1.2 Ci si può salvare in qualsiasi religione?
di Enzo Bianchi
Il Blog di Enzo Bianchi

Tappe dell’automanifestazione di Dio

La storia della salvezza si sviluppa attraverso tappe diverse e successive del processo di auto manifestazione di Dio all’umanità. Ogni alleanza stretta da Dio con Adamo, con Noè, con Abramo, inaugura uno spazio di comunione e di salvezza in attesa del compimento dei tempi, l’incarnazione del Verbo. E questi spazi non vengono certo automaticamente aboliti da una nuova tappa, sicché permangono anche nei tempi della chiesa, come permane ancora l’alleanza mai revocata con il popolo d’Israele.

Dunque le religioni, le culture delle genti, continuano a essere spazi capaci di sostenere l’incontro con Dio anche oggi, dopo l’epifania decisiva di Dio in Cristo. Ad esempio la preghiera delle genti, come più volte ha ricordato il magistero della chiesa, è effetto dello Spirito di verità operante oltre i confini del corpo ecclesiale, cioè è suscitata dallo Spirito santo il quale è intensamente presente nel cuore di ogni uomo.

Ecco delineata la visione che il cristiano deve avere delle altre religioni in accordo con le Scritture e la grande tradizione: una visione che contempla il mistero dell’unità di tutta l’umanità, che confessa la presenza attiva del Lógos fin dalla creazione in tutte le genti e le famiglie della terra, che discerne la presenza dello Spirito santo in ciò che precede il Cristo e il suo permanere nello spazio umano che ancora non lo riconosce, che afferma la piena legittimità dell’attesa messianica d’Israele, per nulla esautorata dal riconoscimento cristiano del Messia in Gesù di Nazaret.

C’è un’unica salvezza che Dio prepara per gli uomini in Cristo, come unico è il mistero pasquale che la dona e la dispensa, e infine unico è il destino di tutti gli uomini: il regno di Dio.

Occorre coniugare valutazione delle religioni e annuncio di Gesù Cristo

Una volta acquisita questa valutazione grazie alla fede cristiana che sola la dona, il cristiano non appiattirà la sua fede sulle altre religioni, né finirà per benedire e accettare passivamente le culture e le tradizioni non cristiane. L’atteggiamento irenico che dichiara esaurita la missione cristiana non è che la forma colta, raffinata, dell’in-differenza religiosa e traduce quel primato dell’etica che nutre l’antropocentrismo dominante.

Il cristiano non deve cessare di ricordare che l’idolatria è una tentazione e una potente dominante per tutti gli uomini. Se l’idolatria riesce a insinuarsi tra i cristiani, se è stata più volte denunciata dai profeti nel popolo di Dio, essa va intravista e denunciata anche in tutte le altre tradizioni religiose. Affermare che le tradizioni religiose non cristiane contengono semi del Verbo, elementi di grazia, energie dello Spirito santo, non significa accogliere tutto senza discernimento. Anche il vitello d’oro era segno di una ricerca di Dio, era una manifestazione religiosa, eppure stava nello spazio dell’idolatria.

A qualunque tradizione religiosa appartenga, l’uomo deve sempre essere chiamato alla conversione dagli idoli, e, nel rispetto delle sue tradizioni religiose, nel dialogo sincero, senza violare la sua coscienza e la sua libertà, senza confidare in mezzi umani, gli si deve rivolgere l’annuncio della salvezza piena che si ha in Cristo.

Questo non è un rinnegamento del positivo, del buono e del santo che c’è nelle religioni, né significa entrare nel dialogo interreligioso con arroganza, ma significa essere testimoni della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15).

È triste confessarlo, ma proprio quei cristiani che, in nome di un dialogo rispettoso, vorrebbero rinunciare alla missione, sovente sono quelli che non si mostrano rispettosi verso gli altri, confidando nei “loro mezzi” culturali, economici e sociali e presumendo di essere servitori di Cristo non nell’annunciarlo ma nel ridurlo a liberatore umano, secondo “la loro” ideologia di liberazione.