Formazione Permanente – italiano 2022
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Esercizi Spirituali predicati dal card. Martini:
La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor
X MEDITAZIONE
Il silenzio del Padre

«O Dio Padre nostro, aiutaci a entrare nelle sofferenze di Gesù, nel suo cuore addolorato, trafitto, schiantato dai nostri peccati, per poter conoscere la sua misericordia, la sua bontà, e per crescere nel suo amore. Te lo chiediamo, o Padre, per Cristo nostro Signore, nella grazia dello Spirito Santo.»

Stiamo cercando, dal monte della Trasfigurazione, di contemplare qualche mistero della vita di Gesù. Il Tabor, come ho detto, è anche geograficamente in una posizione centrale, privilegiata per vedere da una parte Nazaret, dall’altra il lago di Tiberiade con le città dove Gesù predicava, poi la Samaria, la valle del Giordano, la via verso Gerusalemme. Ora meditiamo, proprio dal monte santo, sulla passione, e lo faremo secondo un’angolatura particolare: quando il Padre sembra tacere.

Le parole del Padre

Anzitutto ricordiamo che il Padre di Gesù parla nei vangeli. Poche le parole, ma decisive, incoraggianti e illuminanti. Parla al battesimo di Gesù e su Gesù: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17). Parla nella Trasfigurazione: «Questi è il mio Figlio prediletto, l’eletto. Ascoltatelo». Tutte parole di grande conforto per Gesù e per noi: ci manifestano la volontà di Dio, dichiarano che Gesù rappresenta veramente il mistero del Padre tra noi e che le sue parole (il Discorso della montagna, l’istituzione dell’Eucaristia) sono vere, da ascoltare, da prendere sul serio.

Pur se il IV vangelo non riporta né il racconto del Battesimo né quello della Trasfigurazione, Giovanni ricorda tuttavia una parola del Padre, pubblica e misteriosa. Quando si avvicinano gli ultimi momenti della sua vita a Gerusalemme, Gesù dice: «”Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire: Padre, salvanti da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò!” La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Rispose Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi”» (1 2, 27-30).

E’ dunque una voce del Padre che dà conforto a chi la sa capire, confermando e approvando la missione del Figlio.

Insieme alle poche voci esteriori che ho evocato, ne sottolineo una interiore del Padre, ripresa parecchie volte da Gesù nei discorsi che leggiamo nel vangelo di Giovanni. Per esempio in 5, 19-20: «Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati”». Stupendo l’intimo colloquio tra il Padre e il Figlio, e molto confortante. Gesù contempla il Padre e da lui impara ciò che deve fare.

Gesù non si sente solo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che lo Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (8, 28-29).

Anche a noi capita di vivere talora un’esperienza simile, quando sentiamo che il Signore ci parla interiormente, ci conferma, ci incoraggia, ci sostiene. Viviamo cioè l’esperienza della consolazione, che è preziosa per la vita spirituale. Se non la provassimo almeno qualche volta, significherebbe che non siamo seriamente nella via di Dio.

Sant’Ignazio di Lojola nel libretto degli Esercizi dà molta importanza alle consolazioni e le descrive in maniera psicologicamente molto efficace. Cito dalle Regole per il discernimento degli spiriti: «Nelle persone che vanno intensamente purificandosi dai loro peccati, e che procedono di bene in meglio nel servizio di Dio nostro Signore, [… ] è proprio del cattivo spirito rimordere, rattristare, creare impedimenti, turbando con false ragioni, affinché non si vada avanti [il cattivo spirito che spesso ci tenta]. E’ proprio del buono spirito dare coraggio, forza, consolazioni, lacrime, ispirazioni e quiete, rendendo facili le cose e togliendo tutti gli impedimenti, perché si proceda avanti nel bene operare» (n. 315).

Davvero spesso ci accorgiamo di fare con slancio cose che sembrerebbero difficili e di sostenere sacrifici che mai avremmo pensato di saper compiere, perché siamo avvolti dalla consolazione interiore, che ci spinge a volare, a camminare di gran lena, a perdonare volentieri, ad aiutare gli altri con semplicità e spontaneità. E gli esercizi servono spesso per ritrovare il filone d’oro della consolazione, che magari si era nascosto sotto terra.

Leggo pure la Regola III, la cui descrizione è molto bella ed ampia: «Chiamo consolazione spirituale il causarsi nell’anima di qualche movimento intimo con cui l’anima resti infiammata nell’amore del suo Creatore e Signore», una crescita spontanea di amore, che non si sa da dove venga ma ci muove ad amare Dio, «e di conseguenza quando non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia della terra, ma solo in relazione al Creatore di tutto». E’ grazia: uno si accorge che gli importa solo di Gesù e altre cose in relazione a Gesù. «Così pure c’è consolazione quando la persona versa lacrime che la spingono all’amore del suo Signore, o a causa del dolore dei suoi peccati, o per la passione di Cristo nostro Signore, o a causa di altre cose direttamente ordinate al suo servizio e lode.» Sono tutte le mozioni positive che ci fanno entrare nel mistero della pietà, della devozione, della facilità a pregare, ad adorare, a lodare. «Infine chiamo consolazione ogni aumento di speranza, fede e carità e ogni tipo di intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola nel proprio Creatore e Signore» (n. 316).

Nel corso della nostra vita potremo leggere cento volte queste Regole e sempre le troveremo pertinenti al nostro cammino, ne saremo illuminati.

La consolazione dello spirito è una grazia da desiderare, è il colloquio interiore del Padre con noi, è Gesù che si fa nostro maestro.

Il Padre sembra tacere

Ci sono tuttavia momenti nei quali Dio sembra tacere. Nei vangeli il momento più drammatico in cui si vedono le conseguenze dei silenzio di Dio è rappresentato plasticamente nell’episodio del Getsemani, che corrisponde specularmente a quello della Trasfigurazione. Come ho sottolineato all’inizio degli esercizi, noi facciamo meno fatica a contemplare il santo volto dolente e sofferente di Gesù che il volto luminoso sul Tabor. La sofferenza infatti è un’esperienza più congeniale a noi, più vicina alla quotidianità.

Lascio a voi di leggere l’episodio del Getsemani in Mc 14,32-40.

Insieme vogliamo contemplare anzitutto i sentimenti negativi di Gesù: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni [i tre discepoli della Trasfigurazione] e cominciò a sentire paura e angoscia» (v. 33). E’ una descrizione terribile. Il Figlio di Dio sperimenta la paura, la paura che avevano provato i discepoli entrando nella nube. Qui la paura è assai più dolorosa, drammatica e dirompente, perché carica di angoscia. Mentre la paura nasce dalla prospettiva di un male imminente e inevitabile, l’angoscia è la ristrettezza del respiro propria di chi ha la percezione di una tragedia da cui non sa come uscire. Manca il respiro, si è come stritolati dagli eventi. Gesù vive questi sentimenti e le sue parole, durissime, ci stupiscono e ci smarriscono: «Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte”» (v. 34). Mi stupisco sempre di questo «fino alla morte», cioè fino ad essere schiacciato dalla tristezza.

Immaginiamo allora il volto di Gesù, che nella Trasfigurazione era luminoso come il sole, e qui appare triste, sconsolato, tremante. E’ il volto di un uomo che sperimenta una terribile desolazione.

E il Padre non parla, tace, non interviene a rassicurarlo, a confortarlo. Gesù invece, prostrato a terra, si rivolge quasi disperatamente a Dio, cerca il colloquio con Lui, ripetendo a lungo, forse per un’ora o due, la parola che, nella formula più tenera, recitava nelle sue preghiere: «Abbà, papà mio!»; e continua: «Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (v. 36). Grida verso il Padre, invoca, chiede di essere liberato da questo calice, ma non riceve risposta. Nemmeno lo confortano i tre discepoli, che si sono addormentati: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?» (v. 37).

Dunque la desolazione di Gesù è totale.

Sant’Ignazio negli Esercizi spirituali presenta puntualmente quegli stati di desolazione che prima o poi segnano il nostro cammino: «Chiamo desolazione tutto ciò che si oppone a quanto ho detto in precedenza sulla consolazione, ad esempio l’oscurità dell’anima, il suo turbamento [nervosismo, inquietudine, agitazione di passioni] l’inclinazione alle cose basse e terrene [tentazioni impure, fantasie, sensualità, golosità] l’inquietudine dovuta a vari tipi di agitazioni e tentazioni». Sono tutti moti interiori che portano l’anima – dice sant’Ignazio – a essere «sfiduciata, senza speranza, senza amore. E la persona si trova tutta pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore» (n. 317).

Pensiamo a santa Teresa di Gesù Bambino, che riferendosi all’ultimo anno e mezzo della sua vita, scriveva: non vedo più il cielo sopra di me, sono entrata in un tunnel, come se Dio non esistesse. E aggiungeva: mangio alla tavola degli increduli, sento in me le tentazioni del mondo contro la fede, mi pare che tutto sia illusione.

Gesù ha provato per noi questa desolazione, sapendo che inevitabilmente ci avrebbe toccato. Il Padre, tacendo, ha lasciato che il Figlio per amore nostro fosse avvolto da un tunnel oscuro.

Riprendo il testo di sant’Ignazio: «Come la consolazione è contraria alla desolazione, così i pensieri che nascono dalla consolazione sono opposti ai pensieri che nascono dalla desolazione», pensieri disfattisti, cinici, irritati, amari (n. 317). Chi è nella desolazione ha l’impressione, se prega, se celebra la Messa o vi partecipa, di ingannare se stesso e gli altri.

La vita spirituale è dunque intessuta di luci e di ombre, di consolazione e desolazione. Dalla consolazione sorgono allegria, serenità, scioltezza, spontaneità, dalla desolazione amarezza, pesantezza, non voglia, stanchezza, nevrosi, forme di blocco. Eppure la desolazione è un passaggio provvidenziale per la purificazione della nostra fede e per la nostra trasformazione in Cristo, nella misura in cui resistiamo. Viene alla mente la Regola V di sant’Ignazio: «In tempo di desolazione non si facciano mai mutamenti, ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano il giorno precedente a tale desolazione o nella decisione che si aveva nella precedente consolazione. Perché, mentre nella consolazione ci guida e consiglia di più il buono spirito, nella desolazione ci guida quello cattivo, con i consigli del quale non possiamo imbroccare nessuna strada giusta» (n. 318).

Ci sia di esempio Gesù nel suo mirabile continuare a parlare, anche dalla croce, con un Padre che tace.

Le parole di Gesù in croce

Una prima parola molto forte la leggiamo in Lc 23,34: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Gesù si rivolge al Padre, non tenendo in conto il suo silenzio.

Un’altra parola è in Lc 23, 46: «Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». La tendenza della desolazione sarebbe di fuggire, di scendere dalla croce, di rinnegare il Padre, ma Gesù vince la desolazione consegnandosi.

Un’ultima parola, terribile, è riportata da Marco e da Matteo, non da Luca. Mc 15, 33-34: «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: “Eli, Eli, lamà sabactàni?”, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cf Mt 27, 45~46). Un’espressione sconvolgente, che facciamo molta fatica a capire, e non a caso da due millenni teologia cerca di spiegarla.

Certamente va considerata nel contesto del Salmo 22 di cui è l’inizio, dove il salmista lamentandosi con Dio manifesta ugualmente fiducia: se mi lamento con Dio, vuol dire che mi ascolta, che c’è che è là per me.

In ogni caso è una parola drammatica: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché non mi parli più e non intervieni? Perché mi lasci morire così umiliato? Perché mi lasci sbeffeggiare così e non mi fai sentire in questo momento che sei mio Padre?

Gesù è nel buio più profondo e lo vive per noi, per aiutarci a capire che, anche quando siamo in questo buio, non tutto è perduto, anzi è l’inizio della salvezza.

Alcuni teologi, come Hans Urs von Balthasar, vanno oltre, ritenendo che qui Gesù sperimenta quella solitudine e quel distacco da Dio proprio del peccatore, sperimenta l’inferno. Si comprenderebbe allora la straordinarietà dell’angoscia di Gesù al Getsemani, il suo sudare sangue: senza avere peccato, vive l’esperienza di essere senza Dio, di non avere più contatto con Lui, di essere abbandonato. Come dice san Paolo, Gesù ci riscatta dal peccato e dalla maledizione (cf Gal 13, 3), assumendo la condizione del peccatore, che è lontananza da Dio. Con la differenza che il peccatore non si accorge della sua condizione, perché tutto preso dai beni effimeri del mondo.

A questo punto traggo una conseguenza per noi, che affido alla vostra meditazione: dobbiamo avere orrore del peccato, cioè di quel distacco da Dio che Gesù ha vissuto in maniera lacerante e dirompente. Non si comprende la gravità del peccato quando lo si intende come trasgressione della Legge, ma quando viene colto nella sua vera natura: lontananza da Dio, separazione dal Padre, rottura delle relazioni tra Figlio e Padre.

Concludo affidandovi tre indicazioni pratiche, che sant’Ignazio dà nelle Regole sulla desolazione (VI, VII, VIII).

Regola VI: «Visto che durante la desolazione non dobbiamo cambiare i primi propositi, gioverà molto reagire intensamente contro la stessa desolazione, restando per esempio più tempo nella preghiera, allungando gli esami e protraendo, secondo che sarà meglio, qualche tipo di penitenza» (n. 319). E’ il principio dell’agere contra, che ci permette di vincere la tentazione.

Regola VII: «Chi si trova nella desolazione consideri come il Signore lo lasci nella prova affidato alle sue forze naturali, perché resista alle molte agitazioni e tentazioni del nemico; infatti può fare ciò con l’aiuto divino che sempre gli resta, sebbene non lo senta chiaramente perché il Signore gli ha sottratto il suo grande fervore, l’intensità dell’amore e della grazia, pur lasciandogli la grazia sufficiente per la salvezza eterna» (n. 320). E’ una regola molto importante, perché ci assicura che tutto possiamo fare, con l’aiuto di Dio, anche se non lo sentiamo.

E infine la Regola VIII: «Chi si trova nella desolazione si sforzi di perseverare in quella pazienza, che è contraria alle vessazioni subite, e pensi che sarà presto consolato» (n. 32 1). Chi è in una galleria oscura, non ne vede la fine, ma poi scorge d’improvviso la luce. L’importante è resistere e sopportare con pazienza.

La nostra certezza è che Gesù ci guida attraverso le prove della vita. Abbandonandosi a Dio, ci fa capire che non c’è situazione tanto disperata che ci impedisca di essere salvati affidandoci con amore al Padre. Ci insegna che anche se Dio risponde col silenzio a nostre preghiere, ci è sempre vicino con la tenerezza di un Padre e non permetterà che nessuno dei suoi figli vada perduto. Gesù ha vissuto la gloria del Tabor per essere preparato al silenzio di Dio. E noi, meditando i racconti della passione, possiamo dire con lui: «Padre, si compia in me non la mia, ma la tua volontà. Dammi la forza di amarti anche quando taci, di resistere al maligno con la grazia del tuo Spirito. Dona a quanti passano per il tunnel tenebroso nel quale è passato il tuo Figlio Gesù la forza di resistere e di attendere».

Così la nostra preghiera si unirà alla preghiera sofferente di Gesù.