Gustave Thibon

L’inferno è ancora amore. Il verme che non muore mai, è ancora Dio, l’ineffabile traccia di Dio, l’immagine affamata di Dio la quale, di fronte a Dio che si offre, indietreggia nell’impossibilità. Tutto l’inferno è racchiuso in questo rifiuto. L’amore prigioniero, il fuoco sotterraneo (che profondità in questo simbolismo: nessun vulcano liberatore si offre a questo fuoco), un’eternità di amore soffocato.

INFERNO — Ciò che nessuno ancora ha osato: esprimere con il simbolo l’ultima testimonianza della creatura a Dio, la testimonianza del dannato e la sua disperazione che travolge anche la ribellione: un poema dove un dannato parli a Dio attraverso montagne d’impossibilità.
L’inferno, infatti, è ancora amore. Il verme che non muore mai, è ancora Dio, l’ineffabile traccia di Dio, l’immagine affamata di Dio la quale, di fronte a Dio che si offre, indietreggia nell’impossibilità. Tutto l’inferno è racchiuso in questo rifiuto. L’amore prigioniero, il fuoco sotterraneo (che profondità in questo simbolismo: nessun vulcano liberatore si offre a questo fuoco), un’eternità di amore soffocato. Qui l’uomo sopporta da solo ciò che Dio solo può accogliere, ciò che Dio solo può portare, l’indistruttibile amore radicato nell’uomo: qui, l’uomo pesa con tutto il suo peso su sé stesso. La inconcepibile trasmutazione si è avverata; l’amore non si dona più, non risplende più, si cristallizza tutto in me, compatto, indissolubile, ermetico. Le volte dell’inferno sono fatte di questi cristalli. L’io non ha più spiragli, il dolore non ha più scampo. Tutto l’essere umano — tutta l’impronta divina — è prigioniero di un’eterna negazione.
Dio offre ancora sé stesso, sempre. E l’amore prigioniero, l’amore che si volge contro sé stesso, si dibatte nella sua gabbia viva. L’animale affamato che si nutre e che si inebria della sua fame, l’animale incatenato che crea e adora le sue catene, contempla per sempre, senza un lampo di sonno, (bisogna amare per dormire: il sonno è un abbandono) la preda irraggiungibile che raduna in sé tutte le liberazioni. Quando l’amore non può più ricambiare, conosce, nell’essere amato, la suprema tortura. Tutti i rancori del dannato verso Dio sono racchiusi in queste parole: Perché tu mi ami…
Confessione dell’Atlante infernale: reggo ben altro che un mondo, reggo solo l’immagine di Dio.
La distanza che ho superato per disertare la tua presenza — questa distanza che il tuo richiamo ha sempre vinto — mi dà la misura della tua immensità e del tuo amore. Ciò che di me ti ha riconosciuto, ha scandagliato i tuoi abissi, mi ha inondato di questa luce crudele, abbacinante, definitiva, sta nella mia ultima fede che guata attraverso la mia ultima disperazione, sta in questo io tremendo miscuglio intimo tra l’ingratitudine verso Dio e la speranza in Dio… Ti conoscevo già, per aver dormito sul tuo cuore, ma il giorno in cui ti ho riconosciuto cosi da lontano, mi è sembrato di scoprirti per intero, di vederti per la prima volta…
Un abisso d’impossibilità ha dovuto scavarsi tra noi, perché io potessi comprendere la tua bellezza, la tua innocenza, la tua vita, e assaporarne, disperato, le profondità. Più mi resti inaccessibile, più sento e indovino ciò che sei, Signore! La tua immagine si immobilizza, per me, sullo schermo dell’impossibile.
Per me, tu fosti il nido e il tetto, o Signore. E sei diventato il vuoto e la tempesta. Barcollo nell’inclemenza degli spazi aperti. Eccomi: freddo, fango, tenebre e l’angoscia dell’atomo abbandonato. E la spina remota del ricordo, l’immagine soavemente velenosa di felicità sepolte. Via! I tempi del nido son passati, la nostalgia del nido è miraggio e tradimento. L’immensità ti chiama: lo spazio è la patria delle ali. Un nuovo amore germoglierà per me nello strazio della bufera.
Quel vento che inebria le mie vele mattutine, quel vento che tutto prometteva, ha portato al naufragio la mia barca. Ma perché maledirlo? Lo stesso vento, altre barche più forti spingerà verso felici rive!

Gustave Thibon,
IL PANE DI OGNI GIORNO

Gustave Thibon (1903-2001), filosofo e scrittore francese, è stato definito “il filosofo contadino”.