Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini

I. L’AMORE DI DIO PER L’UOMO

3. La misericordia di Dio nel vangelo secondo Luca

Luca si preoccupa di insistere sul fatto che il Vangelo della grazia, della misericordia di Dio, non viene compreso.

Infatti, i farisei e gli scribi mormoravano perché a Gesù si avvicinavano tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo: «Costui – dicevano – riceve i peccatori e mangia con loro» (Luca 15,2). Mormoravano coloro che vivono le pratiche religiose e perciò si ritengono in possesso di diritti acquisiti rispetto al Regno di Dio; tuttavia tale opposizione alla parola di grazia di Gesù non viene espressa in forma diretta, bensì mediante allusioni, riferimenti vaghi, piccole frasi che contengono mezze verità e sono messe in giro, sottintesi. Dire una mezza verità, con dei sottintesi, è il modo con cui da sempre ci si mette contro il Vangelo della grazia.

Gesù non pronuncia una difesa; semplicemente ribadisce il messaggio della misericordia, perché la parola di Dio è luce e non ha bisogno di essere illuminata da altro.

Le parabole dei perduti e ritrovati

In Luca 15 leggiamo così le più note parabole: quella della pecora smarrita e ritrovata (vv. 4-7); quella della dramma perduta e ritrovata (vv. 8-10); e la parabola del figlio perduto e ritrovato (vv. 11-32).

Tutte e tre mostrano che c’è qualcosa di perduto (una persona, una cosa, un animale) e che Dio cerca ciò che è perduto con grande attenzione.

Dio vuole la salvezza di ciascuno di noi, anche di uno solo. Chi sogna un cristianesimo con programmi preordinati di tipo cosmico, un cristianesimo che non può attardarsi nella ricerca di una pecora o di una dramma o di un figlio che ha lasciato la casa patema, difficilmente comprende e accoglie il Vangelo della grazia, Ancora, le parabole mostrano una sorta di accanimento da parte del pastore, della donna e del padre.

Il Dio della misericordia infatti si prende a cuore il singolo uomo come se fosse l’unico, quasi a dire: Tu sei importante per me, tu mi manchi, per te metto in questione la mia vita.

Infine, Gesù sottolinea la gioia del ritrovamento; ne fa il tema dominante, contrapposto alle lacrime della ricerca. Quando il pastore ritrova la pecora «se la mette in spalla tutto contento e va a casa, chiama gli amici e i vicini», affinché si rallegrino con lui. La donna, ritrovata la dramma, «chiama le amiche e le vicine». Il padre dice ai servi: «Presto! Portate il vestito più bello e rivestite mio figlio, mettetegli l’anello al dito e i suoi calzari ai piedi, portate il vitello grasso e ammazzatelo, mangiamolo e facciamo festa. E cominciarono a far festa». Gioia, festa, banchetto, musica e danze sono collegate con il ritrovamento del perduto.

A chi viene proposto questo insegnamento di Gesù in parabole?

Gesù ha davanti agli occhi un uditorio di mormoratori invidiosi. I mormoratori, appunto, indicati in Luca 15, 1-2: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”».

– I mormoratori invidiosi sono gente di casa, non estranei. I farisei sono pienamente di casa nella religione ebraica. Ritroviamo questa invidia domestica, espressa in maniera parabolica e drammatica, nella seconda parte del racconto del figliol prodigo là dove il figlio maggiore si ribella: «Il servo gli rispose: “E tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché l’ha riavuto sano e salvo”. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare» (Luca 15,27-28).

– Gente di casa, che crede di conoscere il padre. Il fratello maggiore credeva di conoscere suo padre e si meraviglia di quello che fa: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici» (v. 29). Gente che crede di conoscere Dio e dice: Come mai si comporta così? È ingiusto, non doveva assolutamente farlo, non ha mai fatto così con me che lo conosco e che lo servo da tanti anni!

– Gente perbene: persone che presumono essere giuste e disprezzano gli altri.

È il quadro completo, presentatoci dal vangelo, delle persone a cui Gesù si rivolge. Potremmo caratterizzare l’uditorio dicendo che è gente dall’occhio cattivo. L’immagine la prendiamo dalla parabola degli operai mandati a ore diverse nella vigna (Matteo 20), là dove il padrone conclude il suo discorso all’«amico» che si è lamentato di aver lavorato tutto il giorno e di aver avuto la medesima paga degli altri: «Sei invidioso perché io sono buono?» (v. 15). Nel testo greco questo «invidioso» è «ofthalmós sou ponerós», il tuo occhio è cattivo.

Con la metafora dell’occhio cattivo possiamo quindi indicare il pubblico cui Gesù si rivolge.

Il Vangelo della grazia

Mettendoci ora dalla parte dei mormoratori, possiamo chiederci: il Vangelo della misericordia non diventa, alla fine, un evangelo della faciloneria, del permissivismo, del disimpegno etico?

Forse ci è capitato talora di ripetere le parole dei farisei o di ascoltare altri che esprimono timore verso un messaggio che mette in pericolo l’osservanza delle leggi, il rigore delle tradizioni, la sicurezza dottrinale e morale di un gruppo.

La domanda è seria e non dobbiamo lasciare che entri nel nostro cuore perché, in tal caso, non comprenderemmo più il Vangelo della grazia.

Offro tuttavia qualche riflessione in proposito:

– Dio non muta; qualunque siano le conseguenze da noi paventate, egli è il Dio della misericordia.

– I timori di fronte al suo Vangelo di grazia esprimono probabilmente la paura di sottoporsi a questo regime. Mi viene in mente Dietrich Bonhoffer che, per la sua tradizione protestante, poteva essere imputato di cedere al Vangelo della grazia e che ha sentito il bisogno di chiamarlo: «grazia a caro prezzo». Ci può essere in noi una nascosta ripugnanza ad accogliere Dio così com’è, a lasciarci invadere dalla sua misericordia, e preferiamo difenderci con la legge, con la giustizia, con il rigore etico del vangelo. Ci può essere in noi una comprensione solo parziale del Vangelo della grazia e per questo lo allontaniamo istintivamente.

– Il Vangelo della grazia ha, come corrispondente in chi lo riceve, lo stigma della gratuità. Non c’è niente di più esigente della gratuità, proprio perché non ha limiti a differenza del vangelo della legge – non sono obbligato, non sono il custode di mio fratello! -.

L’esigenza del Vangelo della grazia giunge a superare tutte le legalità e tutti i ruoli, perché ci tocca nel più intimo e ci invita al dono di noi stessi fino alla morte.

– Il Vangelo della grazia, quando non è accolto, lascia il morso dello scontento e della disperazione. Non forza nessuno a donarsi, a uscire dal proprio egoismo, ma lascia l’uomo libero di chiudersi nella propria disperazione, nel rifiuto totale e quindi di perdersi nella propria solitudine personale e di gruppo, nella difesa a oltranza, fino ad accorgersi che non c’era nulla da difendere.

La dignità della persona umana

Possiamo infine notare che Luca presenta l’episodio del ladro pentito e salvato da Gesù in croce come il culmine della misericordia di Dio, come il culmine dell’azione evangelizzatrice e redentiva di Gesù nella sua Passione. A noi sembra strano un tale spreco di sforzo evangelizzatore per ottenere un piccolo risultato, la salvezza di un solo uomo, eppure è, come abbiamo visto nelle tre parabole precedenti, il marchio di fabbrica del Dio del vangelo. Entrare nel mondo di questo Dio che ama, vuol dire cogliere la possibilità di avere a cuore la salvezza di tutti in maniera che nessuno venga trascurato, offeso, dimenticato, ma sia dato pieno valore a ciò che ciascuno rappresenta agli occhi di Dio.

La coscienza del valore che ha una persona umana è il riflesso dell’atteggiamento di Gesù, per il quale uno solo è come 99, come tutti. E ne scaturisce allora quella dignità della persona umana a cui la società civile non è abituata. Forse la si proclama a parole; tuttavia, comunemente, anche nelle civiltà più elevate, si guarda all’insieme, alla totalità, al gruppo e, per il singolo, si fa ciò che si può.

Nell’agire e nelle parabole di Cristo c’è una rivelazione del Dio vivo e nello stesso tempo una rivelazione dell’immagine di Dio impressa nell’uomo, della dignità di ogni uomo che non si può raggiungere senza una rivelazione. Per questo l’etica cristiana arriva a vertici molto esigenti, che la gente non comprende perché non riesce ad avere un’idea precisa della dignità assoluta dell’uomo in ogni fase della sua vita, a partire dal concepimento fino all’estrema debolezza della vecchiaia.

L’evangelista Giovanni non riporta l’episodio del ladro pentito e salvato; egli infatti contempla nel «costato trafitto» di Gesù la più perfetta parabola del Padre, la massima espressione dell’amore di Dio, misterioso e nascosto, per l’uomo peccatore, solitario, sofferente e dannato.

Il primato di Dio nella Chiesa

Dal primato dell’amore e della misericordia di Dio per l’uomo, per tutti e per ogni uomo, nasce nella Chiesa l’urgenza di ripartire sempre e di nuovo da Dio.

Ripartire da Dio richiede il coraggio di porsi le domande ultime, di ritrovare la passione per le cose che si vedono leggendole nella prospettiva del Mistero e delle cose che non si vedono.

Rispetto al cammino personale del credente significa non dare mai nulla per scontato nella fede, non cullarsi nella presunzione di sapere già ciò che invece è perennemente avvolto nel mistero; significa santa inquietudine e ricerca. Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora; vuol dire dunque vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre.

Come san Paolo fece con i Galati e con i Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte. Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; è il Mistero santo del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace.

Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di Lui alcune cose certe che Egli ci ha detto di sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di Lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto «Dio» e danno l’impressione di sapere perfettamente ciò che Dio è e opera nella storia, come e perché agisce in un modo o nell’altro. La Scrittura, come abbiamo visto, è più reticente, più discreta e piena di mistero, preferisce il velo del simbolo o della parabola, nella consapevolezza che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di «Qualcuno» che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo, lui che è il Figlio; ci parla del Padre per enigmi, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui.

Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte radiosa della fede.

Rispetto al nostro agire comunitario e sociale, ripartire da Dio significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la Signoria di Dio e misurarli solo sul Vangelo. Vuol dire confrontare tutto ciò che si è e che si fa con le esigenze del suo primato. Dio solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui è la misura che non passa, l’àncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.

Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo, rivelatore del Padre, e ispirarsi continuamente alla sua parola, ai suoi esempi, così come ce li presenta il vangelo. Vuol dire abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore inquieto, perseverare nella notte dell’adorazione e dell’attesa. E questa la sola via per uscire dalla violenza dell’ideologia senza cadere nella condizione di naufragio del nichilismo, privo di etica e di speranza.

Il Dio con noi è il Dio che può aiutarci a trovare le vere ragioni per vivere insieme. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro Paese, partire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per rischiare e per amare. Ripartire da Dio significa riconoscere di essere nel cuore di Dio per un’esperienza di fede e di amore vissuti: riconoscere di essere nati per imparare ad amare sempre di più, a osare di più, ad andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri peccati.

Ripartire da Dio significa farsi pellegrini verso di Lui aprendosi al dono della sua Parola, lasciandosi riconciliare e trasformare dalla sua grazia. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo, più grande del nostro cuore, vince la paura e vive il grande viaggio, l’esodo da sé senza ritorno per camminare verso gli altri, verso l’Altro che è Dio stesso.

Di fronte al Dio dell’amore e della misericordia, la Chiesa, come corpo di Cristo presente nella storia, è chiamata a rendere visibile una comunità che vive sotto il primato di Dio. Una comunità che, pur con i suoi peccati, le sue mancanze e i suoi ritardi, è destinata a mostrare ad una società frammentata e divisa, caratterizzata da relazioni fragili, conflittuali, competitive, commerciali e consumistiche, la possibilità di vivere una rete di relazioni fondate sul vangelo, gratuite, disinteressate, armoniche, capaci di perdono, di accoglienza, di mutua accettazione.

La Chiesa che è sotto il primato di Dio Padre universale sente il dovere, anzi il bisogno, di essere ospitale, paziente, longanime, lungimirante. Certamente rimangono valide le prescrizioni disciplinari e canoniche che stabiliscono che cosa è e che cosa non è compatibile con la piena appartenenza alla comunità cristiana, e però sentiamo che la Chiesa è come una grande rete che raccoglie ogni sorta di pesci (cfr. Matteo 13,47-50), un grande albero presso cui nidificano a loro vantaggio molte specie di uccelli (cfr. Matteo 13,31-32). Non può arrogarsi il giudizio definitivo sulle persone e sulla storia, che spetta soltanto a Dio. La Chiesa è una grande città, le cui porte non devono essere chiuse a nessuno che chiede sinceramente asilo.