“Chico”: origini di una chiamata.
P. Francesco Lenzi

Ho avuto la fortuna di aver avuto e avere “Chico” amico fraterno, confidente, accompagnatore spirituale, superiore, collega di lavoro, e via via. Come si dice di Garibaldi, (Eroe dei due mondi- con cui non ha niente da condividere): è un “missionario dei due mondi”.

Sono nato a Fiano in comune di Pescaglia nella Lucchesia. I miei famigliari sono poi scesi a Lucca negli anni “60. Eravamo in otto, cinque maschietti e tre femminucce più papà e mamma ovviamente. Una bella famiglia unità, ancora ora che siamo rimasti in cinque fratelli.

Le famiglie sono spesso il terreno buono, fertile e ricco del humus dello Spirito che il Signore sceglie per far nascere buone e belle vocazioni. E’ stato così anche per te? Come è nata la tua vocazione missionaria comboniana?

Sento che la mia vocazione non è nata in una data precisa ma venga da più lontano di quanto sembri e abbia radici misteriose che solo mia mamma conosceva.
Due sorelle di mia mamma erano suore, una Carmelitana di clausura e l’altra Camilliana. Anche mia mamma desiderava essere suora, ma quando lo disse alla nonna questa gli ripose con un secco: ”No! Tu non ci vai! Hai già due sorelle suore e poi…quando sarò vecchia chi si occuperà di me?… Così nel 1927 si sposò con mio padre e formarono la nostra bella famiglia. Dopo mia sorella, nata nel “39, sono nato io il sesto figlio nel “41. C’era la guerra, e il papà era soldato non lontano alla Spezia. Erano tempi difficili e la mamma era molto preoccupata, direi quasi disperata e piangeva spesso. Il nostro parroco di allora (che mi aveva battezzato) la rincuorava dicendogli di aver Fiducia nel Signore. Era don Aldo Mei, un santo sacerdote che poi fu fucilato dai tedeschi, e di cui è stata introdotta la “causa di beatificazione”.
Fui ordinato Sacerdote, e una brava amica di mia mamma, mi rivelò quanto la mamma gli raccontava spesso in merito a un sogno di quel periodo di guerra. Nel sogno la mamma vide una grande scalinata, con in cima un altare. Ai due lati dell’altare c’erano due missionari con la veste talare, la fascia nera e il crocifisso, proprio “alla moda” dei comboniani. Salì la gradinata fino a raggiungere l’altare, ed ecco che uno dei due missionari le si avvicina, l’abbraccia e la bacia. Lei dall’emozione…si è svegliata. Diceva poi: “ Dopo quel sogno avevo l’impressione che quel figlio che portavo dentro sarebbe stato missionario e da quel momento non ho più pianto”.
Sono sicuro che fosse convinta che sono nato per essere missionario e che sue le preghiere siano state determinanti. Ma non mi parlò mai di questo sogno forse per non condizionarmi e lasciare al Signore fare “il Suo lavoro” e chiamarmi quando lo avrebbe ritenuto.
Mio papà non si è mai manifestato né pro né contro la mia vocazione, semplicemente mi appoggiava con il suo silenzio. Lui aveva piena fiducia nell’intuito e nelle capacità “di governo” della mamma. Era un grande lavoratore con l’incarico di scavare gallerie nelle montagne per fare le condotte d’acqua per le centrali elettriche delle vallate della Lucchesia. Visto che lui e gli altri operai lavoravano sotto terra e la luce dipendeva dalle lampade fissate sui loro caschi, spesso facevano anche turni di notte. Era un lavoratore con grande resistenza alla fatica e con una grinta eccezionale tanto che lo avevano soprannominato “il demonio”. Così io futuro missionario ero “figlio del demonio”.

Al mio paese, nel “47 c’è stata la “Prima Messa” di un missionario del Sacro Cuore che era imparentato con noi: Avevo sei anni, ma anche questa ordinazione ha influenzato e pesato sulla mia vocazione. Agostino, un mio compagno di scuola delle elementari, rispolverandomi i ricordi, mi disse che in quel periodo venne in paese un missionario e volle parlarci della sua vita in Africa. Alla fine dell’incontro distribuì a ogni scolaro un biglietto dicendoci di scrivere quello che avremmo voluto “fare da grandi”. Le risposte esprimevano una ricca varietà di desideri. L’ho dimenticato, ma il mio compagno ricorda che io scrissi: “Voglio essere missionario”.

Il parroco per stuzzicare “il nostro appetito vocazionale” ci portò a conoscere i frati della “Madonnina di Capannori”. Questi ci offrirono anche da mangiare: un pesce bianco, che ancora oggi ricordo che non sapeva di nulla. E subito mi dissi: “Io non voglio farmi frate!”. In seguito ci portò al seminario diocesano e anche qui mi dissi: “io non voglio farmi prete diocesano”. Altro tentativo: ci portò a Carraia dai missionari comboniani. Chi aprì la porta fu Fratel Ciriaco Gusmeroli. Già dalle sue prime quattro parole rimasi incantato, forse per la sua cadenza lombarda che gli dava qualcosa di esotico, inquadrato in una cornice di lance, frecce, maschere, dalla testa di un bufalo e dalla pelle di un serpentone appese alle pareti dell’ingresso. Fatto sta che la decisione l’ho presa al volo ripetendo “Voglio essere missionario Comboniano”. Non ebbi più ripensamenti o dubbi.

Facciamo un salto di alcune decine d’anni. Guardando indietro cosa pensi ora di questa tua bella vocazione?

Oggi, dopo cinquantacinque anni di impegno e lavoro missionario mi sento molto sodisfatto e ringrazio il Signore di questo dono che mi ha fatto. E’ Lui che ha fatto un dono a me e non io che ho fatto un dono a Lui. Il contatto con le persone nel ministero sacerdotale ti arricchisce in continuazione nella fede e nella solidarietà. A noi che abbiamo studiato teologia e spesso ci perdiamo nei labirinti del ragionamento, ci viene continuamente proposta la fede semplice e spontanea della nostra gente. Ho anche riscoperto la bellezza di certe preghiere semplici che abbiamo imparato dalle nostre mamme come quella che dice: “Mio Dio ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, conservato in questa notte….” E importante ritornare alle nostre radici e “bere” a questa fede dolce e schietta delle nostre mamme. L’eccesso di ragionamento non aiuta nel cammino di fede. Fede vuol dire anche camminare nella nebbia fidandoci di chi ci sta davanti e conosce meglio la strada.

Quale messaggio invieresti ai giovani d’oggi in ricerca vocazionale?

In particolare la vita missionaria ,che esige il dono della vita intera, richiede “allenamento” alla vita di sacrificio, di disponibilità, di ascolto, di servizio. E’ ovvio che egoismo e vocazione missionaria non potranno mai andare d’accordo. Quindi c’è bisogno di un cuore aperto disposto a donarsi e sacrificarsi, cominciando tra le mura di casa. Mi sembra che molti giovani non siano alleanti al sacrificio né per il matrimonio né per la chiamata del Signore.

Fr. Duilio Plazzotta
http://www.comboniani.org