Fede e Spiritualità

La festa della Pentecoste ci ricorda che la missione della Chiesa è annunciare l’Amore. E che lo Spirito ce ne rende capaci

di PAOLA SPRINGHETTI
5 giugno 2022
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Il Sinodo «non è un parlamento, non è una indagine sulle opinioni, ma è un momento ecclesiale e il protagonista è lo Spirito Santo, se non c’è lo Spirito non ci sarà sinodo», ha detto papa Francesco il 9 ottobre 2021, in occasione dell’apertura del Sinodo sulla sinodalità. In realtà aveva già espresso questo concetto in altre occasioni e lo ripeterà poi.

La chiesa ha bisogno dello Spirito per vivere la propria natura sinodale e ne ha bisogno anche per vivere la propria missione. E d’altra parte, le due dimensioni sono strettamente unite: più la chiesa è sinodale, e quindi dialogica al proprio interno, più è in cammino anche con il mondo, e quindi in dialogo con esso.

Che cosa sia la Chiesa ce lo ricorda, ogni anno, la festa di Pentecoste, che ripropone il racconto della discesa dello Spirito con cui inizia, appunto, la storia della Chiesa (Luca lo racconta in Atti 2,1-11).

Immaginiamoci la scena. A Gerusalemme era festa: si celebrava la Festa ebraica di Pentecoste o Festa delle Settimane, per la fine della mietitura del grano, ma anche per ricordare quando sul monte Sinai venne consegnata la Legge. C’era dunque molta gente in giro, gente che veniva da ogni dove.

Però gli apostoli, con Maria e un gruppo di donne, non partecipano: se ne stanno chiusi tutti nello stesso luogo. Sono passati cinquanta giorni dalla resurrezione di Gesù e il maestro è tornato più volte per rassicurarli, per consegnare loro il comandamento nuovo, per promettere lo Spirito. Stanno insieme, pregano, e aspettano.

Ed ecco, si stente un fragore e un vento impetuoso e scendono lingue di fuoco. Che cosa succede? Il fragore ricorda un temporale, ma forse soprattutto il suono delle trombe sul Sinai – sì, qualche cosa sta succedendo in questo giorno in cui si ricorda il monte della Legge. Il vento scuote, porta cambiamento e sconvolge. Il fuoco incendia e trasforma, ma soprattutto è simbolo di passione travolgente («Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso», aveva detto Gesù in Lc 12,49). Avranno avuto paura, in questo momento, i discepoli raccolti tutti insieme? Forse sì: sarebbe umano.

Le lingue come di fuoco si dividono e si posano su ciascuno: lo Spirito entra in ognuno dei presenti, a ciascuno si dona, a ciascuno cambia la vita, a ciascuno affida la missione. Lo Spirito non si limita a parlare con ciascuno, a stabilire una relazione: entra dentro, va ad abitare nel credente (cf Gv 14,23). Nello stesso tempo lo Spirito colma di sé tutti i presenti, creando così una nuova unità tra di loro: è su questa unità che si fonda la loro forza, la forza della Chiesa.

Il segno che lo Spirito è sceso nei presenti è fatto di parole: cominciarono a parlare in altre lingue. Sono le lingue degli uomini, espressione della loro cultura.

È il contrario di quello che succede a Babele, dove la molteplicità delle lingue è impossibilità di capirsi, in seguito a una ribellione a Dio. Con la Pentecoste le lingue sono il dono dello Spirito attraverso cui i credenti acquistano la capacità di vivere la loro missione, cioè di comunicare la lieta novella, il comandamento nuovo. La parola di Dio è una sola, ma ogni uomo può ascoltarla nella propria lingua: è così che nasce il popolo di Dio. Ed è così che la Chiesa si fa universale: parlando le lingue di tutti i popoli, immergendo il proprio messaggio dentro le loro culture. Nasceranno, in mezzo ai popoli, tante comunità, ma saranno sempre attuazioni dell’unica Chiesa universale e la renderanno più ricca.

E così, se l’antica Pentecoste che si celebrava quel giorno a Gerusalemme era la festa dell’Antica Alleanza, la nuova Pentecoste è la festa della nuova alleanza, basata sulla legge dell’amore, una legge che si propaga attraverso la testimonianza dei credenti che – grazie allo Spirito – parlano le lingue degli uomini.

Una chiesa sinodale si costruisce a partire da qui, dallo Spirito che entra in tutti e tutte e affida a ciascuno la missione: annunciare l’Amore. La Chiesa non è tale se non è missionaria e per essere missionaria deve parlare le lingue degli uomini. Oggi chi parla le lingue degli uomini? I missionari impegnati nei Paesi più difficili; le minoranze perseguitate in tanti Paese; ma anche i genitori e gli insegnanti che accompagnano la crescita delle nuove generazioni; i volontari che costruiscono relazioni con i più poveri; le comunità che accolgono gli stranieri; gli scrittori che pongono interrogativi; gli artisti che illuminano le Chiese; gli scienziati che coltivano fede e ragione; i medici e gli infermieri che si piegano sui malati e così via.

Sono davvero tante le lingue degli uomini e devono tessere relazioni complicate, cercare verità nascoste. Sono tutte ricche, tutte difficili.