusione del suo sangue”. 

3. Un tempo degli annunci

A questo punto siamo alla Quarta Settimana d’Avvento, che posiamo definire come tempo degli annunci e delle nascite che ci preparano immediatamente alla nascita del Messia. 

Tra le varie figure annunciatrici, emerge la figura di Maria, la Vergine, e quella di Elisabetta, la sterile. Lo Spirito Santo avvolge con la sua potenza creatrice la Vergine e la sterile, perché venga alla luce la sorgente della Vita che era stata promessa alla nostra speranza.

Questi annunci proclamano la presenza dei tempi messianici, invitano alla gioia e ci preparano immediatamente ad accogliere il Verbo-fatto-uomo nella nostra vita personale e nella nostra comunità. 

L’Avvento si apre con alcuni oracoli di restaurazione politica e si chiude con la contemplazione di un Re mite ed umile di cuore. Tra questi due estremi fa da cerniera la figura di Giovanni Battista, che è segno della “bontà misericordiosa del nostro Dio” (cf Lc 1, 78).

Attesa – Deserto   Restaurazione – Venuta del Messia. 

Il clima di crisi in cui vive il mondo d’oggi fa sì che le persone ritornino a un vocabolario profetico perché bisogna garantire il futuro dell’umanità e quindi preparare un mondo nuovo…

Certamente, i grandi testi dei profeti sono carichi d’impegno politico; anzi possiamo dire che sono gli unici che formulano il significato di una politica che non rimane impantanata nelle paludi della disperazione, perché propugnano un mondo nuovo secondo Dio. Se leggiamo Isaia, mantenendoci estranei alla miseria, alla ingiustizia e alla tortura che devastano il mondo di oggi, il nostro Avvento verrebbe ridotto a un sogno poetico e ad una preghiera senza discernimento.

La speranza è degna di credito soltanto quando coglie il clamore dei disgraziati. 

La speranza che noi celebriamo è la speranza di un popolo, giacché la Liturgia mai è un atto individuale. Così ci succede che piangiamo come piansero i nostri padri esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia… In altri tempi eravamo ben piantati nella città… Oggi siamo un piccolo “resto”… Per questo piccolo “resto” il Profeta proclama la Buona Notizia… Se la speranza pretendesse appoggiarsi sulla forza dei potenti, già non sarebbe speranza. Oggi stiamo scoprendo che la chiamata al deserto è proprio per noi ed è una chiamata che non ha niente in comune con le aspettative di turisti frettolosi…

Se nella Bibbia si restringe sempre più il cammino che porta a Gesù, ciò è dovuto al fatto che Gesù viene al cuore dei poveri, in pieno deserto, fuori delle mura delle città fortificate. A questo riguardo è estremamente eloquente la figura di Giovanni Battista: ci fu un uomo inviato da Dio per proclamare la necessità della conversione e indicare il vero Messia, senza occupare il posto di questi. Giovanni un uomo tutto di un pezzo, sincero, ardente, umile, dedicato, proprio come deve essere la speranza.

Nel deserto Giovanni si propone di ricostruire il popolo di Dio. Rinasce una comunità; una Chiesa spoglia dall’appannaggio farisaico e dalle solennità sacerdotali; una Chiesa con lo sguardo fisso sull’Avv­enimento. Col Battista, l’Antica Alleanza culmina con un grido sorprendente: “Viene il nostro Dio!”.

Ma questo carattere ben sottolineato del Profeta non può nascondere l’altro, che è fragile e suscita le nostre domande: “Sei tu colui che deve venire?”.

Questa domanda che facciamo a Giovanni, nasce dal timore di doverci incontrare ed impegnare con un Messia, la cui tenerezza sembra che manchi di armi efficaci per vincere l’avversario.

Ma Giovanni non esita: felice di essere l’amico dello Sposo, è per noi il dito che indica in Gesù di Nazaret l’Agnello di Dio.

L’Agnello di Do viene… I1 nostro itinerario si va restringendo e converge verso alcune umili abitazioni, dove incontriamo donne incinte e persone che non contano agli occhi del mondo. Lo Spirito Santo, che sa soffiare a tempesta, diviene qui discreta e soave brezza del mattino. In questo clima, scorga il canto di liberazione del Magnificat; la danza entusiasta della Visitazione ricorda l’incontro con l’Arca ricuperata; niente può impedire a quelle donne, come Maria ed Elisabetta, di cantare e danzare, piene di gioia per i figli concepiti, che sono risposta all’umanità in attesa di salvezza.

La speranza è una bambina, che la portano per mano… Ma è essa che porta noi.

L’Avvento termina con il Natale del Signore. Andremo fino al luogo dove sono convocati i Pastori. Felice chi crede nella nascita, cioè nel futuro sempre possibile. I1 nome di Emmanuele s’impossessa di noi: Dio è con noi con volto di bambino.

Lì, nel “Figlio che ci è stato dato”, Dio ci dà il manuale per costruire il mondo, in cui “la giustizia e la pace si baceranno”.

II. AVVENTO: CAMMINO DI SOLIDARIETÀ

L’incontro con Gesù a cui ci porta l’Avvento, è cammino verso la solidarietà e questa verso la missione. La comunione personale con Gesù e con i fratelli e sorelle nella comunità porta a servire il prossimo in tutti gli aspetti della sua vita sia materiali sia spirituali, affinché in ogni persona risplenda il volto di Cristo.

L’esperienza dell’Avvento e del Natale è autentica, quando promuove una cultura della solidarietà che sbocchi in opportune iniziative d’aiuto ai più bisognosi e trasformi i criteri d’azione delle persone, così che nascano strutture e meccanismi sociali basati sulla solidarietà e la giustizia. La solidarietà è il servizio della carità, alla quale ci chiama il Signore Gesù coinvolgendoci nel Mistero della sua Incarnazione. Una solidarietà che si esprime in azioni concrete, come l’impegno per la riconciliazione tra i popoli, il lavoro per i diritti umani, la difesa della vita, la denuncia dei peccati sociali, ecc.

Partendo dall’incontro con Cristo, ogni cristiano/a potrà portare a compimento la sua missione nella misura i cui la vita del FIGLIO di DIO fatto UOMO come modello perfetto del servizio della sua carità nella solidarietà.

Il primo modo per vivere un autentico servizio della carità nella solidarietà è la preghiera. 

Nella preghiera cominciamo a vivere la SOLIDARIETÀ verso le persone che portiamo nel cuore: fare qualche adozione per farne oggetto nella preghiera. La preghiera si trasferisce nella nostra vita e la permea, aprendoci alla solidarietà benevolente, cioè a quell’atteggiamento interiore che ci spinge ad amare gli altri, desiderando la loro felicità ed impegnandoci disinteressatamente per la loro salvezza.

Un cammino spirituale, un’esperienza di preghiera, quando è autentico, non ci allontana dagli altri, anzi ci spinge verso di loro. 

L’autentico uomo di preghiera porta nel cuore gli uomini per presentarli a Dio e porta Dio agli uomini, cioè santifica o consacra il mondo. Come peccatore ha ottenuto da Dio il dono di riconoscere i propri peccati, l’uomo di preghiera sa riconoscere nell’altro l’immagine di Dio che tutti portiamo impressa e la fa emergere sul peccato che la nasconde. Pregare è invocare lo Spirito Santo, affinché ci conceda il dono del ripristino della nostra condizione di figli che gridano “Abbà, Padre”. Dicevano gli antichi padri del deserto: “Come possono avere rivelazioni e vedere gli angeli? Beati coloro che hanno davanti a sé il proprio peccato” e invocano il nome del Signore: – Gesù Signore, abbi pietà di noi

Sperimentiamo che la nostra preghiera diventa anche per gli altri fonte di vita e forza: “Se vedi un tuo fratello commettere un peccato, prega, e Dio gli darà la vita” (1Gv 1, 16). 

Se preghi per gli altri, rimetterai in piedi e farai rivivere le anime morte o moribonde, secondo le parole del Signore: “Risusciterete i morti” (Mt 10, 8). 

“La preghiera fatta con fede, salverà il malato, e il Signore gli darà sollievo. Inoltre, se il malato avesse commesso dei peccati, gli saranno perdonati” (S. Giac 5, 15). 

La preghiera d’intercessione per i peccatori, è un modo di rispondere con responsabilità alla domanda di Dio: “Dov’è tuo fratello?”; nello stesso tempo aumenta il numero dei membri attivi all’interno della Chiesa e della famiglia umana.

La preghiera d’intercessione ci fa sentinelle per la vita dell’umanità: “Figlio dell’uomo, ti pongo come sentinella nella casa d’Israele” (Ez 3, 16). 

Così per mezzo della preghiera d’intercessione, sei costituito apostolo del messaggio di salvezza per tutti i peccatori, vicini e lontani, che hai incontrato nella tua vita o che mai hai conosciuto: “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28, 19). 

Mediante la preghiera d’intercessione ti fai sacerdote, nel senso che sei responsabile della salvezza degli altri e capace – nell’amore, nel dono di te stesso e nella partecipazione nel sacrificio e nel sacerdozio di Cristo – di liberarli dalla condanna a morte dovuta al peccato.

Quando ti fai carico del peccato degli altri, gemendo dal profondo del tuo cuore sotto il suo peso, facendo penitenza e divenendo peccatore al loro posto, ti rendi capace di chiedere perdono per loro e di ottenerlo. “Gesù, vedendo la sua fede disse al paralitico: Coraggio, i tuoi peccati ti sono perdonati” (Mt 9, 2).

Condizione per la preghiera di solidarietà:

AMARE DIO E LASCIARCI AMARE DA LUI

È l’obiettivo fondamentale del cammino spirituale verso Betlemme. Dice Matta il Meskin (= Matteo il povero): «A chi desidera entrare nel monastero non metto nessuna condizione; semplicemente gli domando: Ami il Signore? E se lui mi risponde “sì”, gli faccio una seconda domanda: “Senti che Gesù ti ama, ti senti amato da Gesù?” Se anche ora mi risponde “sì”, allora avanti (“c’è posto anche per te”), giacché è l’amore del Signore che ci ha uniti e ci guida ogni giorno della nostra vita… che almeno una volta abbia sentito palpitare il proprio cuore per amore di Dio.

Quando nella preghiera perseverante tieni lo sguardo fisso su Gesù, il suo sguardo mistico e invisibile si imprime segretamente nel tuo essere interiore e ricevi le qualità cioè il riflesso della sua dolcezza e bontà infinita e lo splendore del suo volto (Sl 4, 7)». 

III. FIGURE TIPICHE DELL’AVVENTO

Per aiutarci a vivere l’Avvento la Liturgia di questo periodo ci presenta alcune figure tipiche, che ci serviranno come punti di riferimento nel nostro impegno e come guida nell’itinerario spirituale di questo tempo di grazia.

ISAIA:
il messaggero della consolazione

È il messaggero della consolazione, il profeta che ci accompagnerà quasi tutti i giorni dell’Avvento. Egli è, per così dire, la personificazione della consolazione e della speranza. Il mondo di oggi, dominato dalla angoscia, dalla nevrosi, patisce continue disillusioni nelle sue più alte e nobili aspettative, stanco per la ricerca disperata di uscire dalla sua situazione senza riuscire, è un mondo che ha estrema necessità di questo messaggio. È vero che l’attuale situazione del mondo da attribuirsi al mondo stesso che ha voluto costruirsi la sua torre, sfidando la supremazia di Dio. Ma è necessario infrangere questa catena della colpa che genera angoscia e della angoscia che a sua volta è causa di nuove colpe. È il messaggio della consolazione e della speranza divina, che può spezzare questo cerchio che stringe sempre più l’uomo, avvicinandolo alla morte! 

È necessario che qualcuno assuma il compito di consolare il popolo: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore» (Is 40, 1); che gli annunci che «quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion… allora verrà il Signore su ogni punto del monte Sion» (Is 4, 4-5). Anzi che gli dica che «che è finita la sua sofferenza, che è stata scontata la sua iniquità» (Is 40, 2); e che Dio «preparerà per tutti i popoli… un convito di carni grasse e di vini raffinati» (Is 25,6).

E a chi si mostrerà scettico e incredulo, si dovrà ricordare che persino «una vergine concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14): segno di quella potenza divina che dà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, l’agilità agli storpi (cf. Is 35, 5-6)!

Bisogna aiutare il mondo a vivere questa meravigliosa “utopia” (= visione) della fede e della speranza: nella certezza che «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra caliginosa di ombre di morte, risplendette una luce» (Is 9, 1).

Tutto questo non distoglierà l’uomo dal suo impegno, addormentandolo con la droga di un miraggio lontano; ma ne vivificherà lo sforzo, nella luminosa sicurezza dell’esito. Nella misura in cui il messaggio della «consolazione» e della «speranza» penetra nell’uomo, egli si sentirà più agile ad assumere le sue responsabilità, e più impegnato nello svolgerle…. Questo aiuto consisterà principalmente e fondamentalmente nell’atteggiamento di sereno ed equilibrato ottimismo di fronte alla vita che il credente offrirà al mondo che lo circonda.

Il Cristiano deve sostituire la visione deprimente del mondo attuale con la luminosa visione profetica del lupo che dimora con l’agnello e della pantera che si sdraia accanto al capretto (cf. Is 11,6); o dell’altra in cui si sentiranno i popoli esclamare: «Venite saliamo al monte del Signore… perché ci ammaestri sulle sue vie» (Is 2, 3); e nella misura in cui va scoprendo i segni di questa consolante realtà è chiamato ad impiegare tutte le sue energie per riuscire a realizzarla il più pienamente possibile in se stesso e negli altri. È questo un importante impegno da attuare celebrando il mistero della venuta del Signore. «Come sono graziosi sui monti i piedi del messaggero di gioia che annunzia la pace, che reca una buona notizia, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Il tuo Dio regna”» (Is 52,7).

Naturalmente, sarà necessaria anche la proclamazione del duro messaggio pasquale che questa liberazione si attua attraverso la Croce. Ma anche la Croce, pur conservando il suo peso ed il suo sapore amaro, sarà più accettabile, se inserita più chiaramente come mezzo per lo svolgimento di un processo di liberazione!

Ascoltando il messaggio del profeta Isaia viviamo la nostra speranza e la nostra gioia perché il Salvatore è vicino. Egli viene per liberarmi da questa schiavitù concreta in cui mi trovo, che mi angustia e mi impedisce di vivere con autenticità. Isaia ci ricorda che l’Avvento è un dono della gratuità di Dio che viene al mio incontro e mi salva. Certamente gli uomini accoglierebbero meglio il messaggio cristiano, se lo scoprissero nella sua vera realtà di “buona novella” della liberazione, e non semplicemente come un cumulo di leggi e di divieti. 

GIOVANNI BATTISTA:
il testimone di Cristo.

La figura di GIOVANNI IL BATTEZZATORE nel suo atteggiamento e nella sua azione anticipa già il messaggio quaresimale della conversione e della penitenza; ma, nella sua parola esplicita, che viene riportata dalla liturgia di questo periodo, ci si presenta soprattutto come colui che è tutto proteso verso il Cristo.

Egli dimentica la sua identità personale. Non è più Giovanni, figlio di Zaccaria; ma è semplicemente “voce di colui che grida nel deserto” (Mt 3,3): quasi ad indicare la sua essenziale relatività al messaggio che annuncia. 

E non ha paura a stornare da sé l’attenzione, anche a rischio di essere abbandonato poiché non è né Elia, né il Profeta (cfr. Gv 1,20-21): quel che importa è che gli uomini si accorgano della presenza di Uno che essi non conoscono (cfr. Gv 1,26) e che è molto più grande di lui (cfr. Lc 3,16). Suo compito non è di affermarsi, ma di preparargli la strada: disposto a scomparire, purché lui cresca (cfr. Gv 3,30), poiché “l’amico dello sposo… si riempie di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29).

L’insegnamento di Giovanni Battista è di grande importanza ed attualità.

Si è sempre tentati di mettere in mostra se stessi…. Non è facile assumere l’atteggiamento di Paolo, che loda e apprezza l’attività dei suoi collaboratori: l’eloquenza di Apollo, la fedeltà di Luca, l’interessamento di Timoteo… anzi, persino l’apostolato “invidioso” dei suoi antagonisti, perché quello che gli interessava era unicamente che “Cristo fosse annunciato” (cfr. Fil 1, 15-18).

Come il Comboni, del resto: che dichiara di apprezzare e sostenere i suoi missionari, malgrado le calunnie di cui qualcuno era responsabile, purché gli salvassero i suoi Neri.

Certo, il frutto più desiderato della celebrazione della venuta del Signore dovrebbe essere proprio un amore totale per Cristo, da farmi dimenticare ogni altro interesse: una donazione totale di me stesso a Cristo, da non poter vivere che per annunciarlo, anche nelle piccole e insignificanti situazioni di ogni giorno. Come Paolo, per cui “vivere era Cristo” (cfr. Fil 1, 21; Col 3, 4; Gal 2, 10; Rom 14, 17) ed una necessità l’annunciarlo (cfr.1Cor 9, 16-18; Rom 1, 5; Col 1, 35; 2Tim 4, 1-5).

Questo significherebbe non soltanto una più profonda maturazione nella mia vocazione missionaria, ma anche una risposta più adeguata alle attese del mondo.

Infatti è Cristo che, più o meno consapevolmente, il mondo aspetta. E se io gli porto qualcosa che non sia Cristo, non faccio altro che aumentare il numero dei suoi idoli.

Gli uomini sono già pieni di idoli di ogni specie nel tentativo di uscire con ogni mezzo dalle situazioni di oppressione, di schiavitù, di angoscia. Alcuni mezzi sono radicalmente inefficaci: come la droga, il divertimento sfrenato, il piacere disordinato… che poi lasciano gli uomini più schiavi, angosciati e oppressi di prima. Altri mezzi potrebbero anche essere validi; ma, purtroppo, si rivelano il più delle volte come dei palliativi, che leniscono temporaneamente il dolore, senza toglierne la radice profonda, perché vi manca, o non è sufficientemente presente, il Cristo.

Solo Cristo è il “liberatore”, vero e autentico. Ma deve essere indicato, annunciato, perché gli uomini lo scoprano e lo incontrino. Se tutti gli psicologi, i sociologi, i pedagoghi, ognuno per la propria parte, divenissero dei nuovi Giovanni Battista che additano il Cristo…. Ma se almeno nei sacerdoti, religiosi e laici più consapevoli si ritrovasse qualche traccia di questa figura straordinariamente missionaria di Giovanni Battista…

Perché possa crescere la presenza di Cristo nel mondo, è necessario, infatti, che delle persone abbiano il coraggio di perdersi, per diventare semplicemente “voce che grida”, che non cerchino se stesse, ma unicamente il Cristo; che abbiano il coraggio di dire, a se stessi prima che agli altri: “non sono io il Cristo” (Gv 1, 20); “è necessario che Lui cresca e io diminuisca” (Gv 3,30). 

LA VERGINE MARIA

La figura de Maria illumina questo periodo liturgico, principalmente mediante tre caratteristiche della sua personalità:

1. Il mistero del suo IMMACOLATO CONCEPIMENTO: ottimismo cristiano.

La contemplazione dell’Immacolata rende più sereno e consolante lo sguardo sul mondo. Anche se risalta un contrasto molto vivo tra la figura luminosa di Maria e la situazione di peccato della vita degli individui e dell’umanità nel suo insieme, tuttavia non cessa di essere vero che l’Immacolata è sempre un fiore sbocciato su questa terra: e quindi, mi posso sempre compiacere in Lei e con Lei, anche se non posso sempre compiacermi in me stesso e in tante altre situazioni di questo mondo. 

Dio stesso deve guardare con benevolenza a questa umanità, perché la vede dello stesso ceppo da cui è spuntato il fiore dell’Immacolata.  E perciò posso e cerco di fare lo stesso anch’io. Come sarebbe possibile guardare al mondo soltanto con uno sguardo di pessimismo e nello stesso tempo credere al mistero dell’Immacolata!. Se Dio è così potente da far sorgere un fiore così bello in una terra incolta, saprà pure trasformare il presente “deserto” del mondo in un “giardino del Regno”! Tanto più che Maria è esattamente una “figura”, cioè un’anticipazione profetica! 

2. Il mistero dell’ANNUNCIAZIONE: la forza della Parola di Dio. 

Il cammino liturgico dell’Avvento richiama il mistero dell’Annunciazione nei giorni precedenti al Natale. 

Il mistero dell’Annunciazione è la celebrazione della potenza vivificante della Parola di Dio, quando viene accolta con animo aperto e sincero. È meraviglioso, infatti, quello che questa Parola ha prodotto in Maria. L’ha resa misteriosamente feconda, lei che non conosceva uomo (cfr. Lc 1, 34), d’una fecondità senza pari! Che cosa sarà capace di produrre nel mondo, qualora questo mondo fosse veramente investito dalla Parola di Dio?!. Molte persone, umanamente deboli, hanno compiuto cose strepitose nella forza di questa Parola! Che cosa non ha fatto una Teresa d’Avila, una Paolina Jaricot?… ed erano persone fragili, ammalate! E, più lontano, Paolo di Tarso? E, all’origine stessa di questa incredibile avventura, la “debolezza personificata” del crocifisso del Calvario? La potenza di Dio, a cui si era pienamente affidato (cfr. Lc 23, 46), lo ha trasformato in “Spirito vivificante” (1Cor 15, 45).

Ma deve essere recata al mondo questa Parola, con fede e coraggio, perché «come crederanno in Colui, del quale non hanno sentito parlare? e come ne sentiranno parlare, se non c’è chi lo annuncia?» (Rom 10, 14).

Il mondo, malgrado tutto, ha ancora una ardente sete di Dio. E oggi forse più che mai. Altrimenti come potremmo spiegarci il massiccio accorrere di giovani a Taizé, e in questi ultimi anni attorno al Papa Giovanni Paolo II o nelle giornate mondiali della gioventù, ecc. Non può essere solo frutto di esaltazione, o di “moda del momento”. Certo però che il mondo ha sete di un Dio autentico; della sua Parola. 

Certamente, la Parola di Dio chiede disponibilità piena, per poter operare i suoi prodigi. Maria non sarebbe diventata feconda, se non avesse pronunciato il suo “Sì” generoso e incondizionato! E sta senza dubbio anche in questo una delle radici dell’attuale “sterilità” del mondo. È così difficile essere veramente disponibili alla Parola! Si ha la dolorosa sensazione di “perdersi”!

Ma c’è anche sicuramente una mancanza di Parola. Come missionari siamo chiamati ad essere profeti annunciatori di questa Parola.

Il compito del profeta è arduo. Egli deve essere intimamente penetrato dalla Parola di Dio, così da annunciarla fedelmente; ma insieme anche profondamente compromesso con la vicenda umana, nella quale deve inserire questa stessa Parola. Tuttavia è tanto facile lasciarsi talmente coinvolgere dalla vicenda umana da non poterla più illuminare: il ministro della Parola diventa lo psicologo, o il sociologo, o il politico, o l’economista….; oppure ignorarla a tal punto da non poterla più leggere, e farla leggere, alla luce della Rivelazione divina: il ministro della Parola diventa un arido conferenziere, che espone verità che non interessano a nessuno. E così la “vergine”, cioè il mondo non è fecondato e non partorisce, perché manca un autentico annuncio!

Una celebrazione consapevole di questo periodo liturgico dovrà certamente farmi riflettere, sia sulla mia “disponibilità” alla Parola, che sul mio “annuncio” della medesima. 

3. Il mistero della MATERNITÀ DIVINA: il dono di sé agli altri.

Ritroviamo, infine, la Vergine Maria nel mistero della sua MATERNITÀ DIVINA, di cui la festa liturgica del 1° gennaio ci invita a penetrare il segreto.

Noi crediamo a questo mistero, definito ad Efeso nel 431: e cioè che Maria, generando la Persona del Verbo secondo la carne, è vera e autentica Madre di Dio. In questo momento, però, non è tanto il contenuto dottrinale che ci interessa, quanto piuttosto la dinamica spirituale che soggiace al mistero. Perché è di questa che il mondo d’oggi ha bisogno!

Forse oggi il mondo soffre di un “vuoto d’amore”: cioè, di una certa incapacità a donarsi. A volte si ha l’impressione che molti non si donino più, ti “sperimentino” soltanto! che abbiano paura di impegni definitivi che condizionano irrevocabilmente all’altro, volendo mantenere la possibilità di autoregolarsi secondo le circostanze: ora mi sento realizzato, è quindi ci sto; adesso non mi sento più realizzato, e quindi cambio! Cioè, si vive in un clima di perenne fidanzamento, senza mai giungere alla maturazione stupenda della ‘maternità’.

La maternità è l’immagine più bella della donazione: ossia, di una persona che vive esclusivamente in funzione dell’altro. E in Maria questa immagine raggiunge il suo vertice, perché Maria non è una donna che è anche madre: è unicamente madre!

Tant’è vero che, se avessimo avuto solo il Vangelo di Giovanni, non avremmo neppure conosciuto il suo nome! San Giovanni, infatti, non la designa mai con il suo nome “anagrafico”, ma unicamente come la “Madre di Gesù”. Quasi ad indicare che questo, e soltanto questo, costituisce la “personalità” di Maria!

Ma se Cristo è nato al mondo, è perché Maria ha saputo assumere generosamente la sua funzione di “madre”: cioè, di persona integralmente donata. Perché questo costituisce l’essenza della maternità! È bello contemplarla nell’atteggiamento in cui ce la presenta una immagine – credo che si chiami la “Madonna zingara”, a motivo dell’abbigliamento – dove la vediamo stringere al petto il Bambino, per fargli sentire tutto il calore del suo affetto, intimamente inebriata di Lui e dimentica di sé…

Il mondo ha bisogno che quest’immagine gli venga attualizzata, ossia, che veda delle persone che non passano la vita a “sperimentarsi”, a “tastarsi il polso”, sempre ripiegate su se stesse in una eterna autocontemplazione, o autocommiserazione. Al contrario, abbiano il coraggio di buttarsi nella dolorosa, ma splendida, avventura dell’amore che si dona. Che rompano la catena del “do ut des”, tipica di colui che vuole “sentirsi realizzato”; e sappiano invece realizzare la loro “personalità” proprio nel donarsi: esattamente come Maria, che è solo ed esclusivamente la “Madre di Gesù”!

Allora anche Cristo continuerà il mistero della sua “nascita” nel mondo, perché Lui pure ha bisogno di trovare nuove “viscere materne” per poter nascere di nuovo tra gli uomini! 

GIUSEPPE, IL FALEGNAME DI NAZARET:
guida nell’itinerario spirituale di Avvento

Tra le figure tipiche, che ci serviranno come punti di riferimento nel nostro impegno e come guida nell’itinerario spirituale di questo tempo di grazia, incontriamo la figura di Giuseppe. Egli è il falegname di Nazaret, l’ “uomo giusto”, convocato al “deserto” dal Signore che viene per preparare le sue vie.

L’essenza del deserto non è il luogo geografico in se stesso, ma la vita contemplativa, l’unione profonda che lì si stabilisce tra Dio e il chiamato. Il fulcro del deserto è la scoperta della volontà di Dio e l’abbandono generoso a questa volontà che si manifesta nelle circostanze normali della vita.

Nel Vangelo incontriamo nella persona di Giuseppe una meravigliosa figura di uomo del deserto, che vive in continua contemplazione e non cerca altra cosa se non scoprire e compiere la volontà di Dio.

Matteo esprime tutta questa meravigliosa realtà in una sola frase: “Giuseppe era un uomo giusto ” (Mt 1,19). Lo stesso Matteo parla di tre “sogni” che Giuseppe ha avuto.

«Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”» (Mt 1,20).

In occasione della persecuzione contro Gesù da parte di Erode, «un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché io non ti avvertirò» (Mt 2,13).

In terzo e ultimo luogo il Vangelo narra ciò che segue:

«Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese di Israele”» (Mt 2,19-20).

La teologia del cristianesimo primitivo, avendo sempre in vista il grande valore della preghiera, ha dato già la spiegazione di questi passi evangelici: nella meditazione (= in “sogno”), realtà così profonda in cui la vita raggiunge gli ultimi confini dell’universo, può divenire sensibile e visibile (= l’ “angelo”) il destino eterno dello stesso uomo, la sua vocazione; nella meditazione traspare la missione inconfondibile dell’uomo.

Mentre meditava nel silenzio della notte, Giuseppe ha potuto penetrare nel destino di Maria.

Tormentato dal dubbio e dall’incertezza, Giuseppe, mettendosi in profonda preghiera, ha potuto presentire il mistero dell’incarnazione. È stato allora che accettò di buon animo il messaggio dell’angelo.

Il futuro si presentava davanti a lui come accettazione e conformità ai piani divini.

Si mostra un uomo incapace di ribellarsi alla volontà di Dio, un uomo totalmente consegnato in Dio e un modello di vita contemplativa. La sua semplicità verso la sua sposa fu stupenda.

Ha sempre condotto la sua vita in un clima di fede e fiducia, nonostante le incertezze, l’imprevisto e perfino le tenebre che avvolgevano la sua umana.

Grazie alla sua vita semplice ed umile, Gesù è stato suo figlio forse più ancora che se egli stesso l’avesse generato:

«Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe»» (Gv 6,42), «Non è questo il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22), «Non è egli forse il figlio del carpentiere?» (Mt 13,55), «Gesù aveva circa trent’anni ed era figlio, come si cedeva, di Giuseppe» (Lc 3,23). 

Giuseppe fu il grande pellegrino della umanità, dell’universo. Le sue mani erano sempre vuote. Dio provò in molti modi il suo amore, tuttavia Giuseppe mai ha emesso un lamento. Alla fine, non gli resta che lasciare il mondo e portarsi nell’eternità i dubbi in cui si era dibattuto. Tutto sarebbe trasformato nell’Amore oltre il quale non resta niente altro da desiderare.

Possiamo avere anche la certezza che l’amore di Giuseppe per Maria fu sincero e profondo. Una voce, (quella dell’angelo) ha rotto il silenzio in cui era sommerso e gli annunciò eventi che egli mai arrivò a comprender totalmente (Cf. Mt 1,20).

Ma Giuseppe obbedì, nonostante non avesse capito. 

Prima che si completasse il mistero di suo Figlio (e al quale egli neppure poteva chiamare Figlio), e prima ancora che Gesù consumasse la sua missione nella croce, Giuseppe aveva già preso su di sé il peso di un destino e di una missione simile a quella di Gesù.

Si trattava di una missione interiore. E di fatto egli fu un uomo sofferente e abnegato, crocifisso. 

Per questo, Giuseppe è uomo del deserto nonostante che mai è uscito dalla sua casa e dalla sua officina, giacché il fulcro del deserto è la contemplazione e attraverso di essa il completo abbandono di se stesso alla volontà di Dio.

– Cfr. – Ladislaus Boros, Cristo e os homens diante da tentação, Ed. Paulinas, 1972, pp. 12-14.

IV. ESERCIZI DI PREGHIERA

MARIA, DIMORA DI DIO FATTO UOMO

Dio viene nella nostra terra, nel nostro mondo, rispettando l’uomo. Dio ha voluto contare con l’uomo per incarnarsi. Maria è la piena di grazia e serva del Signore, che riceve il messaggio, l’annuncio dell’angelo. Maria sperava, desiderava ardentemente la salvezza di Dio. Una ragazza comune, come quelle del suo popolo, che era sposa di Giuseppe. Dio ha trovato un cuore cui annunciare il messaggio della salvezza. Maria esperimenta la forza misteriosa dei piani di Dio, che la sceglie per essere la porta attraverso la quale Egli entra nel nostro mondo. Maria è il «Sì» dell’umanità a Dio. Tutta la sua scelta consiste nel non scegliere…, nel lasciarsi fare, in essere apertura e disponibilità. Tutto il suo “sì” fu un’espressione della sua accoglienza incondizionata di Dio. 

Maria, piena di grazia da sempre, e perciò in piena libertà di fronte a Dio, vive sempre in un sì totale e assoluto. Ella per grazia visse così. Per questo Maria era già di Dio; in realtà, in lei Dio venne tra i suoi ed ella “sì lo l’ha ricevuto…”. Maria era già di Dio, nella sua piccolezza e trasparenza era posseduta da Dio. Perciò, nel suo sì, Dio s’incarna e ci dà Gesù, Dio fatto uomo. 

Maria, accogliendo Dio, s’identifica con la missione di Gesù… e si trasforma in mediazione di Dio. In Maria noi incontriamo Gesù. Davanti a Maria il nostro cuore s’intenerisce… e accende in noi il calore e l’amore sufficiente per andare trasformando le nostre reticenze e chiusure nella nostra relazione con Dio in un sì che come il suo faccia possibile l’incarnazione di Dio nella nostra vita. Una vita reale e semplice…, sobria e povera…, ma piena della presenza salvifica di Gesù.

«Hai trovato grazia presso Dio…, concepirai un figlio e lo darai alla luce… Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… Lo Spirito Santo scenderà su di te su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 30-32). 

Messaggio di salvezza, d’incarnazione, del mistero insondabile di Dio. La gloria di Dio nella piccolezza, la ricchezza nella povertà, la pienezza nello svuotamento… A tutto ciò voleva arrivare Dio affinché l’incontrassimo nella nostra vita umana. La povertà, lo svuotamento, la debolezza o l’infermità, l’angustia e l’oscurità possono essere luoghi dell’incontro con Dio. Tutto ciò che è umano, per quanto povero e debole, può essere una realtà piena della verità, della vita, dell’amore e della grandezza di Dio. Non abbiamo più necessità di cercare Dio nell’irraggiungibile e nell’invisibile. Dio è lì, incarnato. Da ogni realtà ci guarda, ci parla, s’avvicina a noi. Gesù s’incarna nella debolezza, povertà, umiliazione. «Eccomi, sono la serva del Signore».

Ci sarebbe piaciuta un’incarnazione trionfale, all’insegna del potere, e che facesse forti e potenti anche noi. Dio si nasconde nella nostra debolezza, nella povertà e nell’umiltà. Mediante l’incarnazione Dio si è avvicinato al nostro mondo e si è fatto uomo. Mediante l’incarnazione noi, con un sì come quello di Maria, ci avviciniamo a Dio, ci facciamo una cosa sola con Lui e ci trasformiamo in Lui…

«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». 
«È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore » (Lam 3, 26).

SUGGERIMENTI

Maria viveva in silenzio… ed in armonia… / Osservala in silenzio…

+ Immaginatela nella sua casa…, piena di pace e di bontà…
Lasciati contagiare dalla sua pace… e bontà.

Viveva una vita ordinaria…, semplice.
Così la vediamo con gli occhi limpidi del nostro cuore… Contemplala.

+ Il suo cuore era solo per Dio, suo unico Signore. Piena sempre del Signore.
Nella totalità del suo essere era preghiera, unione con Dio.
Prega un momento contemplando Dio in lei.

La sua mente ed il suo cuore aspettavano la venuta del Salvatore. / Aspettava in silenzio…

+ Osservala serenamente… e contagiati dei suoi desideri di salvezza…,  del Signore…
+ Evoca i sentimenti della Vergine nell’annunciazione dell’Angelo… 
Guardala…, osservala…, ascoltala…

«Eccomi, sono la serva del Signore…»

+ Come ha pronunciato queste parole Maria?
Che cosa ha sentito, mentre le pronunciava?

«Avvenga di me quello che hai detto». 

+ Docilità…, sforzo…, rassegnazione…, obbedienza… 
Creta malleabile in mano del Signore…
+Lascia che Lei ti trasmetta la sua esperienza…
Evoca i sentimenti che viveva Maria durante questi giorni prossimi alla nascita  di Gesù.
Cerca di sintonizzarti con i sentimenti ed il vissuto della vergine Maria. 
Chiedilo a lei stessa…
Vivi in un sì costante al Signore.
Ripeti: «Avvenga di me quello che hai detto…»

V. LA MIA VITA: UN AVVENTO

L’Avvento è l’eco della storia dell’umanità, in cerca di Dio.

Vivere è sperare, è stare in attesa. Sempre stiamo aspettando qualcosa o qualcuno. Vivere è desiderare qualcosa o qualcuno…; sempre stiamo desiderando che si compiano alcuni progetti, piani o aspirazioni…

Vivere è stare in attesa… A volte l’oggetto della nostra attesa sono le piccole cose della vita quotidiana, come attendere un amico che ritorna da un viaggio, attendere che passi il catarro che mi disturba o che arrivi un giorno di vacanza.

La nostra vita è piena di desideri, a volte anche triviali…

Che cosa aspetti tu…? Chi aspetti…? O non aspetti niente e nessuno…?

In ognuno di noi come sfondo della nostra esistenza, esiste una speranza. Speriamo vivere meglio, più intensamente. Che cosa? Non posso dirlo io. Ciascuno deve scovare nel suo ripostiglio personale e aprire il baule di questo vivere meglio e scoprire che cosa contiene il suo baule. Sarebbe importante che ciascuno di noi dedicasse qualche minuto di tempo cercando di scoprire quest’immenso mondo dei suoi desideri, speranze… nei suoi diversi aspetti e contenuti…

In somma che cosa speri…? 

Spero di vivere meglio tutta la mia realtà personale, che si realizzino le mie più intense aspirazioni, e che riesca a sviluppare tutte le mie capacità. Che si realizzino tutte le mie attese, e riesca a vivere in pienezza la mia vita.

Speriamo che diventi realtà in noi la pace. Vivere in pace, nella luce, nella profondità e ricchezza della nostra vita, nelle radici del nostro essere… Speriamo vivere nella verità, nella trasparenza e semplicità. Speriamo essere e vivere la ricchezza di una vita piena di amore e di comprensione: Vivere nell’amore e dall’amore, sentendoci a nostro agio nella famiglia o nella comunità. 

In realtà, il nostro baule dei desideri e di speranze è pieno di un’unica speranza, vivere di più la presenza liberatrice e pienificante di Dio Salvatore: liberazione e salvezza; svincolarmi dalle mie schiavitù e riempire la mia vita di Dio. 

La nostra vita è, in verità, un avvento. Il tempo d’Avvento richiama in modo chiaro e provocante questo grido dell’uomo in cerca di salvezza. Vieni, Signore Gesù! Nell’Avvento ci situiamo davanti alla nostra vita nella sua più cruda realtà esistenziale d’impotenza e limitazione, di sete e vuoto, d’angoscia e speranza, di nostalgia e possesso imminente… Vieni, Signore Gesù!

Nell’Avvento ci mettiamo nella fila degli uomini che lungo il corso della storia hanno pianto, un anno dopo l’altro, nell’attesa del loro Salvatore, nella ricerca del Dio delle promesse, che un giorno effonderà la sua misericordia sui suoi figli dispersi. 

Nell’Avvento ci situiamo davanti a noi stessi e davanti a Dio. L’Avvento non è guardarci nel nostro fango e nella nostra miseria. L’Avvento non è commiserarci nella nostra piccolezza e miseria. L’Avvento non è guardarci nel nostro vuoto e distruzione… L’Avvento non è contemplare se stesso con l’intento di renderci amara la vita, di suscitare in noi angoscia e incamminarci verso l’autodistruzione, a furia di fissarci su come ci va male la vita e su quanto cattivi siamo noi stessi.

Nell’Avvento ci situiamo davanti a noi stessi, davanti alla nostra vita reale e davanti a Dio. L’Avvento non esiste né si vive se non si guarda verso ciò che verrà…, a Colui che arriverà… L’Avvento è sperare… che finalmente la mia vita si completerà con ciò che le manca: Gesù, nostro Salvatore. L’Avvento è guardare più verso il cielo che pioverà il Salvatore che verso la terra riarsa. L’Avvento è guardare verso i giorni prossimi, in avanti, invece che indietro. Nell’Avvento ci proiettiamo nel fatto che “ormai siamo più vicini alla nostra salvezza di quando abbiamo cominciato a credere” (Rom 13,12). E chi non vibra all’arrivo di una gran sorpresa? Per questo l’Avvento è gioia, giubilo, gaudio contenuto…., vibrando con qualcosa che quasi tocchiamo con le nostre mani. Come quando stiamo aprendo il regalo del nostro migliore amico.

Per il popolo d’Israele, nell’attesa del suo Salvatore, l’Avvento fu la sua stessa storia. Tutta la storia d’Israele è la speranza del compimento delle promesse di salvezza fatta da Dio: Oh Dio, salvami per il tuo nome” (Sal 53,1). 

Dalla nascita di Gesù, l’Avvento è terminato. “E’ apparsa la bontà di Dio…”. E’ terminato l’Avvento, perché abbiamo già tra noi Gesù Salvatore, il Cristo: ”La parola di Dio si è fatta carne e abitò tra noi” (Gv 1, 14).

Ma è proprio vero che è terminato l’Avvento? Rispondi tu stesso. È terminato l’Avvento per te? Non hai più bisogno di aspettare il Messia? Non vivi più la speranza dell’arrivo di Gesù nella tua vita? Per te, per me, per ogni persona che oggi si situi nella radicalità della sua esistenza, l’Avvento è terminato e non è terminato.  Gesù è in mezzo a noi. “Il suo Spirito abita per la fede nei nostri cuori” (Ef 3,17); tuttavia tu ed io continuiamo a sperare e a guardare al cielo perché continui a piovere il Salvatore sulla nostra terra riarsa. Oggi viviamo l’Avvento con la coscienza di possesso e speranza. Oggi sentiamo la necessità di gridare ripetutamente, anno dopo anno: Vieni, Signore Gesù! Oggi siamo coscienti che tutta la nostra vita può continuare a sperare il Salvatore: Salvatore che liberi personalmente ognuno di noi dalle nostre catene e schiavitù, e Salvatore che a partire da ognuno di noi e per mezzo della nostra collaborazione liberi e trasformi la nostra società, le nostre strutture sociali e fraterne e andiamo creando una società più giusta, fraterna ed umana.

Per questo, in realtà, la nostra vita, tutta la nostra vita, in ogni suo aspetto, in ogni circostanza…., è un Avvento…! Vieni, Signore Gesù!

PREGHIERA 

Aiutaci, Signore, a conoscere le tue vie
in modo da farle incontrare con le nostre;
aiutaci a riconoscere il suono dei tuoi passi
così che possiamo venirti incontro per accoglierti.

Mantieni, Signore, i nostri cervelli svegli,
i nostri cuori leggeri e i nostri occhi spalancati
perché le nostre ansie e le nostre paure
trovino serenità nell’attesa di te.

Aiutaci, Signore, ad aspettarti
crescendo nell’amore vicendevole e verso tutti,
nella carità operosa e nella pace,
nella giustizia e nella verità.

Donaci, Signore, di vegliare e pregare
perché in tutto ciò che accade
sappiamo seguire le regole di vita
che tu ci hai testimoniato e insegnato.

Amen 

P. Carmelo Casile

Casavatore, novembre 2022