Gustave Thibon

«Non è possibile, forse, creare un ordine terrestre stabile se non a patto che l’uomo serbi una coscienza profonda della sua condizione peregrina» (Gabriel Marcel). Con altrettanta verità, se pure sotto una veste paradossale, si potrebbe dire che il mondo offre una patria solo a chi vi si senta un viandante.

«Non è possibile, forse, creare un ordine terrestre stabile se non a patto che l’uomo serbi una coscienza profonda della sua condizione peregrina» (Gabriel Marcel). Con altrettanta verità, se pure sotto una veste paradossale, si potrebbe dire che il mondo offre una patria solo a chi vi si senta un viandante. In realtà, il centro e la ragione d’essere della nostra vita terrestre, la terra delle sue radici, il cielo della sua fioritura, non sono di questo mondo. Un luogo di passaggio, un terreno di esperimento (e la nostra vita in questo consiste) perdono il loro senso e il loro valore se ne disconosciamo la natura. Gli esseri che più si sentono smarriti sulla terra sono coloro che soltanto nella terra credono; (assomigliano vagamente a quei pazzi che ignorando l’uso dei ponti o delle scale vi stabiliscono la loro abitazione): spezzare i legami, le tradizioni, le radici, dimenticare il sentimento del focolare e della patria e perfino dei valori più umilmente materiali (la buona cucina per esempio), infine disperdere quanto v’è di stabile, di profondo o di raffinato nella vita terrestre e materiale, ecco il marchio fatale di tutte le civiltà materialiste. In senso inverso, l’ordine sociale e il dilatarsi dei valori terrestri, accompagnano le civiltà polarizzate fortemente verso la religione (faccio eccezione, in parte, per la Rinascenza alla quale, peraltro, non è mancato un impulso religioso possente ma deviato dal suo scopo).
Se consideriamo, infatti, i beni e i valori terreni come fine supremo della vita e patria delle nostre anime, se riportiamo su essi la sete di assoluto e d’eternità che ci abita, presto o tardi, avendo fatto l’amara esperienza della loro fragilità, ci rivolteremo contro essi, con tutto l’impeto della nostra speranza ingannata e li considereremo nulla per punirli di non essere tutto. Così vanno alternandosi l’idolatria e lo scetticismo, il culto della terra e il disgusto di essa (lo spettacolo del mondo moderno è una riprova di questa legge in tutti i settori). È chiaro come questo gioco di altalena non favorisca la creazione di un ordine stabile né nelle società né nelle anime.
La nozione di viatico, invece, meglio di ogni altra, si addice ai beni di questo mondo: poiché salva, al tempo stesso, il loro valore e il loro limite. Tutto per noi è un viatico, quaggiù, le nostre case come le nostre patrie. Unicamente considerandole come tali, ci è consentito di conservare un atteggiamento d’equilibrio (e di stabilità, l’uno poggiando sull’altra) nei riguardi delle cose terrene. Evitiamo in tal modo l’idolatria: non domandiamo, certo, l’assoluto ad un viatico, ma ci accontentiamo del suo carattere transitorio e insufficiente, poiché ciò che vale, soprattutto, è lo scopo da raggiungere. Evitiamo, però, anche lo scetticismo e la disperazione, perché se il viatico non rappresenta l’assoluto, esso è necessario per raggiungere l’assoluto e per compiere il viaggio verso Dio. I buoni e solidi costumi, le istituzioni stabili, dipendono dalla trasmissione e dall’arricchimento di questo viatico, in quanto tale, da una generazione all’altra.

Gustave Thibon,
IL PANE DI OGNI GIORNO

Gustave Thibon (1903-2001), filosofo e scrittore francese, è stato definito “il filosofo contadino”.