Formazione Permanente – italiano 2022
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Esercizi Spirituali predicati dal card. Martini:
La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor
I MEDITAZIONE
Essere e tempo

All’inizio degli Esercizi, sant’Ignazio presenta una riflessione che intitola Principio e fondamento. In essa richiama le grandi verità costitutive dell’esistenza umana: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare, in questo modo, la sua anima» (Esercizi spirituali n. 23). Dio è il Creatore, noi siamo le sue creature, fatte per servirlo e ricercare la sua volontà come impegno più importante, superando tutte le passioni che ci potrebbero attrarre all’una o all’altra scelta, così da essere liberi e disponibili. Vorrei comunicarvi alcuni pensieri legati alla contemplazione del Principio e fondamento per ricordare due grandi parole che determinano tutto il nostro modo di concepire la realtà, da tenere distinte e unite, mentre spesso vengono confuse o identificate. In termini filosofici sono le parole essere e tempo o, se volete, metafisica e storia, oppure uno e molteplice. In termini biblici, creazione e alleanza. Esprimono due sguardi sulla realtà che sono complementari, fatti l’uno per l’altro; ma che insieme vanno distinti per non confondere i piani e commettere errori anche gravi di prospettiva.

È un po’ un Principio e fondamento per il nostro tempo: riconoscere la verità dell’essere e del tempo, della creazione e dell’alleanza.

Prendiamo queste due coppie di termini – essere e tempo, creazione e alleanza, metafisica e storia -, e riferiamoci alla parola di Gesù nel vangelo di Giovanni: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (17, 3).

Notiamo la duplice riflessione: conoscano te, l’unico vero Dio, il creatore, l’essere perfettissimo, la sorgente di ogni cosa, l’unico, l’indiviso, colui che ha in mano l’intera realtà del mondo, il padrone di ogni cosa; e colui che hai mandato, Gesù Cristo: evento storico, apparizione in un determinato tempo, suscitatore di energie in qualche maniera contingenti, cioè non necessariamente iscritte nella razionalità dell’atto creativo, bensì donate nella storia.

Due momenti, quindi, di conoscenza: l’essere e il tempo; l’unico vero Dio che non muta mai e colui che ha mandato, Gesù Cristo che nasce nel tempo.

Nella linea dell’essere

Nella linea dell’essere noi adoriamo l’unico e vero Dio. È la grande forza del monoteismo, ed è la forza conquistatrice del monoteismo islamico: l’unità di Dio.

L’unico vero Dio, Colui che è stato chiamato mysterium tremendum e mysterium fascinans, cioè mistero davanti al quale tremiamo e che insieme ci affascina perché non lo conosciamo, eppure ne siamo attratti. Questo è l’essere di Dio, di fronte al quale viviamo la riverenza profonda, riverenza che i musulmani esprimono chiaramente nella loro preghiera fatta per le strade, in piazza, in ogni luogo.

L’Essere perfettissimo, il Creatore, il Signore, l’Altissimo è dunque il nome di Dio. A lui si riferiscono le prime domande del Catechismo di Pio X che da bambini imparavamo a memoria: «Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra. Che cosa significa perfettissimo? Che cosa significa onnipotente? Che significa buono? … ». E Dio nel suo essere immutabile, eterno, non conosce nessuna ombra, è tutto luce.

Ne conseguono gli atteggiamenti cui ho già accennato: l’adorazione di fronte al totalmente Altro; la riverenza dell’uomo che riconosce di essere un nulla davanti al Creatore che è tutto; il timore e tremore cosi spesso presenti nel Primo Testamento, al cospetto di un Dio inconoscibile che l’uomo teme di avvicinare. Da qui nasce l’obbedienza e l’osservanza della legge intesa come legge naturale, posta nel cuore di ogni uomo da Dio, che solo sa per cosa l’uomo è fatto. È quella razionalità della legge riconosciuta anche dalla modernità (ma la postmodernità la sta dimenticando), che si riferisce all’unico Dio Creatore e Signore, uguale per tutti.

Ci sono altri atteggiamenti che derivano dall’intendere Dio quale Essere supremo e perfettissimo, che regge e condiziona le sue creature. Ne richiamo tre. La gratitudine, la meraviglia di esistere: siamo dono di Dio, siamo dati a noi stessi da Lui; l’accettazione, molto nobile, del nostro limite, di tutti i limiti creaturali, in quanto hanno la loro radice in Lui; il servizio fedele.

La linea dell’essere non va mai perduta di vista, perché rimane sempre fondante e fondamentale.

Nella linea del tempo

La parola di Gesù nel vangelo di Giovanni che ho sopra richiamato è esplicita: «Che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo». Qui entriamo nella storia. Non soltanto Dio è l’Essere supremo: esiste una storia che ha il suo culmine in Cristo Gesù ed è stata preparata da una storia di salvezza che ha la sua origine in Abramo. Storia è ciò che teoricamente avrebbe potuto non essere, perché la storia è la libertà di Dio, è imprevedibile. È la libertà di Dio, è il suo amore senza limiti.

Ai nomi del Dio unico si aggiungono i nomi storici: Dio è Padre, Padre anzitutto di Gesù Cristo e Padre nostro in Gesù. E al termine creazione si oppongono, completandolo, i termini alleanza ed elezione. Elezione è un altro termine tipico della scelta storica di Dio: l’elezione di Abramo, l’elezione di un popolo.

Il concetto di elezione costituisce un’estrema difficoltà per l’uomo moderno ed è, a mio avviso, una delle motivazioni dell’antisemitismo: non si ammette che il Signore possa scegliere alcuni in favore di altri. Mentre l’illuminismo razionale vuole l’uguaglianza di tutti e rifiuta le differenze, la storia è fatta dalla scelta di alcuni per altri; non privilegio chiuso, ma dono aperto che, se non è riconosciuto, genera invidia. Se leggiamo da questo angolo di visuale la storia di Giuseppe l’ebreo, ci accorgiamo che il dramma nasce dall’invidia per un figlio che sembra amato più degli altri. Lo stesso si verifica per il popolo ebraico: eletto per noi e respinto da chi non vuole che ci siano differenze nel piano di Dio. Di fatto il popolo ebraico viene eletto in vista dell’eletto Gesù e affinché tutti in Gesù siamo eletti.

Questo richiede appunto un concetto di storia della salvezza, di libertà di Dio, di azione libera di Dio nella storia che la modernità illuministica non ha. Richiede una percezione dell’opera dello Spirito Santo, opera che – per riferirci a noi – è tangibile negli esercizi. Non avrebbe senso cercare il proprio posto nella volontà di Dio, se non ci fosse una storia di salvezza. Gli esercizi partono dalla convinzione che Dio ha «per me» una chiamata, una missione, che ciascuno deve cercare attivamente; e lo Spirito Santo ci sta illuminando per trovarla. Siamo nella sfera dell’alleanza, dell’elezione, del dono gratuito dello Spirito.

Qui Dio assume il nome di Trinità: Padre, Figlio incarnato per noi e Spirito operante. La Trinità è colta prima nella storia e poi contemplata nella sua essenza; l’Essere di Dio è Trinità e noi lo scopriamo accettando il suo intervento nella storia. Un’accettazione non scontata: per i musulmani, ad esempio, non esiste storia di salvezza e Maometto è un semplice profeta che insegna gli immutabili comandamenti di Dio.

Non a caso la Terra Santa è un luogo significativo per la storia dell’umanità e perciò ho scelto di vivere gli ultimi anni della mia vita in questo paese, nel desiderio di dare testimonianza alla scelta storica di Dio. Egli poteva scegliere un’altra terra, ma la sua libera volontà ha scelto Israele.

Nella sua libera volontà ci sentiamo amati, scelti, eletti, chiamati a essere uno in Gesù. Tutto ritorna nell’unità di Dio con Gesù («Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te» – Gv 17, 21), ma passando per questa storia.

I comportamenti che sgorgano dai nomi storici di Dio sono non soltanto l’obbedienza, l’adorazione, la riverenza, il timore, il tremore, la gratitudine, la sorpresa di esserci: sono anzitutto la fede (accettiamo il piano di Dio), l’adesione, la fiducia (il piano di Dio è buono). Come dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis, sgorga pure lo stupore, perché Dio inconoscibile e immenso si è fatto conoscere nel piccolo Gesù di Nazareth.

E se Gesù è l’eletto di Dio nella storia, noi siamo chiamati a imitarlo, a imitarlo nel silenzio, nel nascondimento, nella povertà, nel lasciare tutto per lui, dare tutto, perdere tutto per tutto ottenere. Nella razionalità della creazione ciò che conta è l’uso equilibrato dei beni della terra; nell’eccesso evangelico della storia il messaggio è: «Va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri», un messaggio che va alla radice dell’uomo. L’uomo non è solo frutto di creazione, ma oggetto di alleanza, perché imiti Gesù; il nostro compito non è quindi semplicemente di adorare e di obbedire, è di essere in Gesù e di fare come ha fatto lui, di seguirlo.

Ho cercato di cogliere l’importanza e la pervasività di questa duplice linea interpretativa del mondo: essere e tempo, metafisica e storia, creazione e alleanza.

Se noi accettiamo questa duplicità, possiamo anche entrare nel senso della storia umana e delle sue tragedie, leggendole non come una serie di casualità fatali e drammatiche, tragiche e inevitabili, bensì come il modo con cui Dio ci purifica e, attraverso la somiglianza con Gesù crocifisso, ci porta nel suo amore e nella sua unità.

Ai nomi di Dio nella linea del tempo corrispondono, oltre ai nostri atteggiamenti, pure istituzioni libere e insieme necessarie: la Chiesa, con tutte le sue realtà sacramentali, spirituali, disciplinari ed ecclesiastiche. Essa è espressione della volontà storica di Dio di salvarci in Gesù fatto carne. Senza questo non la si coglie bene nella sua funzione. E non solo la Chiesa, ma la comunità umana unita. Perché ciò a cui tende l’alleanza è appunto tutta l’umanità redenta e riconciliata. Della sua redenzione e riconciliazione la Chiesa è il motore (colei che ne difende il progetto, lo custodisce e lo rilancia) e tuttavia essa è più ampia della Chiesa, in quanto è la realtà finale, la Chiesa diventata ormai Regno, pienezza che abbraccia tutte le nazioni.

Occorre dunque tenere insieme la dimensione metafisica e quella storica, evitando di riferirsi solo all’una o all’altra. Ciò avviene per esempio quando non si vuole ammettere alcuna regola educativa che non sia un uso regolato e proporzionato delle cose; mentre regola educativa è anche il sacrificio, la rinuncia, l’offerta. Oppure quando si dimentica che al di sotto di tutto c’è la creazione, e si pone la croce o la mortificazione quale unica regola educativa. Qui c’è l’eccesso dall’altra parte, non c’è quell’equilibrio che appunto risponde alla creazione di Dio.

Noi abbiamo bisogno di molta illuminazione, proprio perché siamo chiamati a mantenere quell’equilibrio che poi si ripercuote nella pastorale, nell’educazione dei ragazzi e dei giovani, nell’educazione della gente. Non basta educare alla preghiera, dobbiamo educare anche alle buone maniere, alla giustizia, alla cortesia, alla buona educazione, all’onestà. L’onestà, però, senza capacità di perdono a un certo punto si infrange, senza la capacità anche di rinunciare a ciò che si ha a un certo punto diviene impossibile da mantenere e diventa avarizia, desiderio smodato, orgoglio.

In conclusione, «essere e tempo» è a mio avviso principio e fondamento di una lettura sintetica della realtà, a cui ci educano gli esercizi spirituali mediante un cammino di preghiera, a cui Gesù ha voluto educare i suoi discepoli sul monte Tabor, dove la gloria dell’essenza divina si è riflessa nell’umiltà del Gesù storico.

Ho cercato di comunicarvi alcuni pensieri che mi perseguitano da parecchi mesi, nel tentativo di capire, pur rimanendo al di fuori del giudizio, la complessità della situazione storica nella quale si trova la Chiesa oggi, con la fiducia che lo Spirito soltanto ci dona momento per momento la luce e l’equilibrio, ci indica il passo giusto da compiere. Non abbiamo in proposito alcuna teoria. Gli stessi matematici e gli stessi fisici hanno rinunciato a una teoria onnicomprensiva della realtà: ritengono che la realtà vada vista o secondo la linea quantistica o secondo la linea delle vibrazioni, ma non operano una sintesi. A maggior ragione non pretendiamo di possedere chiavi interpretative teoriche noi che siamo di fronte all’Essere misterioso di Dio, al Dio nascosto e insieme rivelato dal Figlio.

Questo apparente contrasto si ripercuote nella lettura della Bibbia. Vi offro un esempio: ogni giorno prego i Salmi guardando dalla mia finestra Gerusalemme. A volte nei Salmi essa appare come visione di pace, visione di promessa, di futuro. E mi domando: dov’è questa Gerusalemme? È la Chiesa, è la Gerusalemme celeste, siamo noi che viviamo la pace di cui parla il salmista; però non senza legame con questa città storica. Non posso abbandonare una delle due parti del dilemma: c’è la Gerusalemme storica, che persevera chiamata da Dio per entrare nella pace; e c’è la Gerusalemme celeste che già scende dal cielo e nel nostro cuore ci riempie di pace e, là dove viviamo la vita cristiana fervente, è già esperienza di pace definitiva. Leggendo i Salmi ci accorgiamo spesso che la mente oscilla tra l’una e l’altra realtà. Allo stesso modo non riusciamo a pensare alla Trinità senza oscillare tra l’unità di Dio e la trinità delle persone, perché il mistero supera il nostro intelletto e presiede a quella complessità che è il mondo, chiamata però all’unità piena nel Cristo risorto e glorificato, che riporterà tutto il regno al Padre. L’escatologia restituirà certamente l’unità; intanto noi viviamo ancora lacerati e spesso paghiamo cara questa lacerazione anche nella nostra pastorale, nel rapporto con le persone. Non sappiamo mai bene se è il momento della misericordia o il momento della giustizia più rigida, dell’esigenza legale; se è il momento di dire: ti comprendo, pazienza, o il momento di dire: questo non va.

È solo la grazia dello Spirito Santo che volta per volta ci aiuta a vivere con pace questi dilemmi.