da Giacomo Galeazzi
27 aprile 2022
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La strada della pace incrocia quella dell’equità. Non c’è pace senza giustizia. “La disuguaglianza è un’ingiustizia che grida al cielo“, insegna papa Francesco sulle orme di Karol Wojtyla. Al di là dei numerosi incontri e documenti del pontificato di Giovanni Paolo II, infatti, l’icona più significativa del sogno ecumenico e di dialogo con le religioni mondiali fu Assisi 1986. Questa icona rimane un punto fermo. Perché sottolinea come la condivisione si realizza innanzitutto con l’incontro fraterno. Nel rispetto delle differenze. E nella tensione comune verso la pace attraverso la preghiera. Come fu, appunto, il meeting  di Assisi. Icona indelebile. Nello spirito di Assisi si pone la prima visita di un papa alla Sinagoga di Roma. Poi ripetuta da Benedetto XVI e nel gennaio 2016 da Francesco.

Jorge Mario Bergoglio riprende questa idea dell’incontro fraterno. In grado di creare relazioni e aiutare a superare antichi steccati. Così è stata la visita a sorpresa alla Chiesa Evangelica della Riconciliazione a Caserta. O quella ai Valdesi. Alla comunità Luterana a Roma. E gli incontri con patriarchi delle Chiese ortodosse o antiche Chiese Orientali. È l’ecumenismo dell’incontro più che dei documenti. Finalizzato ad avvicinare spiritualmente guarendo secolari ferite e pregiudizi. E’ l’idea conciliare del popolo. Non appare in modo così evidente e compiuto nei documenti del Concilio Vaticano II la Chiesa povera per i poveri. Cioè l’Ecclesia auspicata da Francesco. Illuminante è al riguardo un libro di Joan Planellas Barnosell. Si intitola “La chiesa dei poveri. La sfida sempre attuale del Vaticano II. Il tema dell’inclusione degli indigenti ha percorso tutto il dibattito conciliare. Se ne trova traccia qua e là nei testi.

Papa Roncalli parlava di una Chiesa di tutti. Particolarmente dei poveri. Comunque, già alla fine del primo capitolo della “Lumen Gentium” si trova un paragrafo che contiene una teologia che in Bergoglio prenderà forma. Come un aspetto essenziale del vivere della Chiesa. È, infatti, evidente a tutti come Francesco voglia vivere e testimoniare la Chiesa povera per i poveri. Sui cui il Concilio aveva posto l’attenzione. Lo ha fatto scegliendo di vivere a Santa Marta. Lo fa parlando continuamente dei poveri. Della cultura dello scarto così diffusa nella società odierna. Della necessità di “toccare la carne” dei poveri. E non solo di aiutarli tenendoli a distanza. Proprio occupandosi dei poveri emerge l’idea conciliare del popolo. A cui tutti possono appartenere. A dirlo chiaramente è Francesco nella “Evangelii Gaudium” quando parla dell’inclusione dei poveri (186-216).

Per la Chiesa, scrive papa Bergoglio, l’opzione per i poveri è una categoria teologica. Prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Partecipano del ‘sensus fidei‘. E,  con le proprie sofferenze, conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti si lascino evangelizzare dai poveri”. Non si tratta solo di assistere i poveri. E l’esercizio della carità nei loro confronti non è un problema della Caritas o dei volontari. Anzi si pone come una dimensione costitutiva dell’essere cristiano. Al centro del Vangelo ci sono l’amore per i poveri e la loro inclusione nella comunità. E ciò nel rispetto delle differenze. Papa Francesco porta a compimento un aspetto del vivere della Chiesa. Che diventa fondamentale per il suo stesso esistere. E per il suo configurarsi come porta aperta a tutti. Particolarmente ai poveri. Come accaduto sei anni fa nell’Anno Santo della Misericordia.