Spiritualità comboniana

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L’ESPERIENZA CRISTIANA DI DIO 
NELLA VITA E NELL’AZIONE DEL DISCEPOLO MISSIONARIO COMBONIANO

1. Chiamati a testimoniare e proclamare l’Amore di Dio 

Nella vita del missionario comboniano, l’esperienza cristiana di Dio costituisce la sorgente e la meta della sua donazione totale alla causa missionaria: la sua vita è vita nella e con la Trinità, è testimonianza e proclamazione dell’esperienza del Mistero di Dio-Trinità, cioè dell’“amore del Padre, esperimentato nella comunione personale con Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo” (RV 46).

Nello stesso tempo, quest’esperienza del Mistero di Dio-Trinità è il principio e il modello della vita comunitaria, a cui lo Spirito Santo chiama i Missionari Comboniani attraverso l’ispirazione originaria del Fondatore (RV 36), che ha concepito l’Istituto come “un cenacolo di apostoli”.

Così l’esperienza del Mistero di Dio Trinità culmina nella vita del “cenacolo”, intesa e vissuta come famiglia trinitaria, cioè in atteggiamento di paternità, di filiazione, di fraternità aperta all’universalità. 

In effetti, San D. Comboni ci introduce in questo ideale di vita coinvolgendoci nella sua esperienza del Mistero dell’Amore di Dio-Trinità, che “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4). 

Comboni, come ogni cristiano, entrò nel dinamismo del Mistero di questo Amore nel giorno del Battesimo e andò immergendosi sempre più in esso man mano che avanzava in questo cammino di fede, tenendo gli occhi fissi su Gesù Crocifisso, comprendendo così sempre meglio cosa vuol dire un Dio morto in Croce per la salvezza del mondo (cfr. S 2720). 

Comboni viveva questa esperienza nella sua interiorità come lievito nel quotidiano della vita, finché nell’evento carismatico del 15 settembre del 1864 la manifestò davanti alla Chiesa e al mondo con accenti chiari e intensi (S 2742-2743; 4799).

Ciò che configura definitivamente la sua vita missionaria, è precisamente il suo coinvolgimento nel Mistero di Dio-Trinità; è la “confessione della Trinità” da lui vissuta, che dà ragione del suo “impeto” missionario. 

L’Amore Trinitario e crocifisso, vissuto da Comboni, segue il seguente itinerario: nello Spirito dal Padre per mezzo del Figlio verso il Padre. La “virtù divina”, lo Spirito Santo uscito dal Cuore del Trafitto sul Golgota, fluisce vitalmente nell’attività quotidiana del missionario facendolo una cosa sola con l’amore di Gesù per gli Africani, e così lavora unicamente per riportare la Nigrizia alla comunione con il “comun Padre su in cielo”, Amore “fontale” e finale di ogni vita umana, cioè lavora “per l’Eternità” (cf Regole 1871, Cap. X). 

L’esperienza dell’amore di Dio-Trinità che spinse Comboni a consacrare la sua vita alla causa della rigenerazione della Nigrizia, è la stessa esperienza che spinge il discepolo missionario comboniano a consacrare la sua vita per la rigenerazione delle “situazioni Nigrizia” (AC ’97, nn. 4-8) dell’attuale mondo globalizzato e perciò senza confini…

Tale servizio, seguendo le tracce del Comboni, si sviluppa in tre direzioni interconnesse: a) l’evangelizzazione (56-71), b) l’animazione missionaria (RV 71-79), di cui è parte integrante la promozione vocazionale (RV 77), c) e la formazione di base (80-98) e permanente (98-101).

Pertanto, nel missionario, l’esperienza di Dio vissuta seguendo le orme di san D. Comboni, diviene la sorgente e la meta della sua attività di evangelizzazione, che è una attività di liberazione integrale dell’uomo, che trova il suo compimento e consolidamento nella piena comunione con Dio Padre e con gli uomini (RV 61). In quest’ottica, come discepolo del Comboni, il missionario, nel suo cammino di fede nel mondo e per il mondo, è chiamato a vivere intimamente legato all’umanità e alla sua storia (RV 16), e a vivere una tale esperienza di Dio in Cristo che lo renda capace di proclamare il messaggio evangelico con la testimonianza della vita evangelica, e di accompagnare coloro che accolgono l’annuncio del Vangelo nel loro cammino di adesione e conversione a Gesù Cristo e nella loro integrazione nella comunità cristiana (RV 58-64).

In quest’ottica l’evangelizzazione, come rimarca Papa Francesco, “non è mai proselitismo, ma attrazione a Cristo”. “Tutti gli uomini e le donne hanno il diritto di ricevere il Vangelo e i cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno”. E tutto il Popolo di Dio “annuncia il Vangelo perché, anzitutto, è un popolo in cammino verso Dio”. In questo cammino è fondamentale il dialogo con il mondo, le culture e le religioni (cfr. RV 57).  

L’esperienza fondante, per tanto, della vita del missionario in ogni dimensione del suo sevizio missionario è l’esperienza dell’amore di Dio in Cristo (RV 46; 81; 82), che è chiamato a testimoniare e proclamare alle nazioni (RV 20).

Coerente con questo principio, la RV propone come scopo prioritario della formazione di base e permanente del missionario l’iniziazione a “una tale esperienza di Dio che gli permetta testimoniarlo con la vita e lo renda capace di conoscere gli uomini del suo tempo, per annunciare loro la Buona Novella con il loro stesso linguaggio” (RV 81). Specifica inoltre che tale formazione deve essere un’iniziazione permanente (RV 99), “qualificata dagli ideali e dall’esperienza del Comboni come sono vissuti nell’Istituto” (RV 81). 

1.1 Testimoni e portatori della Parola liberatrice e rinnovatrice nella realtà attuale del mondo 

Proveniamo da un secolo, in cui abbiamo assistito all’orrore di due Guerre Mondiali, all’abominio dei forni crematori, alla pazzia della bomba atomica, ai campi della morte in Cambogia, alla crudeltà dell’apartheid, alla tragedia delle carestie in Africa e dei massacri in Rwanda, in Bosnia e Kossovo, alla violenza politica che ha martoriato l’Irlanda, agli spargimenti settari di sangue nella Terra Santa, in Algeria…  Né si possono dimenticare le vicende burrascose che hanno travagliato il Continente Americano da Sud a Nord… La lista è lunghissima e raccapricciante anche qui… 

Il Capitolo del ‘97 si allaccia a questo contesto quando descrive le SITUAZIONI “NIGRIZIA” (nn. 4-8) e costata che a volte si insinua tra noi un certo senso di pessimismo, di rassegnazione e quasi di impotenza di fronte alle attuali urgenze dell’evangelizzazione.

Di fronte al pericolo dell’affievolimento dello slancio missionario, il Capitolo ci invita a “rivivere la freschezza della nostra vocazione e ritrovare la forza dello Spirito nella riscoperta del Dio della vita” (n 9), ci invita cioè a crescere nella nostra esperienza cristiana di Dio. E ciò si ottiene quando il missionario “focalizza la sua intera esistenza nell’incontro con Dio e forma con i suoi fratelli una comunità orante” (RV 46).

In questa direzione va la riflessione del Presidente dell’Irlanda, la signora Mary McAleese, riportata dal Card. Silvano Piovanelli: “L’Irlanda è un luogo -ha detto- dove la storia condivisa tra diverse fedi cristiane è stata spesso una storia di acrimonia, reciproco sospetto e odio assassino”.

Riusciremo -si domandava la Presidente- finalmente a superare la necessità di prendere lo slancio dall’ultima atrocità per mantenere sui binari giusti lo sforzo della pace?”.

E rispondeva: “Io spero e prego che sia possibile raggiungere questo obiettivo. Lo spero, perché dietro il lavoro dei politici c’è sempre stato il potere della preghiera, del lavoro silenzioso, sottile, discreto ma efficace, in grado di penetrare nei fori dei cuori di pietra, di trovare spazio laddove prima non esisteva.

È un potere e una risorsa che abbiamo a disposizione e di cui avremo bisogno negli anni a venire, se vogliamo rompere le barriere dell’odio, del conflitto e della povertà di cui il mondo è ancora prigioniero.

É un potere che dovremmo mai sottovalutare. Perché se il mondo che speriamo di costruire deve essere fondato sul dialogo, sulla giustizia sociale, sulla pace e sull’altruismo, dovrà essere nutrito del senso della presenza di Dio nel mondo, dell’arricchimento spirituale che la preghiera e la meditazione possono dare”.

Già Dietrich Bonhoeffer si domandava e rispondeva: 

Come si crea la pace? Con un sistema di trattati politici, investendo capitali internazionali nei vari paesi, vale a dire attraverso le grandi banche, mediante il denaro? O addirittura attraverso un riarmo pacifico generale con lo scopo di assicurare la pace? No, attraverso nessuna di queste cose. E questo per un unico motivo: perché qui si confondono sempre pace e sicurezza. Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace infatti va “osata”, è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza, esigere sicurezze significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere, pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio. Non volere sicurezza ma nella fede e nell’obbedienza mettere nelle mani di Dio la storia dei popoli e non volerne disporre egoisticamente. Le battaglie non vengono vinte con le armi ma con Dio, vengono vinte anche laddove la strada porta alla croce” (da: http://www.preg.audio).

Sono parole che illuminano il panorama della società contemporanea all’inizio del XXI Secolo e del Terzo Millennio, che è una società segnata dal passaggio da una “terza guerra mondiale a pezzi”, che va dal Congo al Myanmar, rischia di diventare mondiale, come ci dimostra l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022…

Siamo di fronte alla creatura umana in preda al delirio di onnipotenza, che rinnega il suo Creatore e si pone come dio di sé stessa; dove la trascendenza e ogni ordine provvidenziale vengono spazzati via e si tenta di estirpare le radici da cui sono nate la cultura europea e occidentale. Nasce così una società dove l’uomo assume atteggiamenti da superuomo, che lo portano a detronizzare Dio e salire sul trono al suo posto, e comincia a compiere azioni incontrollate in tutti i settori della vita individuale e sociale….

Cosi siamo immersi in una situazione drammatica, in cui infuria una tempesta culturale, sociale e politica, che ci richiede di ritornare con chiarezza all’origine del nostro essere nel mondo, che è la creaturalità, il nostro essere creature, punto di partenza per una migliore e più sincera conoscenza di sé, per una reale e solidale apertura all’altro-da-sé, fino all’apertura di sé all’Atro Assoluto, Creatore e Padre, Fine ultimo e Porto sicuro del pellegrinaggio dell’essere umano in questo mondo, la cui vocazione ultima è effettivamente una sola, quella divina” (cfr. GS 22).  

Nella situazione in cui è immerso, l’essere umano ha bisogno, anzitutto, di un senso per vivere, di un Incontro che corrisponda alle esigenze vere del suo cuore, che arriva in questo mondo segnato da un “germe di eternità”, irriducibile quindi alla sola materia (cfr. GS 18).

Si può trovare qui la ragione per cui oggi, in mezzo a tanta tempesta, si è in presenza di un rigoglioso ritorno della religione al palcoscenico della società mondiale, nonostante che qualche decennio fa i sociologi della religione pronosticavano una sua inarrestabile scomparsa, affermando che la crescente secolarizzazione in un mondo globalizzato l’avrebbe spazzata dalla faccia della terra.

L’attuale risveglio religioso si manifesta spesso come una fame di contatto immediato con Dio, come un’ansia d’esperienza diretta del divino. La ragione profonda di quest’atteggiamento la si trova, secondo alcuni pensatori, nello sbocco a cui è approdata la modernità illuministica.

Proprio perché l’illuminismo ha privilegiato in maniera esasperata la ragione, e più precisamente la ragione strumentale nella scienza e nella tecnica, trascurando le altre componenti dell’esistenza umana. E la reazione davanti a questo fatto si sta facendo sentire intensamente e in maniera molto diffusa nell’intera umanità. L’approccio puramente razionale alla realtà, quello che si potrebbe chiamare “l’imperialismo della ragione”, non soddisfa le attese più profonde dell’uomo, né la sua fame di senso e di esperienza. Il ricorso così frequente a forme di religiosità orientale, nelle quali la dimensione del sacro e del mito è fortemente presente, ne è un vigoroso segno. Ci si trova, quindi, specialmente in Occidente, ma anche nelle zone del mondo da esso influenzate, davanti a un vasto fenomeno di nuova religiosità. Non si tratta, in realtà, di una religione con un messaggio ben definito, ma piuttosto di una religiosità generica, accentuatamente sincretista, dove trovano spazio le più svariate componenti delle religioni, antiche e moderne. La parola chiave che ne sta al centro è “esperienza”. Essa esprime allo stesso tempo una reazione e un bisogno: reazione di rifiuto nei confronti delle religioni ufficiali, sentite come tendenzialmente intellettualistiche e istituzionali; bisogno di “sentire” il divino. In questa nuova religiosità, infatti, si cerca non tanto la ragione, quanto il sentimento; non tanto l’intelletto, quanto l’istinto; non tanto la riflessione, quanto l’intuizione; non tanto la razionalità, quanto l’emotività. Si spiega così il pullulare di gruppi e gruppuscoli, di ogni specie, che si raccolgono attorno a dei progetti religiosi altamente emotivi.  

Il fenomeno delle sette è un segno chiaro: pullulano dappertutto, si calcola che si contano tremila negli Stati Uniti e duemila cinquencento in Europa… 

Tuttavia sono maggioranza quelli che cercano certezze nel nome degli antichi dèi del denaro, del potere, del piacere e del successo, che promettono di concedere sicurezza e il massino del benessere, ma che effettivamente non sanno infondere il bene più prezioso che è la pace interiore. 

In effetti, “i nostri anni potrebbero forse venir definiti, per un atteggiamento che li caratterizza nelle sfere più diverse della vita e del pensiero, l’era dell’optional. Religioni, filosofie, sistemi di valori, concezioni politiche si allineano in bell’ordine su banchi di un supermarket e ciascuno -a seconda del bisogno e della voglia del momento- prende da un ripiano o dall’altro gli articoli che gli pare, due confezioni di cristianesimo, tre di buddismo zen, un paio di etti di liberalismo ultrà, una zolletta di socialismo, e li mescola a piacere in un suo cocktail privato.

In questo clima culturale è sempre più difficile definirsi in un modo preciso ossia limitato, scegliere una cosa ed escluderne altre. Se si è cristiani, non si è buddisti, e viceversa, anche se doverosamente si venerano, in entrambi i casi, l’altissimo insegnamento di Cristo e di Buddha e si impara tanto dal loro esempio. Si rispetta una concezione del mondo solo se la si prende sul serio sino in fondo, se ci si confronta rigorosamente con la verità che essa annuncia e con la propria capacità o meno di aderirvi realmente. Dichiararsi spensieratamente mussulmani o cristiani -o magari ambedue le cose- sull’onda di un superficiale slancio sentimentale, e pretendere di stemperare e fondere le differenze di quelle religioni in una salsa privata, significa arrecare offesa alla loro serietà e dignità. Ciò che una filosofia o una fede propugna è un’unità organica, non un’insalata i cui singoli ingredienti siano ognuno un optional, qualcosa che si può prendere o no a capriccio. Ora invece tutto sembra ridursi a “optional”, a elemento accettabile o rifiutabile a piacere senza che ciò comporti l’alternativa fra un’adesione o un rifiuto complessivo. Il New Age, tanto per fare un esempio, è una tipica espressione di tale atteggiamento vagamente spiritualeggiante che pilucca di qua e di là dai piatti dell’Assoluto, frullando tutto in una benintenzionata pappa del cuore”. (…)

Così va crescendo un mondo in cui sono sempre di più coloro che risultano completamente analfabeti in materia religiosa e privi di un senso per vivere. In un mondo così confuso ogni essere umano ha bisogno di andare alla radice del male: ha anzitutto bisogno di un senso per vivere, di un Incontro che corrisponda alle esigenze vere del suo cuore; un Incontro che sia Via che lo conduce alla Verità della Vita, così che impari a vivere in comunione con il suo Creatore e Padre e quindi in armonia con se stesso, con gli altri e con il creato. 

In questo contesto risulta indispensabile per ogni cristiano e anche per noi, consacrati a Dio per la missione, tornare a darsi ragione della propria fede, cercando di rivisitare le proprie convinzioni e di cogliere l’occasione delle difficoltà insorte per riattivare e purificare le proprie ragioni di fede e la propria esperienza di Dio, prendendola sul serio fino in fondo.

In questo mondo così agitato e senza bussola per l’orientamento nel cammino della vita, diventa centrale l’annuncio del Vangelo, che Gesù ha affidato ad ogni battezzato, che in virtù del battesimo è costituito discepolo missionario al servizio del Vangelo, e in particolare a quei battezzati che, per iniziativa divina, sono chiamati a consacrare in modo totale la loro vita a Dio per portare il suo Nome alle nazioni e fare dell’evangelizzazione la ragione della propria vita (RV 2; 20; 56). 

Qui sta il primato dell’annuncio del Vangelo e l’urgenza della testimonianza del cristiano, perché il mondo trovi il Dio della vita, “Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6), conducendoli alla pienezza di vita, a cui tutti sono chiamati e aspirano. La ministerialità missionaria nei suoi diversi servizi, strutture e linguaggi è a servizio dell’annuncio del Vangelo, perché l’umanità non soccomba con il ripiegamento su se stessa, dominata dal delirio dell’onnipotenza e dell’auto divinizzazione, chiudendosi così al cammino verso quella liberazione integrale che trova il suo compimento e consolidamento nella piena comunione con Dio-Padre e tra gli omini, a cui è chiamata dal suo Creatore Padre.

Se noi battezzati e consacrati a Dio per la missione (RV 20;20.1), abbiamo gli occhi e il cuore aperti sulla situazione concreta del mondo di oggi con le sue domande di senso, speranze, ferite e bisogni, e nello stesso tempo siamo aperti all’ascolto autentico e umile di Dio,  vinceremo le molteplici tentazioni connesse alla vita spirituale e all’agire missionario: la tentazione di fare della vita individuale un culto intimista (autoreferenziale) e della vita ecclesiale e comunitaria un apparato sacrale separato dalla vita o un’agenzia ispirata ai criteri della pura efficienza, un luogo che incentiva un culto intimista senza ricadute sulla vita reale. 

L’ascolto profondo di Dio e del mondo, invece, apre un varco dentro di noi e, iniziandoci ad una forte esperienza di Dio in Cristo Gesù, ci fa “uscire” per le strade del mondo a comunicare la gioia del Vangelo e a testimoniarlo nella compassione e nella solidarietà in tutti i luoghi e le situazioni del vivere umano e sociale e del creato…

Per tanto, il primo destinatario dell’attività evangelizzatrice è lo stesso missionario. La continua conversione di sé alla Buona Notizia, che è chiamato ad annunciare, fonda e dà credibilità alla sua attività. (cfr. RV 46; 20; 99; RMi 87-90). 

2. Anelli concentrici di un sano sviluppo dell’esperienza di Dio 

Essendo centrale l’esperienza cristiana di Dio nella via e nell’opera del discepolo missionario, nel cammino specifico della formazione alla consacrazione missionaria, il formatore ha come compito basilare stimolare e consolidare l’itinerario di fede e la qualità della vita spirituale prima di tutto di se stesso e quindi dei giovani affidati alle sue cure, per crescere assieme ad una sempre maggiore consapevolezza di ciò che costituisce la solidità e la stabilità della spiritualità del missionario comboniano. 

Minacciati dal soggettivismo, i giovani si trovano oggi in una “situazione a metà del guado”, cioè in un mondo che ha perso i riferimenti antichi e trova precari i nuovi. La risposta cristiana a questa sfida consisterà nell’intelligente ricerca dei semina Verbi, ricordando che la fede è un percorso le cui radici affondano nel solido terreno della tradizione dei Padri (cf. Eb 11).

I giovani hanno bisogno di risposte esistenziali, per questo cercano leader carismatici e proposte non vaghe ma adeguate e concrete, formulate in “comunità accoglienti”, che li aiutino a comprendere la precaria loro identità e a trovare quelle ragioni della speranza che portano nel cuore e che possono far diventare realtà nella fatica della vita quotidiana. 

L’esperienza di Dio mai può essere considerata già fatta, ma deve continuare ad essere fatta ogni giorno e durante i giorni e gli anni che Dio ci concede di vivere. Non ci si può fermare durante il cammino, perché Dio è inesauribile; per quanto sia profonda la nostra esperienza di Lui, Dio è una fonte che sgorga sempre nelle profondità del nostro cuore e che tende a inondare tutto il nostro essere. Questa ricchezza divina ci spinge ad esercitarci continuamente nell’incontro profondo con Dio, a mantenere desta in noi la nostalgia del suo volto, ed evitare così di atrofizzarci nei nostri dinamismi interiori e smorzarci o spegnerci come testimoni e proclamatori dell’amore di Dio.

Testimonia e proclama l’amore di Dio il missionario che si conserva appassionato, che non ha perduto l’incanto del primo momento del suo incontro con Dio; il missionario che si è lasciato “sedurre” e continua a rimare “sedotto” da Dio. Allora ciò che egli dice di Dio o fa in suo nome, viene percepito da chi lo circonda come frutto di un’esperienza personale, nata da un contatto intimo, profondo e prolungato con Dio. In realtà, l’esperienza di Dio non può essere trasmessa senza averla vissuto prima nel profondo del nostro essere. Vedendoci agire ed ascoltandoci, gli altri si aspettano di poter presentire quest’esperienza nella nostra vita. 

Per questo c’è bisogno di offrire ai giovani in formazione la possibilità di vedere e sperimentare nei formatori un impegno serio a percorrere per primi il cammino di una formazione integrale continua centrata su una profonda esperienza di Dio sulle orme del Comboni in compagnia dei membri dell’Istituto. (Cf. RV 86).

Per raggiungere questo scopo, nella proposta formativa va coniugata correttamente la relazione carisma e persona, carisma e temperamento, carisma e istituzione.

I giovani si ripiegano facilmente sul presente, trascurando non solo il passato, ma a volte anche il futuro. A questo “presentismo” fortemente esperienziale va collegata una certa indifferenza verso ciò che appartiene specificamente al patrimonio della spiritualità cattolica, e quindi anche comboniana e che può essere considerata come un prodotto del “mercato religioso” attuale.

In questa prospettiva, l’esperienza e il concetto di carisma non hanno niente da vedere con l’esperienza cristiana dell’avvenimento e quindi con l’esperienza di “fare memoria”, cioè con l’esperienza di un fatto del passato che esiste e agisce nel presente e quindi è contemporaneo. 

Possiamo, per tanto svuotare il carisma del suo contenuto, se la nostra relazione con Cristo e con il Fondatore si riduce alla semplice eredità di un fatto del passato, certamente importante, ma che in seguito ognuno filtra e interpreta secondo la sua intelligenza e modalità. 

In realtà, “un dono dello Spirito di Cristo è concesso a un cristiano una volta per sempre in beneficio della comunità ecclesiale e del mondo. Chi riceve questa grazia la comunica durante la sua vita mortale, storica e, una volta che entra nella comunione gloriosa dei santi, continua ad agire per mezzo del suo potere di intercessione. È ciò che confessiamo nel Credo quando affermiamo: –Credo la comunione dei santi”. 

È ciò che nell’iconografia significa l’aureola che circonda la testa dei santi: la comunicazione dello Spirito Santo che passa attraverso la parola e la testimonianza della vita di quella persona totalmente donata a Dio e al suo piano di salvezza dell’umanità. Noi possiamo fare tante cose: iniziative, programmi, campagne… tante cose; ma se non siamo in Lui, e se il suo Spirito non passa attraverso di noi, tutto quello che facciamo è nulla ai suoi occhi, cioè non vale nulla per il Regno di Dio. Invece, se siamo come tralci ben attaccati alla vite, la linfa dello Spirito passa da Cristo in noi e qualsiasi cosa facciamo porta frutto, perché non è opera nostra, ma è l’amore di Cristo che agisce attraverso di noi. Questo è il segreto della vita cristiana, e in particolare della missione, dovunque, in Europa come in Africa e negli altri continenti. 

Perciò, i membri di un movimento ecclesiale o di una famiglia religiosa non portano avanti il carisma del Fondatore in modo indipendente, ma in un continuo atteggiamento di comunione e obbedienza ecclesiale. Il dogma della comunione dei santi diviene astratto, se non si traduce in un’esperienza di vita integrato nella grazia dell’inizio dentro cui ognuno cresce e si sviluppa come persona consacrata.

Svilupparsi come persona consacrata comporta fare attenzione anche al rapporto tra carisma e temperamento personale, cioè al “come” Cristo entra nella vita di ognuno.

Fin dall’epoca della Chiesa primitiva possiamo vedere le innumerevoli forme con cui lo Spirito Santo ha riunito i cristiani, affinché vivano e annuncino la memoria di Cristo, senza che questa varietà abbia costituito un ostacolo all’unità della chiesa. Questo fatto è sottolineato da Paolo nella prima lettera ai Corinti (1Cor 3, 5-14), quando afferma che il Vangelo fu annunciato da vari missionari, ciascuno secondo il suo stile e secondo la misura “del dono di Cristo” (cf. Ef 4, 7). Ciò che l’apostolo chiede a tutti è che riconoscano che si appartengono gli uni agli altri, o meglio, ciascuno all’unità di Cristo. 

Oltre al temperamento personale, le circostanze della vita di ogni Fondatore, il luogo di nascita, i maestri, l’educazione ricevuta, gli amici, ecc… influiscono sul suo modo di ricevere il carisma di Dio che, in parte, si trasmette ai loro seguaci.

Si può, per tanto, affermare che il mistero di Cristo raggiunge le persone nello spazio e nel tempo della Chiesa per mezzo di temperamenti concreti, per mezzo della “esperienza del fratello”.

D’altra parte, c’è da tener presente che la persona, influenzata dal Fondatore, entra nella dinamica dell’esperienza del fratello attraverso il suo proprio temperamento e circostanze socioculturali che accompagnano la sua vita. Da qui nascono le istanze dell’attenzione alla persona e dell’inculturazione del carisma. 

Un’esperienza autentica di vita cristiana comporta anche il superamento della contrapposizione tra carisma e istituzione: gerarchia ecclesiastica e autorità nell’Istituto.

In effetti, nella vita della Chiesa, il carisma e l’istituzione sono coessenziali, sono due aspetti profondamente uniti in comunione armonica e mai paralleli in contrapposizione dialettica. Un segno indispensabile della maturità dell’esperienza cristiana di Dio è certamente il senso ecclesiale e l’obbedienza all’autorità costituita: aspetti molto intensi nella vita di Daniele Comboni.

Nello stesso tempo, un autentico carisma si apre profondamente a tutte le altre esperienze, che in modo diverso conducono all’unica verità rivelata in Cristo su Dio e sull’uomo.

3. ”Fare l’esperienza del fratello”

Per un Missionario Comboniano, “fare l’esperienza del fratello” è accettare la persona di Daniele Comboni come mediazione specifica per una continua crescita in Cristo e nell’identità carismatica; è lasciarsi attrarre dallo Spirito del Signore Gesù mediante l’influsso di un fratello nella fede, reso capace dallo stesso Spirito di trasmettere e sostenere altri nell’entusiasmo per la persona e l’opera di Gesù, vivendo in modo originale e intenso dei tratti dell’infinita ricchezza del mistero di Cristo come un dono a beneficio dell’umanità bisognosa di salvezza.

Per tanto, fare l’esperienza del fratello significa:

– ascoltare il Dio della vita che ci chiama e ci invia al mondo di oggi per mezzo di una persona concreta, che ci coinvolge nel suo cammino di fede, speranza e carità da essa vissuto nella missione che è stata chiamata a svolgere nella chiesa;

– accettare la mediazione di questa persona come dono provvidenziale di Dio che ci guida e ci stimola nella continua crescita in Cristo e nell’identificazione vocazionale;

– riconoscere in questa persona il “padre” secondo lo spirito, che ci genera ad un particolare stato di vita nella Chiesa e diviene il “capostipite” di un gruppo di con-vocati per la realizzazione di un progetto vocazionale comunitario.

Può darsi che ci sia chi faccia fatica ad accettare che un fratello divenga suo padre nello spirito. Un tale atteggiamento può dipendere dal “complesso paterno” presente nella società attuale, che porta all’incapacità di accettarsi come “figlio” ad un livello più radicale ed universale di quello biologico, cioè generato da qualcuno che sia fonte della propria vocazione e missione nel mondo.

La ragione di quest’atteggiamento sta nel fatto che l’uomo attuale vuole essere la causa di se stesso e costruirsi con le proprie mani, con la conseguente tentazione del protagonismo.

Ma la Parola di Dio ci parla del cammino di fede nel Dio della vita come un intreccio di solidarietà tra i membri del popolo in cammino e tra le generazioni:

La fede è il fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.

Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa:  Dio aveva qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Anche noi dunque, circondati da così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che ci è di peso ed il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo sempre lo sguardo fisso su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede” 

(Eb 11, 1-2. 39-40; 12, 1-2. Cf. anche Es 3, 15; 20, 5-6; Rom 10, 14-17).

Il Dio che ci invia è il Dio degli altri, il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…; è, per tanto, il Dio dei nostri padri, che narrandoci il loro Dio, ci hanno generato alla vita dello spirito, introducendoci nel loro cammino di fede. 

Questa visione storica della fede ci suggerisce che:

– la fede stabilisce un vincolo di ordine spirituale tra persone diverse, fa di esse una nuova famiglia nata dalla fede in Dio e riunisce generazioni e razze diverse;

– Dio rimanda il compimento di tante promesse che nascono con la fede vissuta, perché si realizzino includendo i credenti dei tempi futuri in una grande unità, che costituisce la “Famiglia di Dio”;

– Dio incontra l’uomo nella storia, lo salva e lo fa strumento di questa stessa salvezza attraverso una serie di mediazioni umane;

– nel nostro cammino di fede nel mondo e per il mondo (RV 16) siamo accompagnati da una folla di testimoni composta da quelli che ci hanno narrato il Signore e vivono con Lui, che è il Dio dei vivi e non dei morti (Mc 12, 26-27), per cui

– non possiamo conoscere Dio senza ascoltare le parole da Lui dette agli eletti, senza ascoltare quello che queste persone hanno detto di Lui, dopo averlo ascoltato e averne fatto l’esperienza. 

Concretamente per noi Missionari Comboniani, questa corrente spirituale si approfondisce e si specifica grazie all’incontro con san Daniele Comboni (= esperienza originaria del fratello) e con i Missionari Comboniani (= esperienza prossima del fratello).

3.1 L’esperienza originaria del fratello

Nel contesto della Vita Consacrata, “fare l’esperienza del fratello” significa lasciarsi attrarre dallo Spirito del Signore Gesù mediante l’influsso della personalità di un fratello nella fede che, capace di trasmettere e sostenere nell’entusiasmo per la persona e l’opera di Gesù, vive in modo originale e intenso dei tratti dell’infinita ricchezza del Mistero di Cristo come dono a beneficio dell’umanità bisognosa di salvezza; è la predicazione viva da cui nasce la nostra fede missionaria.

Per noi fare l’esperienza del fratello significa vivere il fatto che:

– San Daniele Comboni, in virtù della comunione dei santi, con la sua vita, la sua parola e la sua opera, ci narra il suo Dio.

– Il Dio che ci narra Comboni è il Dio Padre e Provvidenza, per tanto il Dio della vita.

Quest’immagine di Dio vissuta dal Comboni, fa di lui una persona dotata di un profondo “senso di Dio”, che si sviluppa nella sua personalità secondo due dimensioni: a) l’abitudine di giudicare le cose “al puro raggio della fede”; b) la radicale disponibilità al piano di Dio su di lui.

Da questo profondo senso di Dio emerge in Comboni la certezza della sua vocazione, che si manifesta in lui come dedizione totale alla causa missionaria. (Cf. RV 2).

– Il Dio Padre-Provvidenza vissuto da Comboni, è il Dio che incarna il suo amore salvifico nel Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore, che offre la sua vita per il genere umano a partire dagli ultimi della terra.

– Narrandoci il suo Dio, Daniele Comboni ci trasmette i palpiti del Cuore di Cristo per le “situazioni Nigrizia”; suscita il nascere della nostra fede missionaria, rendendoci capaci di ascoltare quella particolare chiamata divina a consacrare l’esistenza al servizio missionario e a fare dell’evangelizzazione la ragione della nostra vita (RV 2; 20; 56); fa di noi nella Chiesa una nuova Famiglia, che desume la sua identità e il suo modo specifico di seguire Cristo dal carisma di Daniele Comboni (RV 1). 

– L’opera affidata da Dio a Daniele Comboni e rimasta incompiuta alla sua morte, Dio la porta a compimento attraverso di noi, chiamandoci a vivere la vita missionaria con l’audacia del nostro Fondatore e Padre nel duplice versante della santità e della dedizione alla causa missionaria.

– Daniele Comboni è, per tanto, il fratello nella fede a cui Dio concesse un dono carismatico, destinato ad essere fermento e guida nel cammino missionario di molti altri. Con il suo dono carismatico, Daniele Comboni è il timoniere della Congregazione, che la guida attraverso i tempi a coinvolgersi con fedeltà creativa nelle “situazioni Nigrizia”, che la storia costantemente le propone (AC ‘97, 4-9).

– Daniele Comboni, in quanto Fondatore e Padre, missionario e profeta fino al dono totale di se, è una mediazione sempre eloquente e determinante, che imprime un tono caratteristico nella realizzazione della vocazione missionaria di un gruppo di persone che formano l’Istituto dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù. Allora essere missionario comboniano significa un continuo “ripartire dalla missione con l’audacia del beato Daniele Comboni”, vivendo la consacrazione missionaria “ad Gentes” come frutto dell’incontro con Dio qualificato dagli ideali e dall’esempio di Daniele Comboni come sono vissuti nell’Istituto: RV 46; 81-82; RF 54-62; AC ‘ 97, 10-14.

Allora ci accorgiamo e ringraziamo il Signore perché:

– Daniele Comboni si trova in cammino con noi ed in mezzo a noi e quindi in situazione di continua crescita. La sua vita è come un chicco di frumento seminato nel solco della Storia della Salvezza, destinato a fruttificare nel corso dei tempi soprattutto attraverso i suoi Istituti…

– Non cresce più cronologicamente perché sta nell’eternità, ma è la comprensione del suo spirito e della sua opera che crescono in noi e attraverso di noi nella Chiesa per la rigenerazione dell’umanità bisognosa di salvezza.

Per crescere in noi e camminare con noi, Daniele Comboni ci traccia un itinerario spirituale, che si presenta a noi come un passaggio da una visione di fede sui fatti della storia all’impegno missionario.

Questo itinerario può essere specificato in tre momenti:

1º. Abituarsi a giudicare gli avvenimenti della storia con la luce che viene dalla fede nel Dio della vita.

. Unirsi a Dio, Padre-Provvidenza, che nel suo Figlio incarnato morto e risorto, ascolta il grido del povero ed entra con tutto il suo essere nella storia umana inaridita e nel dolore degli ultimi. 

. Disponibilità ad assumere questa storia e questo dolore, diventandone parte e facendo causa comune anche con rischio della vita (disponibilità martiriale) per rigenerarla con l’annuncio esplicito del Vangelo di Gesù Cristo. 

Questo itinerario spirituale, delineato nella RV (cf. nn. 2-5), è ribadito dai Capitoli del ‘91 e del ‘97: – AC ‘91, 6; 6, 1-6;   – AC ‘97, 10-23.

Gli AC ‘97 sottolineano dei mezzi che sostengono quest’itinerario: cf. nn. 22-30.

3.2 L’esperienza prossima del fratello

L’esperienza prossima del fratello, cioè la predicazione da cui nasce e si alimenta la nostra fede missionaria, sono i Missionari Comboniani del Cuore di Gesù con le loro attuali Costituzioni: RV 1; 1.1-4.

Questi Missionari Comboniani sono quelli che ci hanno preceduto e dai quali abbiamo ricevuto in eredità il carisma di Comboni, soprattutto quelli la cui vita ci offre la migliore esemplificazione della “esperienza originaria del fratello”: RV 1.4;  AC ‘91, 13.

Siamo anche tutti noi, che abbiamo motivi di gratitudine a Dio per la crescita nella fedeltà al dono carismatico ricevuto attraverso il Fondatore (AC ‘91, 10; 12-14;   AC ‘97, 2), ma che dobbiamo riconoscere anche i limiti del cammino percorso (AC ‘91, 11;   AC ‘97, 9). 

Esperienza prossima del fratello sono anche i Capitoli Generali, perché in essi i capitolari cercano di confrontare le situazioni missionarie e la situazione attuale dell’Istituto con il carisma originario, come sorgente per un continuo rinnovamento dello stile di vita, degli orientamenti e della presenza missionaria: Ac ‘91, 5.1; AC 97, 1; cf. RV, Preambolo; RV 16.

Infatti, il carisma del Fondatore si rivela come un’esperienza nello Spirito trasmessa ai discepoli per essere vissuta, custodita e costantemente sviluppata da essi (cf. MR 11). Questo sviluppo deve essere realizzato in un contesto di apertura universale e costruttiva di fronte alle sfide della realtà mondiale, ecclesiale, missionaria e interna comboniana: AC ‘91, 3-4; AC ‘97, 4-9.

Con la canonizzazione di Daniele Comboni, il suo carisma si fa proposta alla Chiesa e al mondo di oggi. È la nuova sfida di Comboni ai suoi missionari in vista di essere fermento missionario “ad Gentes” nella Chiesa di Cristo alle soglie del Terzo Millennio con la santità e l’audacia del loro Fondatore e Padre: AC ‘97, 1;   cf.  VC 36: Fedeltà al carisma; VC 37: Fedeltà creativa.