Gas e petrolio in mare, rubini e grafite nel sottosuolo. La provincia settentrionale mozambicana fa gola a molti. E per questo, come in altre ricche zone del continente, è terreno di conflitto. La popolazione in fuga, stretta tra lo sfruttamento a unico vantaggio delle multinazionali straniere e gli attacchi jihadisti

24 Ottobre 2022
Articolo di Giuseppe Cavallini
Rivista Nigrizia

Si è verificato il 20 ottobre l’attacco più recente dei jihadisti nel nord del Mozambico, a Montepuez, nella provincia di Cabo Delgado, in una miniera di rubini della compagnia indiana Gemrock adiacente a un altro sito estrattivo della britannica Montepuez Ruby Mining (Mrm) che ha sospeso le attività evacuando dall’area imprenditori e lavoratori.

La gente fuggita dall’area ha dichiarato che scontri sono proseguiti tra i jihadisti e soldati governativi giunti sul posto dopo l’attacco. «Sono arrivati d’improvviso nei nostri villaggi – ha raccontato un testimone – e hanno bruciato tutto, incluse suppellettili e taniche per l’acqua».

A inizio ottobre terroristi di al-Shabaab (detti anche Mashabab) hanno invaso e messo a fuoco i villaggi di Chiute, Nguida, Mesa e Nonia, nel distretto di Ancuabe. Si conferma così che gli insorti islamisti sono più che mai presenti nel territorio e si spingono a sud, verso Nampula, l’area in cui di recente in un attacco a una missione cattolica è stata uccisa la comboniana Maria De Coppi.

Penetrazione jihadista

Il movimento jihadista, auto-definitosi al-Shabaab a imitazione di quello somalo, è giunto nella regione settentrionale mozambicana nel 2017, e da allora ha provocato oltre 4mila morti, sequestrando giovani donne da trasformare in schiave sessuali e addestrando bambini-soldato da inserire tra le proprie fila.

Cabo Delgado, regione ricca di rubini, gas e petrolio e dove operano multinazionali quali Exxon, Total e Eni, è divenuta estremamente lucrativa e vitale in seguito al conflitto tra Russia e Ucraìna, a causa della lievitazione dei prezzi di gas e petrolio dopo la chiusura dei rubinetti del gas russo verso i paesi europei. Le operazioni degli insorti da tempo avevano reso quasi impossibile l’attività delle varie compagnie estrattive.

Lo scorso anno gli Stati Uniti avevano incluso tra le organizzazioni terroristiche l’auto proclamato Stato islamico del Mozambico (Isis-Mozambico). Benché si pensi che sia composto da poco più di 500 membri, questi sono bastati negli ultimi due anni a spargere terrore tra la popolazione con violenze, rapimenti, decapitazioni ed esecuzioni sommarie.

Gli Usa, tra l’altro, avevano anche imposto sanzioni contro Abu Yasir Hassan, leader del gruppo, di cui si sono perse le tracce. Il Pentagono addestra truppe mozambicane antiterrorismo, e l’Unione Europea ha investito 89 milioni di dollari per addestrare ed equipaggiare 11 unità di rapido intervento dell’esercito mozambicano per la difesa delle compagnie estrattive francese, italiana e portoghese.

Strategia di spopolamento

L’insurrezione e la penetrazione jihadista a Cabo Delgado si spiega tra l’altro col fatto che la popolazione, e soprattutto migliaia di giovani poveri e disoccupati, si sente del tutto esclusa dai benefici economici che le multinazionali traggono dalle ricche risorse estrattive dell’area.

D’altro lato, un’ipotesi altrettanto plausibile che da tempo è emersa in merito al vero scopo del perdurante conflitto è stata messa in luce da Johan Viljoen, direttore del Denis Hurley Peace Institute (Dhpi), promosso dalla Conferenza episcopale cattolica del Sudafrica (Sacbc). Secondo Viljoen: «Tra gli abitanti del Mozambico, e in particolare di quelli delle aree colpite dalle azioni dei jihadisti, è opinione comune che si tratti di una strategia deliberata e ben orchestrata per cacciarli dalla loro terra».

Il conflitto scatenatosi ha costretto infatti un milione di persone a cercare rifugio abbandonando la regione e, secondo Viljoen, questo fenomeno rappresenta la migliore strategia per consegnare, da parte del governo, le terre disabitate alle multinazionali per i loro futuri affari.

Giovani radicalizzati

Quanto allo sviluppo jihadista, come ha ben spiegato lo sceicco Nasrullahi Dula, uno dei leader della comunità musulmana mozambicana, riferendosi ad alcuni chierici islamici ultraconservatori kenyani e tanzaniani: «La guerra è arrivata da fuori. A partire dal 2010 sono state aperte da questi stranieri numerose scuole coraniche (madrasse) nelle quali molti giovani dell’area di Cabo Delgado, dove la maggioranza della popolazione è musulmana, si sono radicalizzati. L’insegnamento impartito loro lungo gli anni era l’opposto del nostro, inclusa la predicazione che le donne non valgono nulla e che il governo e le sue leggi non vanno rispettati».

I giovani più radicali cominciarono a denunciare leader moderati e tolleranti come Dula, introducendo regole quali l’assoluta proibizione dell’uso di alcol e la proibizione per le donne di avere un lavoro.

A questo – secondo Dula – si è poi aggiunto un elemento etnico, il fatto cioè che il presidente Filipe Nyusi, di etnia makonde, abbia favorito, negli appalti e nei contratti di sfruttamento delle risorse, elementi del proprio gruppo etnico a svantaggio di gruppi minoritari quali i kimwane e i makuwa.

Molti giovani entrati tra le fila degli al-Shabaab provengono di fatto da questi due ultimi gruppi etnici, in prevalenza musulmani. Le tensioni interetniche, peraltro, risalgono all’epoca della colonizzazione portoghese.

Nel 2019, incapace da solo di far fronte all’aggravarsi delle azioni terroristiche, il governo – dopo un’esperienza fallimentare del gruppo russo privato Wagner conclusasi con l’abbandono dell’operazione antijihadista – invitò truppe rwandesi che, insieme a contingenti della Comunità di sviluppo dell‘Africa meridionale (Sadc), hanno preso il controllo di gran parte del territorio.

Rubini e grafite

L’intenzione delle compagnie petrolifere è certamente di riprendere lo sfruttamento dell’area non appena torni una certa stabilità nella regione. Tra l’altro, oltre ai giacimenti di gas e petrolio e alle miniere di rubini – nella zona di Montepuez c’è uno dei più grandi giacimenti al mondo dal quale si estrae la metà dei rubini in commercio nel mondo -, sono stati scoperti nell’area giacimenti di grafite, componente essenziale per le batterie usate nelle auto elettriche.

Riguardo a tale minerale, pochi giorni fa si è verificato uno sciopero dei minatori nella miniera di Twigg, nella città di Balama. I lavoratori hanno chiesto che i loro salari e la loro assicurazione sanitaria siano parificati a quelli dei minatori che operano in altre miniere del Mozambico.

La miniera di Balama, gestita da una società australiana, è stata riconosciuta come strategica dal Dipartimento dell’energia statunitense, nell’ambito della politica di smarcamento dell’industria americana dalla grafite di provenienza cinese. La grafite estratta a Balama viene inviata in un impianto in Louisiana per essere processata per costruire gli anodi delle batterie destinate, appunto, alle auto elettriche.

Un business che fa gola anche al Rwanda.