Alla vigilia dell’arrivo di Papa Francesco in Bahrein abbiamo chiesto a chi lo accoglierà nel Golfo per la seconda volta in tre anni di spiegarci qual è il valore di questa visita

Paul Hinder
31/10/2022
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Il 3 novembre Papa Francesco arriverà in Bahrein per partecipare al Forum per il Dialogo e incontrare la Chiesa locale. Ad attenderlo ci sarà anche Mons. Paul Hinder, che nel 2019 era Vescovo ad Abu Dhabi quando il Santo Padre visitò gli Emirati, e attualmente è amministratore apostolico del Vicariato dell’Arabia settentrionale, del quale fa parte anche il piccolo Stato del Golfo. Gli abbiamo chiesto qual è il significato di questa visita per una regione nella quale vive da quasi vent’anni.

Dopo la visita negli Emirati del 2019, il Papa compie il suo secondo viaggio nella penisola arabica nel giro di pochi anni. Qual è il filo che unisce i due eventi? Perché questa predilezione per i Paesi del Golfo nell’impegno di Francesco per il dialogo interreligioso?

Nel corso del suo pontificato Papa Francesco si è speso molto per la fraternità interreligiosa e il dialogo con le persone di diverse fedi e convinzioni. Ha sempre cercato i sofferenti e gli emarginati, impegnandosi a rappresentare i loro bisogni a livello internazionale. I dirigenti del Golfo hanno un grande rispetto per il Papa e sostengono la sua missione per la pace mondiale e la fratellanza tra le nazioni. Francesco verrà in Bahrein principalmente per intervenire al Forum per il Dialogo, al quale è stato invitato dal Re Hamad Bin ‘Isa Al Khalifa. Questo evento è un altro passo lungo il percorso avviato insieme al Grande Imam di al-Azhar, in particolare con il Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019. Il Papa incontrerà di nuovo al-Tayyeb e poi il Re, per affrontare insieme a loro il problema della guerra e dei conflitti e le grandi questioni umanitarie che affliggono tanta gente in diverse parti del mondo.

Il viaggio in Bahrein sarà anche l’occasione per lanciare un segnale ai Paesi dell’area che vivono una situazione di conflitto o che, come lo Yemen, sono lacerati dalla guerra civile. Con questa nuova visita del Papa nella penisola arabica, il Bahrein e la regione in generale si presentano sulla scena globale come partner di un dialogo che punta a superare la tragedia della guerra e delle ingiustizie. Queste voci sono essenziali per contrastare le tante minacce alla pace mondiale.

Qual è la situazione religiosa del Bahrein? C’è qualche analogia tra questo Paese e gli Emirati Arabi, dove lei è stato vescovo per tanti anni?

Si stima che in Bahrein vivano 80.000 cattolici, più altrettanti cristiani di altre confessioni. La politica di tolleranza e apertura messa in atto dal Regno permette ai cristiani di praticare la propria fede apertamente e senza impedimenti. Va ricordato che la prima chiesa cattolica a essere costruita nella parte della penisola araba che dà sul Golfo persico è stata aperta a Manama nel 1939. C’è effettivamente una somiglianza nella composizione della comunità cristiana in Bahrein e negli Emirati, che in entrambi i casi è costituita per lo più da migranti che si sono trasferiti nei Paesi del Golfo per cercare migliori prospettive economiche e una volta terminati i loro contratti di lavoro tornano in patria. In Bahrein c’è però una differenza rispetto agli Emirati: un numero significativo di cattolici ha la cittadinanza del Paese e gode perciò pienamente dei diritti civili.

Lei vive da quasi vent’anni nella penisola arabica. Come ha visto cambiare la regione? E che cosa ha significato per lei questo periodo?

La regione è cambiata enormemente. Il cambiamento più significativo si è verificato nell’ambito dello sviluppo economico e tecnologico e nella differenziazione economica. A livello delle relazioni umane, ho sperimentato un crescente interesse verso una migliore conoscenza dell’altro, dei musulmani rispetto ai cristiani e viceversa. Quando sono stato nominato Vescovo per questa regione, molte persone erano preoccupate dal fatto che avrei vissuto in un luogo ostile al Cristianesimo. Vivendo e lavorando qui, ho scoperto un mondo molto più aperto di quanto mi era stato prospettato. Ho imparato che i musulmani ordinari hanno lo stesso desiderio di ogni altra persona di vivere una vita buona e degna, e vogliono essere persone buone davanti a Dio e davanti agli altri. Ho imparato che il rispetto, l’amore e la comprensione verso la cultura e la fede dei musulmani (e anche dei fedeli di altre religioni) aprono la porta all’amicizia e alla cooperazione rispettosa. Vent’anni fa, non avrei mai immaginato che per ben due volte, nel 2019 e nel 2022, il Papa sarebbe stato calorosamente accolto nella penisola arabica tanto dai cristiani quanto dai musulmani. Questi fatti fanno sperare e mi danno fiducia per il futuro.