Oggi non sono unicamente i mercati finanziari o la politica con i loro cicli stressanti a ricorrere alla terminologia della crisi. Nella nostra stessa vita (verso la mezza età, o al di là di questa tappa) ci rendiamo conto di avanzare di crisi in crisi: siano esse le grandi crisi – quando la percezione di una devastante insicurezza vitale ci induce a mettere in questione tutto – o quelle piccole di cui dobbiamo occuparci nella quotidianità. Per quanto ci costi ammetterlo, le crisi possono insegnarci qualcosa, possono aiutarci a entrare in una dimensione più autentica dell’esistenza stessa, anche se sappiamo che comportano il rischio di scagliarci dentro turbolenze a cui non eravamo preparati. Appunto per questo motivo la crisi è, per definizione, un momento di sofferenza. Nondimeno, alla maniera di un parto essa può rappresentare l’occasione per comprendere che il tempo non è un dispositivo tragico senza redenzione, ma che, attraversato dalla grazia di Dio, il tempo è aperto e reversibile. La vita non è senza rimedio: la vita è dentro un processo continuo, in gestazione, in un costante riinizio. Esiste sempre un’opportunità di salvezza, quale che sia la tappa del cammino. In un mondo deritualizzato, e che ci sprofonda in una invalidante povertà simbolica, sono le crisi, spesso, che segnano la possibilità di un riincontro con gli interrogativi più seri della vita.

José Tolentino Mendonça
Avvenire 7 maggio 2019