Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini

II. ASCOLTO E PREGHIERA

Scrittura e preghiera: la ”lectio divina”

L’ascolto di Dio, da parte del cristiano, significa in concreto l’ascolto della Parola contenuta nella Bibbia. II contatto con questa Parola scritta porta, infatti, a una ricchezza di vita inaspettata. A me, che leggo la Scrittura da circa cinquant’anni, essa appare ogni volta così nuova da destarmi stupore e da creare quello shock dell’intelligenza e dell’emozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio.

Assai opportunamente il Concilio Vaticano il, nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, ha trattato a lungo di questo tema e sintetizzo il suo insegnamento in quattro punti:

– tutti i fedeli devono avere accesso diretto alla Scrittura;

– devono leggerla frequentemente e volentieri;

– devono imparare a pregare a partire dalla lettura diretta della Bibbia;

– al fine di conoscere Cristo Gesù, perché non lo si può conoscere al di fuori delle Scritture, e di conoscerlo in maniera eminente.

Diceva san Girolamo, e la Costituzione conciliare lo cita: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».

Sono allora indispensabili dei mezzi concreti con cui il cristiano riesca ad accostarsi ai testi della Scrittura, al Nuovo Testamento in modo da confrontarli realisticamente con la sua esistenza.

Tra questi mezzi o metodi concreti, suggerisco quello patristico della lectio divina, chiamata “divina” appunto perché consiste nella lettura e nell’ascolto di un passo della Bibbia.

Tale “lectio divina” comprende alcuni gradini – lectio, meditatio, oratio o contemplatio – che, per maggiore utilità, sono solito allargare a sette aggiungendone quattro – consolatio, discretio, deliberatio, actio -.

– La lectio è il momento in cui si legge e rilegge una pagina dell’Antico o del Nuovo Testamento mettendone in rilievo gli elementi portanti. E un atteggiamento dinamico, è lo sforzo di cogliere, nel testo, i rilievi in modo che da “pianura” diventi un “panorama di montagna” con alcune parti in luce e altre in ombra. Sottolineando i verbi, i soggetti, gli oggetti i vari elementi acquistano valore insospettato. La lectio, nel quadro in cui noi la consideriamo, non è fine a se stessa ma si apre alla meditatio: va dunque fatta ogni volta per quel tanto che serve a passare oltre. Non così poco che la meditatio sia sterile e non così tanto da impedirne il dinamismo.

– La meditatio è la riflessione sui valori del testo, soprattutto sui valori permanenti. È un secondo modo di accostare il brano: non più per considerazione analitica dei soggetti, degli oggetti, dei simboli, dei movimenti interni ed esterni, ma dei valori che il testo veicola e porta con sé.

La meditatio va fatta con la mente e anche con l’affetto perché spesso i valori sono ricchi di risonanze, di sentimenti. Comporta il superamento della quantità verso la qualità, il superamento delle forme esteriori, delle, figure geometriche e sintattiche verso i loro contenuti, ed è quindi un passaggio importante. Quali valori esprime Gesù con questo modo di essere? Quali valori esprime Paolo e come posso fare per farli miei? Il mondo della meditatio è molto vario perché l’uomo si confronta dall’interno con la Parola e ne fa modello, proposta, regola di vita. C’è tuttavia un rischio ed è quello di prolungare la meditatio all’infinito, compiacendosi di aver capito i valori del testo, di averli ordinati e collegati con la propria vita. Il rischio è di credere di vivere quei valori semplicemente perché si è riusciti a coglierli bene, bloccando così il processo dinamico della preghiera e cadendo nell’autocompiacimento che, in realtà, è l’opposto della religiosità evangelica, pur se si nutre di parole del vangelo.

La meditatio è dunque un grandissimo valore da imparare, e magari ci si mette anni per impararla, però deve essere superata, a un certo punto, verso la contemplatio. La meditatio può essere fatta, in qualche maniera, anche da un non credente che si compiace dei valori profondi espressi dalla Scrittura.

– Con la contemplatio entriamo nella specifica preghiera cristiana che è “in spirito e verità”.

E il passaggio dalla considerazione dei valori all’adorazione della persona di Gesù che riassume tutti i valori, li sintetizza, li esprime in sé e li rivela. È un momento orante per eccellenza in cui vengono dimenticate proprio le stesse cose che sono state molto utili per stimolare la coscienza. Si adora e si ama Gesù, ci si offre a lui, si chiede perdono, si loda la grandezza di Dio, si intercede per la propria povertà o per il mondo, per la gente, per la Chiesa.

Il centro e il riferimento della contemplatio è sempre la persona di Gesù, rivelatore del Padre.

Dal punto di vista più propriamente ontologico o di antropologia soprannaturale, la contemplatio è la disponibilità al dono infuso della carità. L’uomo cioè è nella situazione ideale per accogliere, coscientemente o almeno con piena disponibilità, il dono infuso dì carità, a lasciare vibrare in sé lo Spirito di santità.

La contemplatio è, dunque, in parte esercizio attivo, adorante, amante e in parte esercizio passivo, spazio dato allo Spirito di Cristo perché in noi adori, lodi, glorifichi il Padre. Il dono infuso di carità è germinalmente presente, come sappiamo, in ogni battezzato. Molto spesso però non ha spazio espressivo, uno spazio cioè corporeo, mentale, strutturale: la contemplatio è esattamente il momento in cui si dà spazio corporeo allo Spirito santo. Per questo possiamo anche chiamarla “conversione” dell’uomo che si rivolge totalmente a Dio, che lo sceglie costantemente, attratto da lui, che lo ama con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze elevate soprannaturalmente dallo Spirito.

È veramente il punto culminante delle varie tappe del dinamismo della preghiera ed è la norma, il riferimento delle tappe precedenti. In tanto la lectio è utile, la meditatio è importante, in quanto sfociano nella contemplatio che è vita in senso pieno: è la vita di Cristo che vive in colui che contempla.

Da aggiungere, a questo punto del dinamismo della preghiera, ci sarebbe solo l’esperienza infusa mistica, la percezione cioè cosciente dell’agire di Dio: l’unione con Dio a livelli mistici non è però necessariamente parte dell’organismo ordinario della vita cristiana. Vorrei, invece, dire qualcosa sul dinamismo esplicativo della contemplatio ed è per questo che ho indicato altri quattro gradini, anche se non sono un passo avanti perché tutto è già avvenuto.

Consolatio. Noi facciamo fatica a determinare questo vocabolo mentre è realtà notissima al Nuovo Testamento. Paolo ne fa un uso molto grande, sia come verbo – parakaléo – sia come sostantivo – paraklesis – e addirittura lo prevede come un ministero: «Chi ha il ministero della consolazione – parakalon – attenda alla consolazione – paraklései -» (cfr. Romani 12,8). Consolazione è un appellativo di Dio, il Dio della pazienza e della consolazione (cfr. Romani 15,4; II Corinzi 1,3) e il Nuovo Testamento la considera come realtà fondante l’esperienza cristiana.

A noi sembra un sostegno aggiuntivo: il bisogno di essere consolati ci appare quasi un segno di debolezza, e questo è abbastanza strano se pensiamo che lo Spirito santo è qualificato come il Paraclito, il Consolatore.

Che cosa possiamo dunque intendere per “consolatio” come sviluppo ordinario della contemplatio? Possiamo intendere la gioia profonda, intima che viene dall’unione con Dio, il riverbero luminoso, gaudioso della comunione con Lui.

Pensiamo alla gioia che vediamo trasparire dagli occhi di persone particolarmente sante, quel non so che di pace, di serenità, di tranquillità anche nella sofferenza. E il gusto del culto di Dio, il rapporto con Dio vissuto con gaudio.

L’uomo giunto alla contemplazione sa che nessuna forza umana gli potrà strappare quella pace che è dono di Dio. Paolo esprime questa certezza gaudiosa quando esclama: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… lo sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!» (Romani 8,35.38-39). La consolazione è la forza che sentiamo uscire, a distanza di duemila anni, dalle parole di Paolo. Ha molti altri nomi la consolatio: in certi periodi della storia della spiritualità è stata chiamata “fervore” oppure “devozione” (san Francesco di Sales), cioè prontezza gaudiosa e spontanea con cui l’uomo si dona a Dio. Da san Giovanni Eudes è stata chiamata “il regno di Gesù”: la vita è il regno di Gesù che si sviluppa in noi.

Non dobbiamo perciò trascurare la consolatio. A volte, una certa cultura pseudo-spirituale ci fa credere che ciò che conta è fare il proprio dovere, essere leali e giusti. Ma l’uomo leale e giusto non può non esprimere quella pienezza di sé che è la forza e l’entusiasmo della gioia interiore!

Certo, si tratta di gioia spirituale nascosta nel profondo. Se spesso è velata e oscurata dalle prove, dall’aridità, dalle desolazioni, dalle tentazioni, dalla derelizione, dalla croce, tuttavia non a questo l’uomo è chiamato. Lo stadio a cui è chiamato è la luminosità di Cristo risorto e la consolazione è luminosità del Cristo risorto diffusa nell’esperienza. Non è fenomeno accessorio, pur se va distinta dai puri stati di entusiasmo naturale.

Discretio o discernimento. La consolatio pone l’uomo in sintonia mirabile con i valori evangelici. E gusto interiore per Cristo, per l’essere con lui, per la sua povertà, per coloro che sono simili a Gesù nella sofferenza, per la sequela generosa della croce insieme a lui. Le grandi scelte di Cristo, il suo abbandono al Padre, il suo distacco, la sua dedizione all’uomo diventano valori connaturali nel momento della consolatio. Il discernimento è la capacità di scegliere, per interiore connaturalità, secondo e come Cristo. La sua relazione con la meditatio è molto stretta perché la meditatio fa emergere i valori di Gesù e la discretio li fa scegliere. Francesco d’Assisi incontra il lebbroso, vede in lui Cristo e, nell’impulso dello Spirito, lo bacia pieno di gioia, superando una fortissima ripugnanza naturale: è la discretio che gli ha fatto fare la stessa scelta di Gesù.

Deliberatio è l’atto interiore con cui l’uomo si decide per le scelte secondo Cristo e necessariamente sfocia nell’actio.

L’actio è il modo di vivere e di agire secondo lo Spirito di Cristo, è l’accogliere totalmente dentro di noi la coscienza apostolica, è l’averla integrata in noi stessi, l’aver fatto di questa scelta non soltanto un atto di volontà a cui conformarsi a fatica ma una realtà entrata in noi attraverso il dinamismo della preghiera.

In tal modo la preghiera non è più soltanto un pregare in vista del compiere meglio qualcosa: la preghiera è il fare emergere la scelta, il formare la propria vita a partire dalle scelte evangeliche interiorizzate.

Prima di concludere, desidero ribadire l’importanza della contemplazione senza la quale tutto diventa insipido, diventa esecuzione faticosa di precetti, volontarismo, moralismo. La mancanza di contemplazione ci impedisce di cogliere globalmente i vari aspetti dell’esperienza cristiana e di vivere realmente il “vieni e seguimi” di Gesù. Nella contemplazione l’uomo raggiunge il massimo di chiarezza e di forza, in essa il progetto-uomo si verifica e si va verificando progressivamente, a mano a mano che si integra nelle azioni, nella cultura, nella espressione esteriore della persona.

Il passaggio dalla meditazione alla contemplazione è dunque un momento vitale e determinante dell’esperienza cristiana. Spesso la nostra esperienza cristiana è, al massimo, a livello meditativo, di riflessione, di bei pensieri ma ancora oscura su molti valori del dono di Dio fatto all’uomo. Tale è l’esperienza degli apostoli nel vangelo di Marco che vedono e non capiscono, che hanno occhi e non comprendono. Per questo ci si ritrova incerti, alle prese con continui ripensamenti e con desideri di evasione: perché non si ha come riferimento la contemplazione.

Le domande che possiamo porci, allora, devono essere su come pratichiamo la lectio e la meditatio, ma soprattutto se ci apriamo alla contemplazione, se la consideriamo fondamentale per il nostro cammino di fede.

Io credo che tutti noi abbiamo avuto dei momenti di vera contemplazione, nei quali abbiamo potuto discernere anche la consolazione di Dio.

L’invito è a riflettere su tali momenti e a valorizzarli giustamente, secondo i desideri del Signore.

Osservazioni importanti sulla “lectio divina”

Nell’accostarsi alla Bibbia mediante il metodo della lectio divina bisogna evitare il rischio di uno straripamento della lectio al di fuori dell’alveo della tradizione e della Chiesa. Capita infatti spesso che la Scrittura venga usata non semplicemente in funzione critica dei nostri idoli, ma pure in funzione di critica delle istituzioni, di una critica globale e priva di discernimento. Un altro rischio è di asservire il testo sacro a ideologie preesistenti (politiche, sociali, filosofiche), usandolo come prova o appoggio.

In questi casi la lettura della Bibbia tende a uscire dal contesto vitale in cui è nata e si è trasmessa.

E, ancora, si rischia di intendere sotto il nome di lectio una qualunque lettura della Bibbia, che sia in qualche modo unita con la preghiera. Non di rado si tende inoltre a fare della “teologia biblica” trattando temi dell’uno e dell’altro Testamento, o si cercano attualizzazioni a partire da un brano scelto a caso o presente nella liturgia. Tutto ciò fa parte della lectio, ma non la definisce nella sua caratteristica più profonda. Mi sembra quindi utile richiamare alcune parole del padre gesuita Francesco Rossi de Gasperis, in uno stimolante studio (Bibbia ed esercizi spirituali, Torino 1982, 33): «Lectio divina è la lettura continua» – preferisco dire “tendenzialmente” continua – «di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento. Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell’intero testo biblico, la lectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento uditore della Parola (…). La lectio divina non fa una scelta di testi adatti a temi e argomenti già scelti e decisi in precedenza, in vista di bisogni o gusti già sperimentati o avvertiti dal lettore o dalla comunità che legge. Essa non adotta nemmeno il procedimento dei “temi biblici” preferendo invece tenersi al di qua di ogni selezione teologica del messaggio biblico. Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La lectio divina suppone e prende sul serio l’unità di tutte le Scritture».

Se dunque la lectio divina viene vissuta nel suo dinamismo che, partendo dalle prime tre tappe – lectio, meditatio, contemplatio – si amplia e si apre alla consolatio, discretio, deliberatio e actio, può costituire un formidabile aiuto di fronte all’attuale sfida del mondo occidentale.

Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell’esperienza quotidiana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell’Europa moderna.

Un esempio di “lectio divina”

Iniziamo a leggere il Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo,
il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni».

È un salmo che abbiamo cantato tante volte nella liturgia delle Messe domenicali e feriali, eppure forse non lo conosciamo sul serio. Diceva di esso il grande filosofo francese Henri Bergson:

«Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / …Anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, / non temerei alcun male, perché tu sei con me”».

1. Nel momento della lectio rileggiamo il testo per metterne in rilievo gli elementi cercando di rispondere alla domanda: che cosa dice il salmo?

– Il Salmo 23 è sovente chiamato “il salmo del pastore”, perché parla di un pastore, anzi del Signore sotto l’immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.

A me pare tuttavia che quel titolo non sia adeguato e, in realtà, se notate bene le tre strofe, vi accorgerete che l’immagine del pastore è sviluppata soltanto fino al v. 4: «il tuo bastone e il tuo vincastro».

Dal v. 5 in avanti, è delineata un’ altra immagine, quella dell’ospite che invita a cena: «Davanti a me tu prepari una mensa…».

Due sono quindi i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé.

Per questo ritengo più indovinato un altro titolo: “Perché tu sei con me“, che esprime molto bene la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del salmo. “Perché tu sei con me” è un’ affermazione che sta, quasi visivamente, a metà del canto, della preghiera del salmista, e riassume tutto in una espressione di grande fiducia: tu sei con me.

E chiaramente un salmo di fiducia, e cercheremo di capire che cosa in pratica significa.

+ Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e io, cioè colui che parla.

Le azioni attribuite al Signore sono nove: egli è mio pastore; mi fa riposare; mi conduce; mi rinfranca; mi guida; è con me; mi dà sicurezza; prepara una mensa; cosparge di olio.

Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l’attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come Colui che si prende cura di me.

Di fronte a questo soggetto principale, ci sto io che affermo di non mancare di nulla, di non temere alcun male, affermo che il mio calice trabocca; che sento la felicità e la grazia come compagne di vita, che voglio abitare nella casa del Signore.

Si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e me: che cosa è lui, che cosa fa per me, che cosa io gli dico. E una preghiera semplicissima, che non chiede nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima; se poi volessimo esaminare la portata dei simboli che presenta, troveremmo una vastità di applicazioni, come dimostra la storia dell’esegesi del Salmo 23.

+ Possiamo ora rileggere le strofe dal punto di vista delle immagini. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l’ospite, cioè l’immagine del pascolo e l’immagine della convivialità, dell’ospitalità a mensa.

Ciascuna di esse è sviluppata con altre che completano, arricchiscono il quadro.

– L’immagine del pastore – molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni 10 – viene specificata: «su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille. Chi ha visto le steppe della Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto, può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c’è una sorgente d’acqua, magari nascosta sotto le pietre.

Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti.

Inoltre sa far viaggiare: c’è infatti l’immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c’è quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine. In questo viaggio si può anche «camminare in una valle oscura» – pensiamo al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde o se, inciampando, si cade in qualche dirupo! -. Il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte.

Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge dai lupi; il vincastro, invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del gregge, per condurlo; ed è ciò che il Signore fa per noi.

– Seguono le immagini conviviali: «davanti a me tu prepari una mensa» (v. 5). Figuriamoci di essere sotto una tenda, su una stuoia stesa per terra, e sulla stuoia cibi succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena comune. Prima che la mensa abbia inizio, colui che ha invitato cosparge di profumo, «cosparge di olio il capo», come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa.

Sulla mensa c’è anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà gioia.

Le immagini conviviali sfociano, nel v. 6, nell’immagine della casa del Signore: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni»; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio, dove si è veramente a casa.

+ Ho richiamato semplicemente qualche metafora, ma su ciascuna di esse ci si potrebbe fermare per chiarirne meglio il significato.

Che cosa vuol dire “acque tranquille”? Non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso.

Che cosa vuol dire “valle oscura”, tenebrosa? Non è soltanto un dirupo dove non arriva la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall’alto a portare la parola di conforto.

Invito ciascuno a ripensare e a gustare tutte queste immagini poetiche; pur se non possiamo cogliere la poesia e il ritmo propri del testo ebraico, tuttavia alcune assonanze risuonano un poco anche nella traduzione in lingua italiana.

2. Passando al gradino della meditatio, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per noi? che cosa dice questa poesia religiosa oggi?

+ Incominciamo a cercare le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

– non manco di nulla;

– tu sei con me;

– mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;

– abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa.

+ Per poter dire sul serio queste parole, è necessario domandarci su chi cadono, e la risposta per me è ovvia: cadono oggi su cuori ansiosi, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze.

Da alcuni anni seguo un gruppo di centinaia di giovani e di ragazzi – tra i 18 e i 25 anni – che partecipano al cammino cosiddetto del “Samuele” e cercano con grande disponibilità la volontà di Dio nella loro vita. E affinché compiano un cammino solido, io propongo ogni anno delle regole: per esempio, di astenersi dalla televisione o di farne un uso molto ridotto. Tra le altre c’è la IV regola che recita: bandire ogni forma di ansietà su di me e sul futuro.

Ebbene, per tantissimi di questi giovani e ragazze, non è difficile astenersi dall’uso della televisione, mentre è particolarmente difficile bandire ogni forma di ansietà su di sé e sul proprio futuro. La ritengono la regola più dura. Ciò significa che il nostro cuore è insicuro, siamo continuamente bisognosi di rassicurazioni su di noi e sul domani che ci attende, sulle nostre relazioni, sulle nostre capacità, sul fatto che non commetteremo sbagli troppo gravi nello scegliere lo stato di vita.

Il Salmo 23, da questo punto di vista, è una medicina salutare, consolante, divina, efficace per tutte le ansietà del cuore umano. È una splendida preghiera da ripetere nella fede, davanti a Gesù: Signore, io non manco di nulla davanti a te; tu sei con me, mi rassicuri, mi fai abitare nella tua casa. Si tratta di uno straordinario esercizio di fede e di speranza.

+ Nel desiderio di approfondire il messaggio, di scavare di più nel nostro cuore, ci chiediamo: quando pronuncio le parole del salmo, quando lo recito in preghiera, sono davvero sincero?

Credo che tutti dobbiamo confessare che le cantiamo, ma con un po’ di superficialità; talora ci muovono alla preghiera, se stiamo vivendo momenti buoni, se non ci sono all’orizzonte dei crucci e dei problemi. Tuttavia, allorché entriamo in una valle oscura, allorché avvertiamo davanti a noi l’ombra della morte (un insuccesso, la solitudine, un fiasco nella vita, il dolore fisico o morale…), diventa assai difficile dire: cammino in una valle oscura, ma sono in pace perché tu, Signore, sei con me.

Pur se sono vere, pur se sono salutari, le parole del salmista sono difficili da pronunciare con il cuore.

+ Che cosa fare, dunque, quando ci si trova in una valle oscura, nella valle di morte, nell’ombra, nell’abisso? Dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù. Egli è entrato nella oscura valle del Getsémani, è entrato nel buio dell’agonia sulla croce, si è sentito abbandonato e ha gridato: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Però in quel momento ha rivolto al Padre delle parole che risuonano affini a quelle del Salmo: So che tu, Padre, sei con me, nelle Tue mani affido il mio spirito.

Gesù, contemplato nel Getsémani e sulla croce, è il modello da seguire, è colui che ci assicura dicendo: malgrado tutto, avrete la forza di pregare il Salmo 23, anzi l’avete già ora perché ve la dono io.

Mi viene in mente quanto scrive san Bonaventura a proposito di Francesco che, nell’estate del 1219, andò in Palestina e fu ricevuto dal sultano d’Egitto, attraversando così le linee militari musulmane. In quel momento di gravissimo pericolo, di paura, quasi di follia (avrebbe potuto rinunciare alla visita, evitando un percorso tanto rischioso), Francesco continuava il viaggio ripetendo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore, sei con me».

3. Nella contemplatio, affidata a ciascuno personalmente, si cerca di andare al di là del Salmo per toccare il volto di Gesù presente dietro a ogni pagina e in ogni pagina della Scrittura. Magari si parte da un’invocazione, da una preghiera nella quale esprimo al Signore i sentimenti provati ascoltando le parole di uno o di un altro versetto, ma improvvisamente la preghiera non è più esercizio della mente, bensì lode, silenzio davanti a Colui che mi si è rivelato, che mi parla come amico, come medico, come salvatore. La contemplatio è una sorta di esperienza stupenda, misteriosa, nella quale intuiamo con il cuore che il Risorto è in mezzo a noi come Signore della nostra vita e Signore della storia.