Vita cristiana ed ecclesiale

Pensando alla Chiesa di oggi e di domani, divagazioni intorno a una piccola parola che può avere un grande peso.

di ASSUNTA STECCANELLA
23 giugno 2022
http://www.vinonuovo.it

“Don S. mantiene l’incarico di direttore …, ed assume anche quello di parroco dell’unità pastorale …

Don C. parroco di …, diventa parroco anche di …

Don L. vicario parrocchiale di …, lo diventa anche di …

Don R. parroco di …, è stato nominato anche amministratore parrocchiale di …

Don S. parroco di …, è stato nominato anche assistente spirituale …

Don A. direttore di …, è stato nominato anche consulente …

All’unità pastorale di … si aggiungono anche le parrocchie di … “

Molto istruttiva la lettura delle pagine che riportano le nuove nomine, i trasferimenti dei preti, e la continua modifica del reticolo parrocchiale. Dopo le prime considerazioni oggettive mi sorprendo però a divagare, tra me e me, intorno a una piccola parola che vi ricorre davvero molto spesso: ‘anche’.

Quante implicazioni in due sole sillabe: sempre più spazi da abitare, sempre più persone da curare, sempre più cose da fare, concentrate nelle mani di un numero sempre minore di soggetti, più precisamente di preti. La moltiplicazione dei loro incarichi, che non rallenta, li espone, quando va bene, all’impossibilità di essere pastori come vorrebbero, costretti come sono a correre di qua e di là, trascurando molte cose o agendo in modo affrettato; quando va meno bene, li sottopone a un serio rischio di burnout.

Certo, io li capisco, i vescovi. Anch’essi devono combattere, ogni giorno, con esigenze (e difficoltà) crescenti, che chiedono risposta, e la chiedono ‘prima di subito’ secondo un trend oggi consueto. Così ‘tirano la coperta’, che però rimane sempre troppo corta.

Ma quale futuro ha una pastorale così, tutta ripiegata sull’immediato? E quale futuro hanno le nostre parrocchie, e più radicalmente la trasmissione della fede, e quindi la sopravvivenza della Chiesa, nelle nostre terre?

Anche’ però non è in se stessa una parola dalla valenza negativa, mi dico: in questo caso basterebbe utilizzarla come congiunzione invece che come avverbio.

“Don S. mantiene l’incarico di direttore … e assume il nuovo incarico di parroco; anche il diacono don E. e i tre ministri istituiti – la lettrice N., l’accolito P., il catechista R. – saranno corresponsabili per la vita della parrocchia.

Don P. e anche l’équipe ministeriale collaboreranno per la cura dell’Unità pastorale di … Ai componenti dell’équipe il vescovo conferisce specifici mandati per la catechesi, il settore giovanile e familiare, la Caritas, l’economato, e per le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero, da tenersi a rotazione nelle diverse comunità.

Il moderatore don R., e anche suor L. e la famiglia degli sposi G. e F. sono corresponsabili delle parrocchie di …

L’accolita M. e anche la lettrice G. sono nominate assistenti spirituali dell’RSA di …”

Anziché concentrare sempre più cose nelle mani di pochi, si tratta quindi di moltiplicare le persone.

Oggi alcuni strumenti, anche normativi, ci sono (ricordo solo Spiritus Domini e Antiquum ministerium) e il momento è favorevole: siamo in pieno cammino sinodale, il suo scopo è arrivare insieme a delle decisioni che possono incidere profondamente sul volto della Chiesa. Con papa Francesco, «spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno» (Evangelii gaudium, 25).

E allora passo dalla divagazione al sogno: che nella Chiesa si consolidi una forma di governance cooperativa, svincolata dal clericalismo perché basata sulla suddivisione dei compiti e dei poteri; che attraverso di essa si strutturi un’azione pastorale esercitata da team composti da uomini e donne che esercitano i propri specifici carismi: alcuni ministri ordinati (preti, diaconi … e diacone), altri ministri istituiti laici (sposati e singles) e religiosi, e ministri di fatto, perché sia visibile l’identità ministeriale di tutta la comunità. Si tratta di una realtà in qualche modo già presente sia in alcune diocesi italiane che in altri paesi del mondo (ricordo in particolare l’America Latina, la Svizzera e il Nord Europa), che chiede però di essere intesa non come provvisoria (legata ai bisogni, alla scarsità di preti) ma strutturale, e quindi più adeguatamente normata.