Narra un midrash che «un certo giorno, in una piccola città, nei tempi in cui infuriava la violenza più cieca, i nazisti trucidarono in uno stesso luogo, nella stessa ora, cento ebrei, cento cattolici e cento musulmani. Ogni anno, in quella data ci si ritrova nel luogo dell’eccidio per commemorare l’evento. Il Borgomastro del paese tiene un discorso e tre sacerdoti, da tre diverse parti del campo, pregano in suffragio delle anime delle vittime. Il sacerdote cattolico prega secondo il suo rito, il sacerdote ebreo secondo il suo rito e il sacerdote musulmano secondo il suo rito.

Il saggio e santo Rabbi Meir, che sa tutto ciò che avviene in cielo, racconta che un giorno le trecento anime delle trecento vittime chiesero di presentarsi al Trono celeste. La loro richiesta venne raccolta ed essi si rivolsero così al Santo dei Santi: “Re dei Re, tu sai che noi siamo stati insieme vittime di uno stesso assassino, insieme siamo stati vittime di un’unica violenza e ora, quassù, l’anima di ognuno di noi è strettamente legata all’anima dell’altro. Se gli uomini vogliono ricordare ciò che in quel doloroso giorno avvenne, vogliamo che per noi sia detta un’unica preghiera! Le divisioni e le differenziazioni ancora esistenti sulla Terra, ci offendono e ci rattristano“» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978,44).

Aveva detto bene il saggio e santo Rabbi Meir perché la vera preghiera non separa, ma unisce i cuori e opera una reale intesa.