31 Domenica T.O.
Luca 19, 1-10

In quel tempo Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Simpatico questo Zaccheo! Certo, un ricco disonesto, quasi certamente. Collaborazionista con gli invasori romani. Un esattore delle imposta. Un pubblicano, cioè un peccatore pubblico, un impuro. Quattro buone ragioni per non essere ben visto, guardato con sospetto, una persona da evitare, disprezzato! E tuttavia attira l’attenzione e la simpatia di Gesù. Che si ferma e decide di farsi invitare da questo uomo, provocando la mormorazione e lo scandalo di tutti.

Tutto sommato Zaccheo mi pare un personaggio interessante, sul quale vale la pena soffermarsi. Potrebbe farci da specchio per riflettere e conoscerci meglio. D’altronde san Giacomo ci invita a guardarci allo specchio della Parola (Giacomo 1,22-25). Ecco quattro possibili sguardi che vi propongo.

1. ZACCHEO… IL PURO!

Il suo nome Zaccheo, in ebraico Zakkài, è la forma abbreviata di Zekharyàh, che significa “Dio si ricorda”. Dio a suo tempo si era ricordato del sacerdote Zaccaria e aveva visitato la sua casa portandovi la gioia di un bambino, Giovanni Battista. Adesso si ricorda di Zaccheo.

Ma l’aggettivo zak significa anche pulito, lavato, puro! Ironia della sorte per un peccatore! Solo Gesù vede in questo uomo una parte pulita, uno squarcio di luce. Ogni cuore conserva nel suo profondo un raggio della sua bellezza originale. Dove c’è un’ape sicuramente ci si trova un fiore, anche in mezzo alle immondizie. Lì va a posarsi l’ape, il suo occhio. Se c’è un bel prato fiorito l’occhio della mosca cerca invece il letame. Sono due modi opposti di guardare. Ahimè, il nostro occhio è spesso quello della mosca quando guardiamo le persone. Gesù, Dio invece è come un’ape che vede il buono che c’è in noi, anche in mezzo alla sporcizia, e lo coglie per fabbricare il miele dell’Amore. Gesù vede il buono che c’è in Zaccheo, la folla, le mosche che lo circondano vedono solo il male.

2. LA CORSA DI ZACCHEO

Dice il vangelo che Zaccheo “corse avanti” per trovare una buona posizione da dove poter vedere Gesù. Mi impressiona la sua curiosità, questa sua capacità di non arrendersi davanti agli ostacoli; si dà da fare, non aspetta che le cose accadano, crea le opportunità per riuscire nel suo intento! Non si limita a mettersi in punta di piedi e ad allungare il collo. Corse, anche se questo sarebbe sconveniente per una persona del suo rango, per una persona ponderata e dignitosa! Guardandomi allo specchio di Zaccheo, mi scopro troppo condizionato dai giudizi altrui, dal “che cosa dirà la gente”, dal politically correct.

3. IL SICOMÒRO DI ZACCHEO

E com’era piccolo di statura “per riuscire a vedere Gesù salì su un sicomòro”. Il sicomòro (Ficus sycomorus) è un grande albero che cresce in Africa e Medio Oriente, oggi piuttosto raro, che produce una specie di grandi fichi. Per i turisti e pellegrini, a Gerico si trova ancora “il sicomòro di Zaccheo!”.

È una scena un po’ goffa, Zaccheo arrampicato su un ramo di questo albero, come un monello. La gente l’avrà deriso certamente: Guardate Zaccheo! E Gesù stesso avrà sorriso, guardandolo.

In senso figurato, tutti siamo piccoli di statura. Ed io mi domando quale sia il mio sicomòro per poter vedere meglio non tanto la folla o il corteo quanto Gesù. Altrimenti, con tanti ostacoli che troviamo, difficilmente potrò vederlo quando passa nella mia vita, per molto che allunghi il collo. Mi lascerei trascinare dall’andazzo della folla, senza orizzonti davanti a me.

Il grande poeta Eugenio Montale, nel suo pessimismo nella ricerca del senso della vita, prendendo spunto proprio dalla figura di Zaccheo, scrisse: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro/ per vedere il Signore/ se mai passi./ Ahimè, io non sono un rampicante,/ ed anche stando in punta di piedi,/ io non l’ho visto». Eh sì, per vedere il Signore ci vuole curiosità ed essere un rampicante!

4. LA FRETTA

Però quello che mi stupisce di più in questo brano è il senso di fretta che lo impregna: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. Fretta e gioia! La gioia della sorpresa, dello stupore di vedersi guardato da Gesù! Questo improvviso incrocio di sguardi ha su di lui un poter sconvolgente, opera una conversione impensabile: “Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Mamma mia, incredibile!

Davanti alla prontezza di Zaccheo e alla sua capacità di cogliere le occasioni al volo, penso alle mie lentezze, ai miei dubbi e tentennamenti, ai miei ritardi e rimandi, alla mia pigrizia!…

E guardando allo stile di Gesù, mi viene spontaneo pensare al nostro stile pretesco di approccio alla gente: “Ehi Zaccheo, scendi dal fico, che dobbiamo fare i conti! Come mai non vieni più in chiesa?” Sì, troppo clericalismo, troppo fare la predica e dettare la morale, quando si vorrebbe invece più umanità e approccio amico!

In conclusione, mi guardo allo specchio di Zaccheo e provo un certo senso di vergogna. Se fosse un test, un esame quasi certamente sarei bocciato. Mi consola e dà speranza guardarmi ad un altro specchio, quello a cui si è specchiato Zaccheo: Gesù. È questo specchio che ha un potere speciale, come dice san Paolo: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.” (2Corinzi 3,18).

P. Manuel João
Castel d’Azzano, 30 ottobre 2022

IL SICOMORO


Gianfranco Ravasi
Avvenire 10 marzo 2004

I poveri sono dappertutto e hanno il volto del Signore. Ci si può arrampicare sopra un sicomoro per vedere il Cristo che passa, non sulle spalle della povera gente, come fa qualcuno, per darsi una statura che non ha.
Sempre intense e stimolanti sono le parole di don Primo Mazzolari (1890-1959), grande e sofferto testimone del cristianesimo in terra lombarda. Ho riproposto una semplice riflessione desumendola dal suo commento al passo evangelico di Zaccheo, lo sfruttatore dei poveri convertito da quel Cristo che egli, per curiosità, era andato a vedere per le strade di Gerico, salendo su un sicomoro per meglio fissarlo (Luca 19, 1-10).
Ebbene, proprio quell’albero semitropicale diventa agli occhi di don Primo un simbolo: su di esso ascende Zaccheo e quella decisione si rivelerà salvifica. Non così, ad esempio, farà il poeta Montale quando confesserà: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro/ per vedere il Signore/ se mai passi./ Ahimé, io non sono un rampicante,/ ed anche stando in punta di piedi,/ io non l’ho visto».
Don Mazzolari, però, fa riferimento ad un altro arrampicarsi, quello che ha dato origine proprio al termine spregiativo di “arrampicatori” sociali, coloro che non badano a nessuno e, senza decenza e umanità, prevaricano sugli altri, usandoli e gettandoli via per raggiungere i loro scopi e il loro successo. Il loro sicomoro è fatto di creature più deboli sulle quali essi si insediano per salire più in alto e dominare, illudendosi così di essere più gloriosi e baciati dalla fama.
Un po’ tutti dobbiamo riconoscere di avere qualche volta nella vita approfittato di una persona più semplice, di aver violato la dignità altrui per esaltare la nostra. In quel momento, colpendo il fratello più debole, abbiamo schiaffeggiato Dio stesso, suo difensore.