Perché il processo di creazione delle tradizioni dei riti celebrativi deve essere considerato chiuso?

di GILBERTO BORGHI
11 maggio 2022
http://www.vinonuovo.it

Qualche settimana fa ho avuto modo di partecipare ad una messa a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Lì, la comunità celebra in rito bizantino – greco, per una serie di motivazioni storiche che hanno portato al riconoscimento, da parte di Benedetto XV nel 1919, dell’esistenza sul suolo italiano di una diocesi cattolica, ma non di rito romano, l’eparchia di Lungro.

Un rito denso di emozioni, di canti, di gesti simbolici, che, anche senza bisogno di spiegazioni mi sono apparsi capaci di veicolare importanti significati di fede. Una messa sicuramente più emozionale di quelle celebrate attualmente (in media, con qualche rilevante eccezione) nel rito romano.

Pochi giorni fa, invece, ho partecipato ad un matrimonio in rito ambrosiano, in diocesi di Milano. Molto più sobrio di quello bizantino e molto vicino a quello romano. Rito, anche qui, preservato ufficialmente in Italia per motivazioni storiche e di politiche ecclesiali del passato. Forse più razionale di quello di Castrovillari, ma se ben celebrato, capace ugualmente di coinvolgere nel significato autentico della messa: ripresentazione e partecipazione reale alla pasqua di Cristo.

Curiosamente, in questi stessi giorni, per motivi di studio ho ritrovato una informazione ormai sparita dalla mia memoria: nella Chiesa cattolica esistono ad oggi, ben 23 riti diversi, tutti perfettamente riconosciuti dal vaticano, divisi in sei aree di provenienza storico geografica: latina, costantinopolitana (chiamata anche bizantina), alessandrina, siriaca occidentale (o antiochena), siriaca orientale (o caldea) e armena.

La storia di queste multiforme ritualità è legata al riconoscimento delle tradizioni celebrative di comunità diverse tra loro, con sensibilità umane diverse e con accenti sacrali anche molto diversificati. Tutte tradizioni però che risalgono nella loro genesi a prima dell’anno mille, in certi casi anche molto prima. Poi, però, le chiese di nuova nascita, a partire dal XV secolo, cioè dalle scoperte geografiche, non hanno avuto la possibilità di costruire nel tempo ritualità proprie, ma hanno assorbito il rito dei missionari che le avevano suscitate, praticamente sempre quello romano.

Oggi, soprattutto in Europa e soprattutto nell’area del rito romano, da più parti si levano voci per una revisione della forma celebrativa della messa, richiesta molto trasversale in parecchie esperienze di ascolto sinodale. L’esigenza è di rendere maggiormente efficace il coinvolgimento effettivo dei partecipanti, affinché celebrare non resti un atto avulso dalla vita reale, ma lasci in esso un segno capace di rendere viva la fede anche fuori dalla celebrazione. Ma da più parti già si sono levate resistenze e distinguo, quasi sempre basate sulla necessità di mantenere la tradizione del rito romano.

La domanda, allora, non può essere evitata: per quasi mille anni le tradizioni celebrative hanno potuto nascere e proliferare, permettendo una ricchezza che indubbiamente manifesta molto bene la cattolicità della fede (cioè la sua dimensione di raccolta integrale di tutte le forme espressive della fede in Cristo); ma improvvisamente, ad un certo punto della storia, questa creatività è stata dimenticata e si è imposta, invece, una sola forma celebrativa, senza permettere il sorgere di altre forme cattoliche. Come mai?

Come mai in sud America, solo per fare un esempio, non ha potuto nascere una tradizione celebrativa che fosse espressione della sensibilità di fede tipica di quelle popolazioni? Non è accaduto di fatto, o lo stile di evangelizzazione l’ha reso impossibile? Perché il processo di creazione delle tradizioni deve essere considerato chiuso? Se crediamo nell’incarnazione, ogni comunità deve essere radicata nell’umanità di chi la vive e le sue celebrazioni dovrebbero prendere le forme che quell’umanità sente e percepisce come “autoctone”, affinché in esse si possa esprimere la medesima fede, ma negli accenti diversi tipici di ogni cultura davvero credente. E quando la cultura e le forme espressive di quell’umanità cambiano, anche le forme celebrative dovrebbero risentirne. Altrimenti, perché continuare ad ammettere già ora ben 23 ritualità diverse?