Il termine “digitale”, che genericamente descrive l’epoca, o la transizione epocale, in cui ci troviamo immersi, viene dal latino digitus, che si può tradurre con “numero”. E ciò che sta alla sua base è la scoperta che qualsiasi porzione del reale può essere ora tradotta numericamente, trasformata in una struttura di dati, in un algoritmo. Questa traduzione numerica rappresenta uno strumento nuovo e al tempo stesso una forma diversa di vita: una vita smaterializzata, alleggerita dal peso delle contingenze, incredibilmente veloce, accessibile a tutti a qualsiasi ora (superando così le restrizioni del tempo) e in ogni luogo (superando le restrizioni dello spazio). Definire, per esempio, un computer come una mediazione è diventato un modo di pensare arcaico. I nativi digitali sanno che le nuove macchine sono un’estensione di sé stessi, come un elemento in ogni momento a loro indispensabile per attivare la loro relazione con le cose.
Io faccio parte di coloro che considerano intrusivo l’uso del telefonino quando si sta a tavola e di quelli che si rallegrano della sua proibizione a scuola. Ma so che questo è il XX secolo che combatte con il XXI secolo una battaglia perduta. Siamo nell’occhio di una tempesta e dovremo, come individui e come società, trovare una via equilibrata che non vediamo ancora chiaramente. In ogni caso, non possiamo più agire come se tutto continuasse come prima.

José Tolentino Mendonça
Avvenire 16 maggio 2019