Fede e Spiritualità
– Cuore di Gesù

Vedi questo interessante articolo di La Civiltà Cattolica:
IL CUORE DI CRISTO NELLA LITURGIA
Enrico Cattaneo

Alcuni estratti:

Un po’ di storia

Il tema del «cuore» è certamente centrale nell’antropologia biblica, ed è presente anche nei Vangeli, dove Gesù mostra sé stesso come «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), e dove evidenzia la «durezza di cuore» di alcuni (cfr Mt 19,8). I Padri della Chiesa hanno sviluppato il tema del cuore, soprattutto partendo dalla ferita del costato di Gesù, da cui uscì «sangue e acqua» (Gv 19,34), simbolo dei sacramenti e della Chiesa stessa. Durante il Medioevo, con le sue varie spiritualità, soprattutto francescana e domenicana, la devozione al Sacro Cuore di Gesù si è diffusa tra il popolo, ma è nell’Età moderna che essa tende ad avere un riconoscimento liturgico. Nel 1856, il beato Pio IX introdusse la festività del Sacro Cuore nel calendario della Chiesa latina. Leone XIII la confermò, associandola alla richiesta di consacrazione del genere umano al Sacro Cuore. Pio XI, con l’enciclica Miserentissimus Redemptor, diede alla festa liturgica un nuovo impulso, aggiungendo l’invito a recitare l’Atto di riparazione. Pio XII, forse presentendo un affievolirsi della devozione al Sacro Cuore, minata dalle accuse di «naturalismo» e di «sentimentalismo», promulgò un’enciclica ricca di contenuto biblico e patristico[Enciclica Haurietis aquas, 15 maggio 1956]. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, al n, 22, ha ricordato che Cristo «ha amato con cuore d’uomo».

Questa prospettiva ecumenica è stata però male interpretata nel postconcilio, dove si è assistito a un raffreddamento della devozione al Sacro Cuore, assieme ad altre devozioni, che pure il popolo amava. San Paolo VI ha cercato, con scarso successo, di porvi rimedio con la Lettera apostolica Investigabiles divitias Christi del 6 febbraio 1965, in cui riconosce che «il culto al S. Cuore ‒ lo diciamo con dolore ‒ si è in alcuni un po’ affievolito». Tuttavia, proprio la riforma liturgica da lui voluta ha conservato, come abbiamo visto, la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, assieme a una Messa votiva. Questa base liturgica ha certamente fatto da sostegno ai numerosi interventi sulla spiritualità del Sacro Cuore presenti nelle catechesi di san Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di papa Francesco.

Da un punto di vista liturgico, non possiamo qui tralasciare l’aggiunta di una nuova festa, quella della Divina Misericordia, istitui­ta da san Giovanni Paolo II nel 1992, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da papa Wojtyła nel 2000. Non si tratta propriamente di una nuova festività, ma di un titolo che viene dato alla II domenica di Pasqua. La sua connessione con la spiritualità del Cuore di Cristo è evidente, ma essa sottolinea altri aspetti, pure importanti, delle «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8).

Il significato della festa liturgica

La Solennità del Santissimo Cuore di Gesù rientra in quelle introdotte tardivamente nella liturgia, come la festa della Santissima Trinità e quella di Cristo Re dell’universo. I liturgisti le chiamano «feste di idee», perché a esse «mancherebbe un vero e proprio elemento anamnetico di base, che permetta di fondare l’Azione liturgica in un evento storico-salvifico ben preciso». Esse sono chiamate anche «feste di devozione», «perché traggono la loro origine dalla pietà particolare di un determinato gruppo». Tuttavia, quando una forma di devozione viene assunta dalla liturgia, riceve una forma di riconoscimento ufficiale. Le formule orazionali, introdotte nel Messale e accompagnate dalle letture bibliche appropriate, tracciano i binari sui quali incanalare la devozione, evitando le sempre possibili deviazioni.

A sua volta, la dicitura «feste di idee» ha una sua verità. In effetti, lungo i secoli la Chiesa ha contrastato le varie ideologie non soltanto con i dogmi o con gli interventi del Magistero, ma anche, e soprattutto, con la liturgia. Infatti, i dogmi formalmente definiti sono molto rari, e per il momento non c’è da aspettarsene altri. Quanto al Magistero, esso non è sempre di facile accesso a tutti, e spesso arriva ai fedeli solo in pillole, tramite i mezzi di informazione, che in genere semplificano l’insegnamento e talvolta lo travisano. La liturgia, invece, bene o male, rimane stabile nel tempo. Quello che Gesù ha comandato nell’Ultima Cena, con le parole sul pane e sul calice: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24; Lc 22,19), si tramanda invariato da duemila anni. I riti sono per loro natura conservativi, ma occorre distinguere il nucleo essenziale dagli elementi accessori e culturalmente condizionati. Questi ultimi rischiano di fossilizzarsi, cadendo nel formalismo, o di accrescersi come parassiti, soffocando il significato originario del rito. Per questo la liturgia non soltanto conosce riti diversi, da Oriente a Occidente, ma anche ha conosciuto riforme, come quella di san Pio V (1570) e quella di san Paolo VI (1969), voluta dal Concilio Vaticano II.

La liturgia poi usa il linguaggio dei simboli, che hanno un forte impatto emotivo. Il XIX secolo ha visto l’apoteosi della devozione al Sacro Cuore. Numerosissime scuole, chiese, parrocchie e confraternite furono dedicate al Sacro Cuore, e molte congregazioni, femminili e maschili, portarono il suo nome. Non si può negare che questa spiritualità, già affermatasi nel XVII secolo contro la rigidità del giansenismo, ha saputo «tenere ferma la dimensione corporea e allo stesso tempo affettiva della fede, all’interno di un’epoca in cui la religiosità rischiava, da una parte, di essere pensata in chiave esclusivamente intellettuale e, dall’altra, di essere praticata in forme apparentemente irrazionali».

Non soltanto però all’interno della Chiesa, ma anche nei confronti del mondo moderno, la spiritualità del Cuore di Cristo è stata un argine contro la diffusa mentalità razionalistica, che alimentava la cultura atea e anticlericale.

Alcuni teologi contemporanei, come Karl Rahner, Joseph Ratzinger, Walter Kasper, Hans Urs von Balthasar hanno cercato di rivitalizzare questi temi, con esiti diversi.

Passando in rassegna l’enorme mole di approfondimenti teologici fatti sul tema del Cuore di Cristo, dobbiamo riconoscere che siamo di fronte a una spiritualità ben fondata nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero. Tutta la liturgia, infatti, è una teologia in azione, perché in essa sono proposti attivamente, in un contesto di adorazione e di lode, i misteri principali della nostra fede: Trinità, Incarnazione e Redenzione, in una chiara prospettiva escatologica. In particolare, però, la celebrazione liturgica del Cuore di Cristo riveste un carattere «sintetico», in quanto compendia in sé stessa il mistero della «incarnazione del Verbo e la Sua offerta sacrificale sulla croce per la redenzione degli uomini». Da qui il suo profondo legame con l’Eucaristia, sacrificio e sacramento dell’amore, divino e fraterno. Giustamente, dunque, il Messale Romano ha conservato la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, ponendola proprio di venerdì, il giorno che ricorda il dono di sé che Gesù ha fatto sulla croce, suprema manifestazione dell’amore trinitario.