Mi piace quell’aneddoto in cui c’è qualcuno che chiede: «Come racconterebbe a un bambino che cos’è la felicità?». E la risposta è: «Non glielo spiegherei. Gli tirerei una palla perché possa giocare». Ciò che ci rende felici deve essere un’esperienza infinitamente più umile dello standard fantasioso richiesto dall’ideologia della felicità. Invece di una felicità astratta dovremmo parlare di più, per esempio, dell’allegria. L’allegria affonda le radici nella quotidianità; anche quando ci sorprende all’improvviso, essa emerge da un itinerario esistenziale che possiamo ricostruire; sappiamo che cos’è e come la si raggiunge. Dovremmo parlare di più di leggerezza, la qualità di coloro che permettono alla vita di mantenere uno slancio, una sorta di trasparenza e gratitudine, legati non a ciò che la vita è stata o avrebbe potuto essere, ma all’indicibile miracolo che essa, ad ogni istante, è. Dovremmo parlare di semplicità, questa capacità di partire continuamente dall’essenziale, facendo di questo una scelta, una pratica e uno stile. E parlare di quelle piccole speranze, di quanto riceviamo e diamo, stabilendo in tal modo il movimento circolare della vita, che poi diviene la guida e lo specchio delle nostre aspirazioni più grandi. Parlare, insomma, di cose concrete, a portata di mano, cose forse banali ma che vengono, con immediatezza, a giocare ai nostri piedi. Noi diventiamo più infelici, se eleviamo la felicità al punto di idealizzarla.

José Tolentino Mendonça
Avvenire 10 maggio 2019