Solennità del SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (ANNO C)
Ez 34,11-16 Sal 22 Rm 5,5-11 Lc 15,3-7


Cuore del Buon Pastore

Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.

La liturgia di oggi ci offre una perla preziosa estratta dal vangelo di Luca – la brevissima parabola del Pastore che si carica sulle spalle la pecorella perduta e invita tutti alla gioia, perché l’ha ritrovata – illuminata dalla profezia di Ezechiele (34,11-16) e interpretata, nella sua chiave cristologica, dalla riflessione di Paolo su “l’amore del Padre… riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”, che Dio ha dimostrato “nel fatto che mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5,5-11). Con questo brano Paolo ci mostra il “prezzo” pagato da Gesù per cercare l’unica pecora che si era perdura, perché ingannata dall’antico “serpente” (cf Gen 3,1ss). Il mistero dell’Incarnazione è tutto nascosto e svelato dalla piccola parabola. La pecorella che il pastore si carica sulle spalle è la natura umana, l’umanità sbandata e intrappolata nei rovi, o incappata nelle mani dei briganti, come Luca stesso racconta del malcapitato soccorso dal Buon Samaritano (Lc 10, 25-37), che Gesù ha preso su di sé per tirarla fuori dall’inganno, liberarla dai rovi tra i quali si era cacciata e riportarla a casa “pieno di gioia”. Il senso dell’odierna solennità è tutto qui: nella contemplazione del mistero di amore, mistero del cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità.

Nessun brano del Vangelo ha avuto, nei primi cristiani, una risonanza così profonda come questo da assurgere, fin dalla fine del secondo secolo, a immagine plastica dell’amore di Dio per gli uomini, resosi visibile e palpabile in Gesù, il Verbo di Dio. Per questo, la figura del Pastore, che porta sulle spalle la pecora, è uno dei temi iconografici più noti; è rappresentata nelle pitture e sulle lapidi sepolcrali delle catacombe, antichi cimiteri di Roma, fra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo. Essa apparteneva già al patrimonio dell’antico Oriente e d’Israele, ma nella rilettura cristiana è assunta col preciso riferimento alla persona di Gesù “il Pastore”, quello “buono”, “il vero”.

La parabola, riportata da Luca, è nota col titolo: “Parabola della pecora perduta” ma, in realtà, suo centro più che lo smarrimento della pecora è la figura del Pastore che la cerca e la gioia incontenibile condivisa. Il nostro brano ha un parallelo in Matteo 18,12-14, ma con prospettive diverse. L’attenta lettura sinottica, può permettere a ognuno/a di cogliere gli elementi comuni e quelli propri dei due evangelisti e, magari, sottolinearli. Noi ci limitiamo ad evidenziare il quadro di riferimento comune ad entrambe.

La parabola si ambienta in una società bucolica che vive prevalentemente di agricoltura e pastorizia fin dall’inizio della creazione, come noto dal racconto del libro della Genesi – che presenta Abele come “pastore di greggi” e Caino come “lavoratore del suolo” (cf Gen. 4,2) – e da tutta la storia dei Patriarchi. In tale società ogni pecora è un capitale per il suo valore economico e affettivo. Ci sovviene la parabola narrata dal profeta Natan a Davide – dopo il suo grave peccato – forse la più antica o comunque una delle prime registrate nella Bibbia, che, sebbene posta in un contesto e con finalità differenti, ci aiuta a cogliere la relazione intima che intercorre tra il pastore e le pecore.

L’immagine del pastore e delle pecore è quindi evocativa per tutti, per i piccoli e per i grandi, perché è patrimonio dell’esperienza quotidiana. Già nell’antico Oriente e in Israele l’immagine del “Pastore” era addirittura un titolo regale cui s’ispirava il re nel suo compito di governo. I Profeti dell’Antico Testamento ci offrono bellissime pagine nelle quali tratteggiano la figura del pastore e il rapporto di questi con le sue pecore, per indicare le relazioni fra Dio e Israele.

Il rimprovero ai pastori (le guide del popolo) che disperdono le pecore, la promessa del Pastore autentico, l’implorazione e la fiducia dell’orante ci fanno intravedere la figura di Gesù-Pastore, che pasce le sue pecorelle si prende cura di ogni singola pecora e va in cerca di quella che si è perduta, a prezzo del dono della vita.

Anche il contesto più vicino del Nuovo Testamento riprende l’immagine del Pastore: per bocca di Gesù stesso, con riferimento alla sua persona e alla sua stessa missione (Gv.10,1-18); con riferimento al contesto ecclesiale, nella Prima lettera di Pietro che dice: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (2,25); nella lettera agli Ebrei attraverso la quale diventa evidente il percorso affrontato dal Pastore, per recuperare la pecora perduta e dare la vita all’intero gregge (13,20).

Sebbene l’introduzione alla nostra parabola parli di “farisei e scribi”, gli esegeti sono propensi a ipotizzare un ampliamento per includere quei cristiani delle prime comunità che, fedeli all’osservanza della “lettera” rifiutavano ogni contatto con peccatori; vi possiamo includere anche coloro che, in tutti i tempi, sogliono ritenersi migliori dei “peccatori ufficiali” o di “professione”.

La parabola si apre con un interrogativo provocatorio: “Chi di voi…?”. Non è l’unica volta che Gesù si serve di questo mezzo stilistico, di sapore sapienziale, attraverso il quale invita l’ascoltatore a prendere posizione, a dare una risposta che non può essere che di accordo sull’esposto.

Notiamo innanzitutto un rapporto numerico: 1:100. Che cosa è l’uno su cento? Seguendo un puro calcolo potremmo pensare, a ragione, che il prosieguo del discorso non mostra una logica di saggezza. Eppure proprio questo è un indicatore da non trascurare: interpella gli interlocutori di Gesù e ciascuno di noi, costringe a riflettere. Se, poi, teniamo presente che il numero 100 indica la totalità restiamo ancora più interdetti: che valore ha un frammento in rapporto ad una totalità? e giungiamo proprio al cuore del messaggio: il cento non indica una totalità aritmetica ma la perfezione intesa come “completezza” dove anche una virgola o un punto hanno la loro estrema importante.

5 – Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle L’espressione dice la certezza che ha il pastore di trovare la pecora, Matteo aveva scritto: «Se riesce a trovarla», per Luca non c’è dubbio, è solo questione di tempo e di costanza nel cercarla. Infatti, il Pastore ha cercato con perseveranza, senza indugio, senza temere i rovi e i dirupi, senza disdegnare di sporcarsi…, ha raggiunto la sua pecora là dove si era cacciata e l’ha trovata. Nell’Antico Testamento è il Signore che rivolge l’invito a cercarlo: «Cercate me e vivrete!» aveva detto alla casa d’Israele per bocca del profeta Amos (cf 5,4.6); «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» esortava il profeta Isaia (55,6); e Sofonia: «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini» (2,3).

Con la parabola dè lla pecora perduta Gesù ci presenta un’immagine capovolta: non è la creatura che cerca il suo Signore, ma il Signore che si mette alla ricerca della sua creatura che si è maldestramente allontanata e perduta, segue le orme, gli fa sentire la sua voce, forse la chiama per nome.

pieno di gioia… L’autore della Prima lettera di Giovanni conclude il prologo presentando la gioia come finalità della lettera: Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena (1Gv 14). La gioia non si può descrivere, bisogna viverla, bisogna assaporarla, è per sé effusiva, non può essere vissuta senza essere condivisa. Non è semplicemente, né necessariamente, “allegria”, può coniugarsi anche con le situazioni più difficili, tanto che Paolo arriva a dire: Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col.1,24).

… se la carica sulle spalle Immagine stupenda! Lasciamoci provocare da questa immagine. Forse noi avremmo ritenuto formativo un doveroso rimprovero, mettere un’ipoteca sull’accoglienza: ti riprendo ma a patto che… Il pastore no. Tace con la lingua e parla con gesti concreti. La gioia sprizza dal suo volto, dai suoi occhi, dai suoi gesti.
Quel “pieno di gioia” qualifica il gesto di “caricarsela” sulle spalle. Non la trascina… Ritorna l’immagine di Isaia 40,11, dove il pastore tratta ogni agnello o pecora con premurosa attenzione al bisogno di ciascuna: «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Sulla stessa linea si colloca, in prima battuta, il gesto descritto dalla parabola che stiamo meditando.
Quante volte ci è capita di rivedere questo gesto compiuto da un papà con la propria creatura piccina che sembra trionfare su spalle forti e sicure.
Il pastore non riporta la sua pecora a casa, quasi di nascosto, impedendole di vedere il percorso di ritorno per prevenire un’eventuale nuova fuga. No la riporta a casa in trionfo, alla luce del sole. Qualcuno ha scritto che nel recinto il pastore lascerà anche aperto un passaggio perché la pecora non si senta costretta a rimanere, e intanto si terrà pronto a cercarla ancora, se nuovamente si perderà. E’ la storia della salvezza scritta dal mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù: la storia scritta dall’amore del Padre che ha tanto amato l’uomo da dare il suo Figlio unigenito. Gesù ha potuto caricarsi sulle spalle la pecora che si era perduta perché Lui è il Mediatore della salvezza, il datore della vita, il restauratore di tutte le cose. Isaia aveva da tempo profetizzato: Sulle sue spalle è il potere… grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine (Is 5,6).
Un potere da Cristo acquistato caricando le sue spalle del legno della croce: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze» dice ancora Isaia (53,4) per liberarci dal carico del peccato che gravava sulle nostre spalle e ricondurci a casa, non come schiavi ma come figli.

6 – Va a casa chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
E’ interessante la meta del viaggio di ritorno con la “pecora, quella che si era perduta”: non è il deserto, non sono i monti, è la casa dove il pastore può convocare “amici e vicini” e invitarli a fare festa per il ritrovamento della pecora. Ci sono le premesse della festa e del banchetto che il Padre imbandirà per il ritorno del figlio che si era allontanato da casa e aveva sperperato tutti i beni; c’è la profezia del banchetto escatologico.
Dio nelle sue iniziative è sconcertante, ci sorprende sempre, ci sollecita ad un confronto, ad una conversione. Ci invita ad imitarlo: cercare, trovare, caricare sulle proprie spalle, lasciarsi invadere dalla gioia per aver guadagnato un fratello, al punto da farla diventare effusiva. Lasciarsi coinvolgere dalla gioia di ogni ritorno, qualunque siano la provenienza e le strade del ritorno… è il modo concreto “di portare i pesi gli uni degli altri”.

7 – Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
La pienezza di gioia del Pastore condivisa con amici e vicini sembra impallidire dinanzi alla gioia che inonda il cielo per la conversione di «un solo peccatore». Ma è solo il primo termine di comparazione, infatti Gesù prosegue: più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Ci viene spontanea una domanda: c’è forse qualcuno che non ha bisogno di conversione? Chi sono quei “novantanove giusti” a cui Gesù allude? In prima battuta sembra che si debba pensare ai “farisei e scribi” che con la loro mormorazione avevano provocato Gesù. Del resto su questa presunta giustizia verterà la parabola del fariseo e il pubblicano al tempio detta da Gesù proprio «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9-14), in linea con la Scrittura che recita: «Nessun uomo è giusto». Il credere di non aver “bisogno di conversione” potrebbe essere, forse identificato anche con quel “peccato contro lo Spirito” che Luca dice essere l’unico peccato che non può essere perdonato (cf Lc 12,10).

Ritornando all’interpretazione patristica che vedeva nelle 100 pecore l’intera opera di Dio e nella pecora che si è persa la creatura umana, possiamo ben dire che l’unica creatura bisognosa di conversione è la creatura che Dio ha plasmato con le sue mani, a sua immagine e somiglianza, senza farsi inibire dal rischio che la libertà avrebbe comportato. La figura del pastore nella Chiesa primitiva viene frequentemente riferita agli “anziani”, i “presbỳteroi”. Ma era stato Gesù stesso ad autorizzare i discepoli ad appropriazione della missione del Pastore affidando a Pietro il compito di “pascere” le sue “pecorelle” e i suoi “agnelli” e additandogli “nell’amore” la condizione e “nella sequela fino alla croce” il “percorso obbligato”.
L’identità e la sorte del pastore autentico è, dunque la medesima del “Pastore buono”, del “Pastore supremo” estendibile in primo luogo a coloro che nella Chiesa sono chiamati a condurre il popolo di Dio ma anche a ciascun credente chiamato, per la sua parte, ad avere responsabilità dirette o indirette sui fratelli e, in ogni caso, su se stesso.

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Le dimensioni dell’amore – Sacro Cuore di Gesù
Antonio Savone

Se vogliamo sapere che cos’è l’amore, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della croce. È proprio lì che ci chiede di sostare questa solennità del Sacro Cuore di Gesù. Lì, contempliamo le dimensioni dell’amore di Cristo.

Anzitutto l’altezza. Guardando alla croce sulla quale egli è stato innalzato, contempliamo l’altezza del suo amore per noi: è l’amore fino al sacrificio totale di se stesso. Amati veramente fino alla morte. Più in là, più oltre non è dato andare.

Poi la profondità. Le circostanze terribili della sua passione e morte attestano che Gesù ha conosciuto le profondità del male; lui stesso divenuto peccato, maledizione come dirà Paolo ( 2Cor 5,21; Gal 3,12-13), per togliere il peccato del mondo (Gv 1,29), per toglierlo dalla nostra vita. La profondità del suo amore è correlata all’abisso del male che investe la vita dell’uomo. Gesù non si è trattenuto al di qua, non è venuto per i giusti, e solo per essi, ma per i peccatori (cfr. Lc 5,32). È andato oltre la barriera di sicurezza offerta dall’accoglienza e dalla corrispondenza dell’amore. Il suo amore prende la forma del perdono per me; ed esso significa che la sua potenza d’amore è capace di ricreare la vita dell’uomo. Questa forma di amore è divina: solo Dio ne ha la capacità.

Inoltre, la lunghezza. La sua croce è stata piantata in un luogo e in un tempo: 2000 anni fa, a Gerusalemme. Ma il sacrificio compiuto in quel giorno sul Calvario e l’amore che lo ha ispirato raggiungono, nel tempo e nello spazio, ogni uomo, anche me, anche te, personalmente, oggi; e raggiungerà tanti altri uomini nei secoli futuri.

Infine, la larghezza. Guardare alla croce significa comprendere quali spazi il suo amore per me e per ogni uomo vuole coprire: tutti gli spazi della nostra esistenza individuale e della vita sociale dell’uomo. Vuole arrivare al cuore della vita dell’uomo e, di conseguenza, là dove tu, come uomo, pensi, parli, agisci, decidi, imposti l’esistenza.

Se queste sono le dimensioni dell’amore di Cristo per ogni uomo quale itinerario può essere percorso da ciascuno di noi?

Cosa indica, ad esempio, la larghezza del mio amore?

L’esperienza che mi viene proposta è quella di avvolgere la concretezza della vita quotidiana delle persone di una atmosfera ricca di ossigeno, di amore, così che ogni spazio di vita umana risulti respirabile. Amare fino alla fine significa non lasciare ambiti segnati da durezza di cuore, da falsità, da meschinità.

Cosa significa, invece, la lunghezza del mio amore?

Se la larghezza conduce a far riferimento soprattutto a situazioni, spazi, cose, mondi, la lunghezza punta in maniera più diretta sulle persone. Il cammino che Gesù ci invita a compiere, per amare come lui ha amato, prende il nome di amore fedele nel tempo, di amore che non abbandona, non si stanca, non rimane in balia di emozioni passeggere o di un sentimentalismo senza radici. È un invito a intendere la fedeltà come senso di responsabilità nei confronti degli impegni presi e nei rapporti interpersonali. Amare l’altro in modo che l’altro possa fidarsi di me e affidarsi a me, così come tu puoi fidarti di Gesù e affidarti a lui.

L’amore ha poi anche un’altezza e una profondità: salire a quell’altezza e scendere a quella profondità è la sfida resa possibile dall’accoglienza dell’amore di Gesù.

Come egli è salito sul Calvario compiendovi il sacrificio del corpo dato e del sangue sparso, così anch’io posso trovare il contenuto essenziale di questa esperienza attraverso il dono di me stesso. Guardare all’amore nella sua maturità, significa cogliere il volto della dedizione. “Giunge un giorno nel quale – diceva don Orione ad un adolescente di nome Ignazio Silone – si comprende che la nostra gioia consiste nel divenire causa di gioia per altri”.

Le modalità di questo salire sulla croce non sono sempre prevedibili e la chiamata al dono di te stesso può avvenire sempre e in modo inedito: non siamo chiamati a scegliere la croce, ma a portarla.

L’invito ultimo che viene dalla croce è quello a scendere negli inferi. C’è anche per te una profondità, a volte abissale, alla quale scendere. E non è meno difficile che salire in alto.

Scendere nelle profondità dell’amore significa andare incontro alle ferite per lenirle, più che per giudicarle. Scendere è rendere presente e operante la pace dove c’è la guerra, la verità dove vi è la menzogna, l’accoglienza dove c’è il rifiuto, il bene dove c’è il male.

Scendere è andare incontro a chi non ci sembra meritevole che noi facciamo dei passi di avvicinamento.

Scendere è vivere la profondità dell’amore di Dio per l’uomo addirittura arrivando a sedere alla mensa dei peccatori (Teresa di G. Bambino). È credere per chi ha perso o non ha mai trovato la fede. Tutto questo scendere ti sarà possibile a un patto: che tu acconsenta a Gesù di scendere nella profondità della tua persona, e anche nelle tenebre che ancora ti avvolgono, per essere tu per primo, liberato dagli inferi.

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