Giovedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 21,20-28: ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO
Lectio divina di Silvano Fausti

La venuta del Figlio dell’uomo è il centro del discorso escatologico. Posto prima del racconto della passione di Gesù, trova in essa la sua realizzazione. Il segno della croce illumina tutta la storia. Essa è un cammino che ha come termine la manifestazione piena della misericordia di Dio che ci viene incontro. È molto importante sapere qual è il fine della vicenda umana. Perché l’uomo non è ciò che è ma ciò che diviene. E diviene ciò verso cui va; e va verso ciò che ama. Di natura “eccentrica”, egli è viator: ha il suo centro fuori di sé, verso cui necessariamente tende. Per questo, insoddisfatto di tutto, è sempre in ricerca e in attesa di qualcosa di nuovo. Alla fine sarà ciò che attende, perché attende ciò che ama. Spegnerne i desideri e le attese profonde significa uccidere la sua umanità, privarlo di ciò che lo distingue dalle bestie. La stessa angoscia di chi non si aspetta nulla – oggi così diffusa – è il posto vuoto di Dio. Nessun idolo può occuparla. Si frantuma, come Dagon davanti alla Presenza (1Sam 5,1ss).

All’attesa dell’uomo corrisponde l’avvento di Dio. Egli colma il nostro desiderio col dono della sua realtà. La storia umana è un tendere inquieto a lui, nostro luogo naturale; si placa solo nell’incontro con lui. Siamo fatti per lui, perché lui si è fatto per noi.

Ma quando e come viene a noi? Il Vangelo ce lo rivela, insegnandoci innanzitutto che viene e verrà allo stesso modo in cui è venuto nella carne del Figlio dell’uomo. Tre sono le sue venute: quella passata, che si compie nel suo cammino di morte e risurrezione; quella presente, che si attua nel nostro essere associati al suo mistero; quella futura, anticipata per ciascuno nella morte ed estesa a tutti alla fine del mondo. Se a noi preme soprattutto quest’ultima, il Signore ci ricorda che essa si realizza al presente, vivendo qui e ora la sua stessa storia. La sua prima venuta, che il Vangelo ci racconta, è il “modulo” di ogni storia personale e collettiva, presente e futura. In lui si è già compiuto il tempo: il suo destino di Figlio dell’uomo è quello di ogni uomo e dell’umanità intera, che in lui si ricapitola (Ef 1,10).

Il suo avvento quindi non è da restringere al tempo finale: dà invece ad ogni tempo il suo valore definitivo, associandolo al mistero del Figlio dell’uomo. La sua morte e risurrezione, cuore del presente e del futuro, ci dà la chiave di lettura della storia. La sua venuta passata determina la nostra fede; quella futura la nostra speranza, quella presente la nostra carità. Il passato e il futuro stanno al presente come la memoria e il progetto all’azione. Il presente, come è spinto dal passato verso il suo futuro, così è da questo attirato secondo una memoria amata che si è fatta progetto desiderato. Per l’intelligenza è più importante il passato; per la volontà il futuro. Ma ambedue hanno la loro realtà nel presente, in cui si congiungono e danno significato e senso all’azione umana.

Questo brano è costruito su un contrappunto. Da una parte i grandi sconvolgimenti cosmici e gli uomini che muoiono della loro paura di morire; dall’altra la parola del Signore che dà fiducia e garantisce che proprio qui avviene la nostra liberazione.

La venuta del Figlio dell’uomo non è qualcosa di tremendo. È il compimento di ogni desiderio: l’incontro con il Signore. Per questo Paolo sogna di essere rapito sulle nubi del cielo per andargli incontro e stare per sempre con lui; o almeno di essere sciolto dal corpo per essere con lui (1Ts 4,17; Fil 1,23). La nostra vita infatti è ormai nascosta con Cristo in Dio; e quando apparirà Cristo, la nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,3s). Colui che “ama il Signore”, grida: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22). Tutta la Scrittura termina con l’invocazione dello Spirito e della sposa: “Vieni!”. E lo sposo dice il suo sì: “Sì, verrò presto” (Ap 22,17.20). Ciò che l’uomo teme e da cui fugge, è in realtà il rumore dei passi dello sposo.

Gli sconvolgimento cosmici – e la nostra stessa morte – sono eventi naturali. Il loro carattere tragico è dovuto al nostro peccato, che ce li fa leggere con gli occhiali della nostra paura e agire di conseguenza. “La” fine nostra e del mondo, l’attesa del nulla, è la consumazione di un “inganno”. In realtà andiamo incontro a colui che viene a darci il Regno, ed è “il” fine stesso della creazione. È quanto scoprirà ed esorterà tutti a scoprire il malfattore in croce. Il credente, libero dalla paura di chi può uccidere il corpo, vive con serenità la sequela del suo Signore. Ambrogio interpreta i segni del sole, della luna e degli astri e tutti gli sconvolgimento cosmici come il cedimento della testimonianza dei discepoli. Questo lo impressiona come la vera catastrofe!

Giovedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 21,20-28: Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.

Ci avviciniamo agli ultimi giorni dell’anno liturgico e nelle letture che ci vengono proposte prevalgono le pagine apocalittiche del vangelo di Luca. Il linguaggio apocalittico, che conosciamo perché ampiamente usato dall’evangelista Giovanni, era molto in voga al tempo di Gesù: attraverso una serie di immagini iperboliche e fantasiose gli autori volevano richiamare l’attenzione del lettore per aprirla ad una particolare visione della realtà. Così Luca si serve di questo linguaggio per parlare degli ultimi tempi, della pienezza che sta per arrivare. È straordinaria la sua visione: davanti al caos di eventi catastrofici, di guerre, di carestie, di instabilità politica, Luca invita i suoi fratelli ad alzare lo sguardo. La fine del mondo non è una tragedia somigliante ai filmetti catastrofici del cinema americano, ma la manifestazione definitiva della tenerezza di Dio sugli uomini. Il mondo non sta precipitando nel caos ma nella braccia di un Padre che tutti vuole accogliere e salvare. Con questa certezza viviamo operativamente e fattivamente in questo mondo senza aspettare rassegnati ma senza farci prendere da inutili ansie. Sappiamo bene come andranno a finire le cose!