di SUSANNA TAMARO
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Abbiamo tradito la terra, diventandone i genitori degeneri. Abbiamo dimenticato il mistero della morte e il rispetto della vita. E ora i nostri cuori sono un campo minato

Heinz Mack (1931), «The Garden of Eden» (2011): in mostra dal 21 aprile al 17 luglio alla Biblioteca Marciana di Venezia

L’altro giorno ho fatto la prima semina della stagione, la luna era favorevole, e così il tempo: una giornata luminosa capace di sprigionare tutta la forza della primavera. Una volta non seminavo così presto ma, di anno in anno, ho dovuto giocare d’anticipo nella speranza che le grandi nemiche di qualsiasi seminatore, le formiche, fossero ancora rallentate dalle temperature basse. Il giorno prima, infatti, era caduta la neve e questo mi faceva ben sperare in una loro sonnolenza; i peschi, gli albicocchi, i ciliegi erano fioriti e quella neve, quel ghiaccio di aprile dicevano una sola cosa: niente frutta quest’estate. Anche l’anno scorso è andata così. Seminare e raccogliere non sono due azioni matematicamente conseguenti. Ammirare la fioritura di un pesco non ci dà la certezza di deliziarci con i suoi frutti di lì a qualche mese. Nel mondo anestetizzato dell’elettronica è diverso: premo un tasto e l’ordine della mia volontà viene eseguito, ma la natura non conosce la sottomissione ai nostri voleri e forse, troppo spesso, dimentichiamo di aver bisogno di essa per nutrirci. Si dice che sia una madre, ma più spesso mi trovo a pensare che si tratti piuttosto di una figlia perché, proprio come una figlia, dovremmo nutrirla, amarla, rispettarla, accettando i suoi capricci nell’adolescenza così come il fatto che, a volte, decida di fare di testa sua. Sì, noi dovremmo essere genitori della terra, ma che genitori scriteriati siamo diventati, abbiamo proiettato su di essa una visione meccanicista: se facciamo così, lei reagirà colà, ma si tratta di una falsa percezione; siamo infatti convinti che il gioco sia nelle nostre mani e che stia a noi smontarlo e rimontarlo secondo i dettami della scienza. La vita, certo, è una guerra continua, persino il venire al mondo lo è; prima dei progressi della medicina era frequente che al momento del parto morisse il figlio o la madre, o che morissero entrambi. Il prolungato e privilegiato benessere, grazie anche ai progressi della scienza, ci ha donato l’illusione che la vita non sia altro che una passeggiata in un parco cittadino, ma così non è. La fragilità è la cifra del vivente, e su questa fragilità forse sarebbe importante tornare a interrogarsi.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ho evitato tutti i mezzi di comunicazione che normalmente uso. Sono nata a Trieste negli anni Cinquanta del secolo scorso, geneticamente e storicamente la guerra mi appartiene; ho potuto toccare le cicatrici di mio nonno, miracolosamente sopravvissuto a quattro anni di trincea; sono cresciuta con le ferite inferte dalla guerra nella mente dei miei genitori; ho raccolto i ciclamini sulle foibe; ho visto arrivare a bordo di materassini i fuggiaschi del comunismo; le ronde militari e l’abbaiare dei cani sono stati il sinistro sottofondo di ogni mia passeggiata infantile sul Carso, così come la visione delle baracche e dei reticolati che circondavano i campi in cui avevano trovato rifugio i profughi dell’Istria. Che cosa cambia, mi sono detta, se io vedo le immagini della guerra? Le conosco tutte, e sono purtroppo sempre le stesse: l’amato cagnolino Bibi di mia madre, trasformato in una torcia sotto un bombardamento, illumina di un’inquietudine inestinguibile tutte le mie notti, così come la fragilità della mia famiglia la cui identità e memoria sono state spazzate via in pochi secondi da una esplosione. E gli allarmi aerei? Pur non avendoli vissuti, sono tutti ancora nelle mie orecchie, così come l’angoscia dei giorni e delle notti trascorsi dai miei genitori nei rifugi antiaerei.

L’epigenetica ci ha svelato ormai che i grandi traumi delle generazioni precedenti incidono, e non poco, su quelle successive. Tutti i miei libri sono in realtà pieni di guerra perché in ognuno di loro affiora sempre la domanda ineludibile, quella sull’origine del male. La guerra non finisce nel momento in cui si stipula la pace ma dura per decine, per centinaia di anni nella memoria dei popoli, e

 quella ferita interiore non è altro che polvere pirica, pronta ad esplodere alla minima scintilla. I carri armati, i mortai, i bombardamenti sono in fondo tragicamente la parte più superficiale del discorso perché ciò che viene devastato per sempre da un conflitto è l’anima di un popolo, la sua capacità di ricreare un mondo in cui il conflitto è assente.

Qualche giorno fa, purtroppo, sono venuta meno al mio voto di astinenza dall’informazione: cercavo un articolo che mi era stato segnalato e mi sono imbattuta in alcune foto della guerra. Erano immagini abominevoli, ed era abominevole il fatto che fossero state pubblicate. Che cosa si può provare davanti a quelle persone sorprese da una morte improvvisa e crudelissima nei luoghi dove avevano sempre vissuto? Orrore, certo, sgomento, e anche un inevitabile odio per chi ha potuto compiere quello scempio. L’informazione provoca il nostro sdegno, dimenticando che, nel cono d’ombra dello sdegno, sta in agguato un sentimento molto meno nobile, quello della vendetta: l’occhio per occhio, dente per dente sonnecchiano dentro ognuno di noi e, per risvegliarli, basta anche il più piccolo rumore. Prima dei mortai, silenziosamente, si armano i nostri cuori. È lì il vero campo minato, è lì che bisogna muoversi con circospezione per non far saltare in aria tutto e su questo passaggio, così necessario per diventare davvero consapevoli delle nostre azioni, c’è troppo spesso un colpevole silenzio. In linea di massima noi ci comportiamo civilmente soltanto fino a quando i tragici eventi della storia non ci spingono ad agire in modo contrario ma, appena le cose cambiano, la realtà esplosiva nascosta nel nostro cuore prende fuoco e ci spinge spesso a far cose che mai, nel benessere e nella pace, avremmo pensato di poter fare. Le grandi tragedie del Novecento ci parlano proprio di questo.

Come dunque abbiamo trattato la terra non come una figlia bensì come una schiava da sfruttare fino in fondo, cercando poi di rianimarla senza aver cambiato minimamente il nostro atteggiamento padronale, così trattiamo i nostri fratelli che hanno perso la vita come oggetti da esibire, privandoli del timore e del tremore che fino a un tempo non lontano l’essere umano provava davanti al mistero della morte. Cancellando la sacralità della terra abbiamo annullato anche la sacralità dell’uomo, il mistero attraverso cui si attua ogni destino, e questo annullamento purtroppo sta alla base della folle corsa che stiamo compiendo verso il transumanesimo. Che cosa infatti ci viene ripetuto in tutti i modi possibili? Che siamo soltanto merce e che nessuna etica ci appartiene, tranne quella del commercio.

Non esistono più le virtù, non esiste più il coraggio, non esiste più la grandezza d’animo, non esiste più quella capacità solamente umana di porsi davanti al destino e di affrontarlo. È il caos che ci sbatacchia di qua e di là, e l’unica àncora di salvezza che ci viene offerta è quella della tecnologia.

Il cuore, come scrivevo nel mio libro più famoso, è come la terra: metà in luce, metà in ombra. Negare questa realtà pone, e porrà sempre, il nemico al di fuori di noi, trasformandoci in esseri che corrono famelici per la terra alla ricerca di sempre nuovi capri espiatori su cui scaricare la responsabilità del male. È questa corsa che ci rende ciechi e sordi alla mite Luce dell’Agnello che si è immolato per noi, donando al mondo l’unica Sapienza davvero capace di vincere ogni ombra.

12 aprile 2022 (modifica il 12 aprile 2022