Incontrare il silenzio
di Roberto Mancini
Il Blog di Enzo Bianchi

Che cosa possiamo comprendere di noi e del mondo se, anziché rifuggire il silenzio per farci saturare dal fare quotidiano, riguardiamo la vita dal silenzio stesso?
Quali sono i desideri veramente essenziali? Che cosa vuol dire pensare? Che cosa vuol dire fare una scelta? Qual è il senso dell’esistenza e che cosa ha a che fare con quello che chiamiamo il bene? L’incontro con il silenzio è la soglia di accesso a una reinterpretazione della nostra identità, della libertà, dell’incontro con gli altri, del cammino con la conoscenza. Ma chiunque abbia realmente incontrato il silenzio ha potuto imparare che esso non è mai solo una soglia, uno spazio o una particolare dimensione dell’esperienza umana, ma è evento, rivelazione, invisibile prossimità di un Altro. Perciò quello che conta davvero è riconoscere il silenzio. […]

Parlare del silenzio, oltre che paradossale, può essere facilmente inopportuno, soprattutto se se ne vogliono sottolineare le virtù. Non credo serva l’ennesima apologia del silenzio, con l’annessa immancabile sequela di citazioni adatte allo scopo. Mi interessa invece approfondire il nostro possibile rapporto con esso per cogliere il senso che vi è custodito.

L’idea da cui muovo è quella per cui capire il silenzio, la sua vicinanza quotidiana, la sua attesa nei nostri confronti richiede una distanza, la distanza dal modo corrente di pensare. Ma una volta giunti a questa distanza ci si accorge che non si tratta tanto e solo di cambiare il modo di pensare il silenzio, quanto essenzialmente del fatto che il silenzio ci spinge a cambiare modo di pensare.

Il silenzio, nel suo valore rivelativo, è la porta da cui si può accedere a un altro codice di interpretazione della realtà. Anzi, è la soglia tra la logica come esercizio di razionalizzazione e l’ingresso in un codice vero e proprio, cioè in un mondo di senso che si lascia decifrare ma che non abbiamo stabilito noi. Per questa ragione la presenza discreta del silenzio è centrale sia per l’esistenza di ciascuno, sia per le forme più elaborate di esperienza del senso: la fede, l’arte, la filosofia, la ricerca scientifica quando sia vissuta come ascolto e partecipazione alla vita dell’universo. Parlo di un silenzio prossimo, cioè di un’esperienza inattesa e di un incontro insperato che pure hanno il loro luogo naturale e il loro tempo propizio nella quotidianità e non tanto in spazi sacri, in tempi eccezionali o al vertice di un’ascesi.

Perché dico che è necessaria una distanza? Perché per l’uomo intento a raggiungere i suoi scopi – sia l’homo faber, l’homo oeconomicus oppure l’uomo digitale – il silenzio è una zona oscura, un vuoto angoscioso da rigettare riempiendo di suoni e di rumori la mente e di attività e di impegni la giornata. Come la solitudine, lo spaesamento, l’insonnia, l’attesa, la noia, la malattia, il dolore, il silenzio è una delle forme della passività, dalla quale ci si tiene volentieri lontani.

Evoca l’angoscia del nulla, suscita istintivamente il timore che vi si rispecchi una nullità, un’incosistenza, un’irrilevanza del nostro essere.
La conferma di quanto sia diffusa questa tendenza a considerare il silenzio uno straniero indesiderato sta nella rarità con cui è dato di trovare persone che abbiano il tempo, la disposizione e l’apertura necessari ad ascoltare, dato che l’ascolto vive appunto di silenzio.

La distanza necessaria di cui parlo può sorgere dall’inquietudine, dall’insoddisfazione di fronte al mondo com’è e verso le risposte già da noi acquisite nei confronti di tutte le questioni dell’esistenza. Questa distanza può essere spontaneamente prodotta dalla meraviglia di fronte a un evento, a una situazione o a un pensiero che ci colpiscono e ci interpellano sospendendo la corrente dei pensieri abituali.

Se gli eventi che ci sorprendono sono negativi e sconvolgenti si ha l’impressione che, come si dice, il silenzio scenda sulla vita a testimoniare che da lì, dal vicolo cieco in cui ci siamo improvvisamente ritrovati, non c’è evasione possibile. Questo che scende come una cappa appare come un silenzio estraneo e minaccioso. Mi sembra però che la direzione del suo rivelarsi sia opposta quando viviamo qualcosa che, seppure come negazione o naufragio, ci riguarda intimamente ed è un messaggio rivolto all’esistenza.
Di sicuro, il silenzio sale dal nostro essere quando è il dolore in persona a farcisi incontro. Qui la distanza vissuta è sospensione della fiducia nel senso che avevamo riconosciuto sino allora, è separazione forzata dalle fonti di gioia cui, anche se esigue o rare, avevamo potuto attingere. Benché si tratti della distanza più difficile da affrontare, quella che vorremmo colmare prima possibile e in qualsiasi modo, credo che proprio questa generata dal dolore offra la possibilità di sostare nel silenzio per poi iniziare a viverlo come ricerca. Perché, più della meraviglia, più della gioia, forse anche più di un desiderio spontaneo dell’animo, è il dolore che ci impone di cercare un senso per l’esistenza. […]

Qualunque sia la via lungo la quale avviene questo incontro, la distanza così acquisita non porta a una conoscenza diretta del silenzio. «Non vediamo mai l’idea o la libertà in pieno volto» (Merleau- Ponty); accade altrettanto per il silenzio: non lo vediamo mai in volto.
Dobbiamo piuttosto riconoscerlo nel suo dimorare nell’arte, nell’esperienza della libertà, nella ricerca del senso, nella relazione con Dio e con gli altri.

Quando accettiamo di tacere o ci troviamo senza parole, quando entriamo improvvisamente in una zona in cui voci, suoni e rumori sono attutiti sino a farsi da parte, ci rendiamo conto in un attimo della misura del nostro essere, di non essere il centro del mondo. Se è un forte dolore a portarci sin qui, il sentimento corrispondente più probabile è il senso di impotenza e di irrilevanza. Ma in tutti gli altri casi della quotidianità, in tale esperienza del limite sentiamo con sollievo che la vita e le cose non dipendono da noi e che possiamo anche sospendere ogni impegno senza che nulla crolli. Così ci è dato il tempo. Sperimentiamo che non dobbiamo più inseguirlo, riempirlo, sfruttarlo. Perché invece ci è donato semplicemente per essere, per ritrovarci. Il silenzio inizia allora a parlare la sua lingua e si traduce anzitutto come una nuova esperienza del tempo: l’incontro con il tempo come durata piena di possibilità inedite, spazio inatteso per cambiare, riconoscere, imparare.

In questo tempo ritrovato si riesce a comprendere che esiste una passività feconda, quella che conoscono tutti coloro che – come le donne, i contadini e gli educatori – hanno confidenza con i fenomeni della vita che cresce e con i suoi processi di maturazione. Si comincia a comprendere che il silenzio non è la mera mancanza di parole, di suoni o di rumori, non è uno spazio indefinito di non senso, né la pausa tra una parola e l’altra. Al contrario il silenzio possiede una forza comunicativa misteriosa e radicale. Il silenzio vive negli strati più profondi della comunicazione. Perciò, nel suo valore essenziale, non si manifesta affatto nelle forme di relazione o nelle situazioni in cui è già intervenuta una rottura della comunicazione: il tacere forzato di chi non conosce la lingua degli altri, l’imbarazzo di chi non trova le parole, la reticenza o la menzogna di chi vuole evitare di dire come stanno le cose, l’ostilità di chi non vuole più comunicazione con l’altro, la fuga di chi ha deciso di non farsi più sentire e trovare da qualcuno.

Questi sono i silenzi. In essi l’elemento vitale della comunicazione si è già ridotto in scorie. Il silenzio è ben altro. Esprime la promessa e la presenza paradossale di quella che Aldo Capitini chiama l’unità amore, cioè di una relazione in cui ogni vivente può essere se stesso e accolto da ogni altro. I silenzi spezzati e taglienti sono la perdita del silenzio, l’oblio della sua promessa. Sovente per le cose migliori della vita ci mancano le parole e le poche che abbiamo appaiono subito retoriche e logore, se non illusorie. Ma la vita eloquente di chi ha accolto il silenzio come compagno è parola in senso creativo, è dono e comunicazione di sé che fa sorgere e mantiene ogni comunicare propriamente umano.