Tornati dall’Aldilà,
In bilico tra la vita e la morte:
il racconto di chi ha visto
Antonio Socci

La storia da cui prende le mosse questo libro, è una vicenda che comincia a dipanarsi dal 12 di settembre del 2009, quando la mia figlia primogenita, Caterina – che aveva ventiquattro anni, e che era laureanda in Architettura a Firenze, aveva la tesi di laurea dieci giorni dopo, il 24 di settembre, quindi aveva lavorato per tutta l’estate alla tesi – era a Firenze, viveva in un appartamento di studentesse di Comunione e Liberazione. La sera alle otto stavano decidendo se andare in pizzeria o farsi un piatto di spaghetti; e fece appena in tempo a dire “mi sento male” e crollò per terra. Le ragazze che erano lì si resero subito conto che non era uno svenimento, perché non aveva più respiro subito; quindi chiamarono immediatamente il 118, che arrivò anche molto tempestivamente. Però si trattava di un arresto cardiaco, e di un arresto cardiaco del tipo più brutto. E infatti, nonostante le ripetute defibrillazioni, la cosa andò male e lei morì. La dico proprio così perché è accaduto esattamente così.
Quando abbiamo ricevuto la telefonata a casa – noi abitiamo a Siena – dall’altro capo del filo c’era il medico del 118 che ha usato un eufemismo, diciamo: cioè ci ha detto: “Guardi, sua figlia ha da più di un’ora il cuore fermo”. Però era un eufemismo per dire che “sua figlia è morta”. Fra l’altro io, siccome mi era capitato pochi mesi prima, nel febbraio di quell’anno, di interessarmi, per motivi professionali diciamo, della vicenda di Eluana Englaro, mi era capitato, come capita a noi giornalisti per trattare un argomento, di acquisire un po’ le notizie fondamentali. Quindi sapevo benissimo che il cuore fermo da più di un’ora significa morte, proprio morte clinica, morte totale, morte irreversibile. Oltretutto, appunto, dopo ripetute defibrillazioni. Fra l’altro il 118 in toscana – non so se si sono protocolli regionali – però in Toscana il 118 aveva l’obbligo di non proseguire la rianimazione oltre quarantacinque minuti, perché era già un tempo abnorme.
Voi potete immaginare la reazione mia, di mia moglie e degli altri figli a questa telefonata. Ecco, credo che se mi avessero piantato una spada nel petto, credo che avrei sentito meno male; sinceramente l’avrei preferito. Anche perché Caterina fra l’altro è sempre stata una ragazza molto sana, non si ammalava mai nemmeno da bambina; poi nel pieno della giovinezza, bella, florida. L’ultima cosa che mi sarei aspettata al mondo era questa.
La prima reazione che io ho avuto – oltre a un urlo immediato – la prima cosa, credo veramente per grazia, che mi è venuta in mente… in una frazione di secondo ho realizzato che non c’era niente da fare; questo era quello che mi stavano comunicando i medici, fra l’altro. In una frazione di secondo a me è venuto in testa: “Dio può tutto”. Quindi è iniziato questo viaggio, questa corsa verso Firenze con mia moglie, fra lacrime e rosari e richieste di aiuto da parte di tutti gli amici che abbiamo in cielo; da don Giussani al mio amico Andrea Siani, a Enzo Piccinini. Tutti gli amici che sono in cielo li abbiamo scomodati urlando.
Quando siamo arrivati a Firenze Certosa, alle porte di Firenze, ci è arrivata la telefonata che il cuore di Caterina, incredibilmente, aveva ripreso a battere. Quindi ci siamo dirottati verso Careggi, dove l’abbiamo vista sopra questa barella, bellissima come era, però come la “Bella Addormentata” ovviamente in coma. Fra l’altro quello che ho scoperto poi dopo, parlando con i ragazzi – perché nel frattempo la casa di Caterina si era riempita dei suoi compagni di studi, ragazzi del Movimento che si erano precipitati lì e che pregavano per lei fuori dalla stanza. Quello che ho poi saputo dal medico del 118, che ho rintracciato appunto per scrivere questo libro, la scena che mi ha descritto è un po’ questa: quando loro ormai avevano gettato la spugna, perché l’elettrocardiogramma di Caterina era proprio piatto da più di un’ora – voi sapete che dopo dieci secondi di arresto cardiaco l’elettroencefalogramma diventa piatto, dopo 5-6 minuti i danni cominciano a essere molto pesanti, dopo venti minuti siamo a danni gravissimi e che diventano irreversibili, quindi immaginate un’ora e un quarto, un’ora e venti cosa vuol dire. Dunque, la scena che mi ha descritto il medico del 118 è questa: a un certo punto è arrivato don Andra Bellandi che è il sacerdote che segue gli universitari di Comunione e Liberazione a Firenze, è entrato nella camera dove erano loro con il defibrillatore; lui si è inginocchiato cominciando a dire il rosario; i medici gli hanno detto: “Guardi reverendo che non c’è niente da fare, è inutile”. E don Andrea gli ha detto: “Voi fate il vostro mestiere, io faccio il mio”. E questo medico, che fra l’altro è un agnostico, mi ha descritto la scena così, mi ha detto: “Guardi, la scena è abbastanza impressionante, perché questo prete ha cominciato a recitare il Rosario, e alla terza Ave Maria il cuore di Caterina, che era fermo da un’ora, ha fatto un botto e ha cominciato un battito regolare, pressione sanguigna normale. Noi siamo rimasti tutti basiti, ci siamo guardati. Quello che fin allora era stato impossibile, di colpo è diventato possibile”. Evidentemente per lui era uno spettacolo molto inconsueto, perché non era possibile dopo così tanto tempo che il cuore ricominciasse, e non con battiti flebili, ma di botto, subito così. Quindi l’hanno portata all’ospedale a Careggi, di corsa, in codice rosso, e ovviamente i medici subito ci hanno detto che ci dimenticassimo che si sarebbe mai risvegliata dal coma, perché i danni erano tali che le speranze…
Non so come avessero fatto le nostre coronarie a reggere in questi anni, perché i medici ci hanno sempre prospettato il peggio, quindi prima, inizialmente, ci hanno detto che le possibilità di risvegliarsi dal coma erano praticamente nulle. Poi ci sono stati vari problemi, perché lei ha avuto la circolazione extracorporea, che è una cosa estremamente traumatica, a cui pochissimi sopravvivono, perché quando poi è debolissimo il cuore… A Careggi in quell’anno sono state fatte trenta circolazioni extracorporee e ne sono sopravvissuti due, Caterina e un’altra persona. Poi ha avuto una rottura dell’arteria, per cui l’abbiamo ripresa per i capelli… ma insomma, non vi sto a dire tutte queste cose qua.
Fatto sta che Caterina dopo quattro mesi invece si è svegliata dal coma. Si è svegliata il giorno dopo che gli era stata portata la sciarpa da Lourdes, bagnata nell’acqua di Lourdes, e lei si è svegliata con una bella risata, mentre sua mamma gli leggeva “Il giovane Holden”. Una risata contagiosa che è durata mezz’ora, che ha contagiato un po’ tutto il reparto dell’ospedale di Bologna dove eravamo.

dall’incontro di sabato 31 maggio 2014,
Sala civica di Merano, Associazione Culturale Giorgio La Pira

«Un caso clamoroso fu quello avvenuto a Montefalco, nell’arcidiocesi di Spoleto. Qui, in un periodo che va dal settembre 1918 al novembre dell’anno successivo, il monastero delle clarisse di San Leonardo fu visitato per ventotto volte da un misterioso straniero.
Successivamente è stato riconosciuto in questo fatto la manifestazione di un’anima purgante.

Costui ogni volta lasciava 10 lire di elemosina, chiedeva preghiere e se ne andava senza farsi vedere e senza rispondere alle domande sulla sua identità rivoltegli dalla badessa suor Maria Teresa di Gesù.

La prima volta l’accaduto parve strano alle suore, ma fu presto dimenticato. Tuttavia, con il passare del tempo e il ripetersi periodico del fatto, le suore cominciarono a interrogarsi con leggera inquietudine, tanto più che spesso la visita si accompagnava ad altre stranezze.

Un giorno, per esempio, la badessa stava riposando quando venne svegliata da una voce fuori dalla sua stanza che l’avvertiva che avevano suonato alle porte del convento, quindi scese e raccolse la solita offerta di 10 lire. Quando poi però chiese alle suore chi di loro l’avesse svegliata, risultò che non era stata nessuna di queste.

Presa da timore crescente, una volta la badessa pensò bene di far ripetere una giaculatoria allo sconosciuto, temendo che si trattasse di una manifestazione diabolica, ma costui la ripeté senza problemi.

Finché, quando il 3 ottobre 1919 lo straniero si presentò nuovamente, la badessa decise di rifiutare recisamente l’ennesima offerta di 10 lire. Fu allora che questo, supplicandola di accettare, rivelò di essere un’anima purgante, che da quarant’anni stava scontando la pena per aver dissipato beni ecclesiastici.

Allora le suore cominciarono a pregare e a dire messe per la sua salvezza, finché nel novembre 1919 avvenne l’ultima manifestazione dell’anima che annunciava loro di essere finalmente in Paradiso e le ringraziava per aver accorciato la sua pena.

La badessa, felice della notizia, gli chiese di pregare per la sua comunità e per i suoi genitori, se erano in Purgatorio.

Al termine di questi fatti l’arcivescovo di Spoleto, monsignor Pacifici, nel luglio 1921 costituì il tribunale per il processo canonico che si tenne dal 27 luglio fino al giorno 8 agosto. Gli atti contenenti la deposizione di dodici testi sono conservati nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Spoleto. L’esito del processo è stato positivo, sebbene per ragioni contingenti non sia stata emanata sentenza.

La sacrestia dove l’anima si era manifestata divenne cappella dedicata al suffragio delle anime purganti, in particolare di quelle dei sacerdoti, ed è tuttora luogo di grande devozione».

Antonio Socci
da: Tornati dall’Aldilà, editore Rizzoli

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