Fede e Spiritualità

Carlo Molari, LA VITA DEL CREDENTE.
Meditazioni spirituali per l’uomo d’oggi.

DARE SENSO ALLA VITA

Non sempre gli eventi della creazione e della storia hanno un senso. Ci sono infatti alcune situazioni insensate e assurde. Una certa teologia della provvidenza interpretava lo sviluppo della creazione e della storia come se tutto dovesse avere sempre un senso perché corrispondente a un superiore progetto divino. Richiamandosi ai misteriosi disegni di Dio, questa teologia suggeriva di vivere ogni situazione come espressione della volontà divina. Questo modo di interpretare la vita e la storia non sembra esatto. Ci sono nella creazione e nella storia situazioni insensate e assurde, dipendenti da almeno due ragioni: dalla condizione transitoria delle creature e dal peccato degli uomini.

L’uomo, d’altra parte, non può fare a meno di vivere sensatamente, di avere sempre, cioè, una ragione per agire. Non essendo possibile trovare sempre un senso nelle cose che accadono, è necessario che l’uomo impari a dare un senso alle situazioni che si trova a vivere. Le situazioni, insensate non possono quindi essere vissute dall’uomo che alla condizione che egli riesca a introdurre senso dove non esiste senso. Per chiarire le diverse parti di questo assunto vorrei precisare perché esistono situazioni insensate, interrogarmi da dove venga il senso alla vita che conduciamo e vedere come sia possibile introdurre senso nelle situazioni che ne fanno difetto.

Esistono situazioni assurde. Non è possibile trovare sempre senso compiuto negli eventi che accadono, perché in realtà essi possono non mostrare alcun senso in quanto contrari al progetto di Dio per l’uomo. La domanda che in queste circostanze si pone è: come sono possibili incongruenze e assurdità se la creazione è opera di Dio e se la storia è condotta dalla sua azione? Le situazioni insensate sono possibili, dicevano, per due ragioni fondamentali: perché la creazione è in processo verso un termine che per diverse ragioni può non essere raggiunto; e perché inoltre il peccato aggiunge insensatezza in molte situazioni della storia umana.

Quando ci interroghiamo sulle ragioni di un evento della creazione o della storia che ci appare insensato, di fatto ci poniamo due domande: quali sono le cause che hanno provocato questo fenomeno e quale finalità può avere? La risposta alla prima domanda viene dalla scienza che considera le cause efficienti; la seconda risposta non sempre è possibile prima dell’intervento umano. Non sempre infatti un evento ha un suo perché o ha una finalità adeguata. Quando ci si interroga sul senso della vita abitualmente ci si riferisce a questo secondo aspetto del problema: per quale fine accade un evento, o a quale traguardo è diretta una esperienza, quale ragione può avere una situazione?

Impostata così la domanda, è chiaro che il senso della creazione come della vita umana non deriva dalle cose che esse contengono o dalle realtà da cui sono costituite, ma dal loro futuro, cioè dal traguardo cui tendono. Non è perciò il presente a rendere ragione del futuro, ma è il futuro che dà senso al presente. Questo spiega perché ciò che l’uomo è non basti a dare senso alla sua esistenza, perché l’uomo tenda sempre oltre se stesso verso traguardi nuovi e perché la ragione adeguata di tutto ciò che egli fa non stia nel suo presente. Il che significa che il senso adeguato della vita l’uomo non lo può trovare nelle sue capacità o nelle sue azioni, e neppure nei beni che possiede, ma solo nel suo futuro.

Ci sono tuttavia modi di attendere il futuro che non consentono di vivere adeguatamente il presente. Uno di questi è attendere il futuro come sviluppo armonico del presente. Se il futuro viene atteso come semplice sviluppo del presente, non introduce nessun elemento di novità, anzi egli mette in moto un meccanismo dell’assurdo e della insensatezza. La tensione che vive infatti è senza bersaglio e incongruente.

Il senso della vita umana quindi sta nel suo futuro, ma non in quanto costituito possibile dal presente, bensì in quanto nuovo e offerto. Il cerchio del non senso viene spezzato solo quando si scopre una ragione del futuro che non sta nel presente pur essendo un Presente. Deve essere un presente perché deve rendere ragione di una azione che ora si svolge, ma non può essere nel presente storico perché è la ragione futura dell’azione che si compie. Solo chi crede in Dio, in una forza vitale che alimenta la storia, nello Spirito che sostiene la vita, nell’azione creatrice di Dio che rende possibile il futuro dell’uomo, è in grado di portare l’insensatezza e l’incongruenza del presente. Dio è infatti colto come un Presente che però non è identificato in ciò che il presente contiene, ma lo trascende.

Un altro modo errato di attendere il futuro è quello di considerare una situazione parziale come senso compiuto e come soluzione definitiva dei problemi. L’esperienza ormai definitiva dell’umanità consente di poter dire che ogni soluzione storica è sempre provvisoria e parziale, e se viene attesa come soluzione definitiva introduce dinamiche idolatriche. Chi crede in Dio, anche in questo caso ha la possibilità di rompere il cerchio della idolatria, perché sa che ogni accoglienza della sua azione è sempre provvisoria e parziale, essendo Dio sempre più ricco di ogni realizzazione storica.

Se le cose stanno così, il problema del senso della vita non è come trovarlo nelle cose o negli eventi, ma come introdurlo dove non esiste. Di fronte a fatti incomprensibili, la domanda da formulare e la soluzione del problema non stanno nel trovare senso in tutto ciò che accade, ma nell’introdurre senso in tutto ciò che l’uomo vive. L’uomo ha questa capacità, e in questo risiede la sua trascendenza: egli può modificare il valore delle situazioni storiche e può introdurre orientamenti nuovi negli stessi eventi della creazione. La ragione di questa possibilità sta nel fatto che il Bene, la Verità, la Bellezza, la Giustizia, la Vita esistono già e si offrono all’uomo in modo da assumere forme nuove nella storia. La condizione però perché la vita assuma forme nuove è che esistano persone aperte alla sua azione. Chi è consapevole di questa condizione sente l’urgenza di assumere atteggiamenti di fede per consentire a Dio di esprimersi in forme nuove nella storia umana.

Gesù è stato esemplare in ordine a questa funzione creativa nella storia per l’atteggiamento di fede che egli ha vissuto in modo così perfetto da fare persino della sua morte, insensata e assurda, un evento di salvezza universale. La volontà del Padre non era che Gesù morisse ingiustamente, ma che egli continuasse ad amare, a perdonare, a rivelarlo anche all’interno di situazioni ingiuste. La morte di Gesù l’hanno decisa gli uomini con atto ingiusto e peccaminoso, e quindi contrario al volere di Dio. Gesù si è abbandonato con fiducia al Padre anche quando tutto si è fatto buio e non si intravedevano gli esiti sperati dalle imprese programmate. Questo è appunto l’oggetto della sua obbedienza: rendere presente il regno, manifestare cioè concretamente Dio dove gli uomini avevano realizzato l’annebbiamento della sua gloria. Secondo la legge di incarnazione, Dio è assente dove gli uomini odiano e uccidono. Gesù ha sperimentato questa lontananza, e la croce è una vera esperienza di abbandono. Ma il suo amore ha reso presente nuovamente l’amore di Dio e la sua fede ha reso possibile la misericordia là dove regnava l’odio. Dio era realmente assente, e fu solo l’amore incondizionato di Gesù a renderlo ancora presente nel luogo della desolazione e della morte. In questo modo egli ha introdotto senso dove non esisteva, ha messo in moto valore dove non c’era valore, ha reso presente Dio dove gli uomini l’avevano reso assente. Come nei campi di concentramento, come nei luoghi della abiezione e della violenza, anche sul Calvario fu formulata legittimamente la domanda: dov’è Dio? «Venga a liberarlo». E la risposta in quel caso era chiara: Dio pende dalla croce. Con il suo perdono e la sua misericordia Gesù aveva consentito a Dio di essere presente dove gli uomini lo avevano allontanato.

Il riferimento a Gesù offre il criterio per capire con maggiore esattezza la distinzione tra la nostra realtà di creature e l’azione di Dio che rende possibile il nostro futuro. Occorre ricordare che tra l’azione divina e la nostra realtà c’è una netta distinzione: noi non siamo divini, né la nostra attività è semplice espressione della azione divina: noi siamo creature e solo Dio è creatore. In questo punto la prospettiva ebraico-cristiana è nettamente diversa da quella di altre religioni. Affermare la condizione di creatura significa sostenere che l’azione umana è sempre inadeguata e insufficiente al termine cui tende; che la speranza alimentata dalle cose è sempre più grande delle risposte che esse possono dare; che le realizzazioni umane saranno sempre inferiori ai progetti vitali che le suscitano. La storia, secondo questa prospettiva, appare come il luogo della offerta continua di cui l’umanità ha bisogno per svilupparsi e di cui ogni persona ha urgenza per diventare se stessa. Il dono della vita è troppo ricco e grande per essere accolto in un solo istante: l’umanità può raggiungere nuovi traguardi e ogni persona può interiorizzarne le acquisizioni vitali solo progressivamente, a frammenti, attraverso eventi storici successivi. Ciò significa che l’uomo sviluppandosi nel tempo può pervenire alla sua pienezza solo a condizione che si apra quotidianamente a un dono nuovo. Ogni giorno l’offerta creatrice di Dio, cioè le pressioni del Bene, del Vero, del Giusto sono necessarie all’uomo, ed esse potranno essere accolte in modo sempre più perfetto dall’umanità in cammino, a condizione che vi si sviluppi un adeguato atteggiamento di fede, cioè di accoglienza. Le novità della storia sono, in questa prospettiva, emergenza del Vero, del Bello, del Buono, del Giusto e del Vivente.