VIVERE LA PASQUA TRA PANDEMIA E GUERRE
“Sarò io ad aiutare Dio”
P. Carmelo Casile

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Nell’attuale situazione mondiale, segnata dalla pandemia del Covid-19 e dal continuo fragore di guerre combattute in tante parti del mondo e ultimamente anche vicino a noi, in Ucraina, continua a destare la mia attenzione la testimonianza di Etty Hillesum, questa giovane ebrea olandese che davanti all’ “inferno” di Auschwitz grida decisa:” Sarò io ad aiutare Dio”, offrendosi a Lui come mano della sua Provvidenza.

Si tratta di una splendida testimonianza “pasquale”, che proietta luce nella mia vita di discepolo missionario in questo particolare momento della storia umana.

È un invito a passare come lei dal «vivere con Dio… e avere Dio in se stessa» al tradurre questo incontro di amore in servizio al prossimo.

L’espressione: ”Sarò io ad aiutare Dio”, fa parte del titolo del libro di Antonio Gentili, dal titolo “Il cammino spirituale di Etty Hillesum” (Ed. Ancora 2014).

Leggendo il libro si nota come questo grido sincero e deciso non nasce all’improvviso, ma è il punto di arrivo del suo sofferto cammino spirituale. Da “ragazza che non sapeva inginocchiarsi”, dal momento della sua conversione, passò ad essere la “ragazza che imparò a inginocchiarsi”, immergendosi nelle ricchezze spirituali della tradizione ebraico-cristiana, traducendola in donazione di sé ai suoi martoriati fratelli ebrei.

Arriva ad annotare nel suo Diario in dialogo con Dio:

  • L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi, è di prepararli fin d’ora in noi stessi.
  • Ti sono grata perché mi hai portato in mezzo al dolore e alle preoccupazioni di questo tempo… ora è importante che io ti porti in me intatto attraverso tutte queste vicissitudini, e che ti rimanga fedele così come ti ho sempre promesso.
  • Amo così tanto gli altri perché amo in ciascuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, Dio mio.
  • Voglio essere un’unica grande preghiera…Non devo volere le cose, devo lasciare che le cose si compiano in me… Che sia fatta non la mia, ma la tua volontà.

Ritrovando se stessa nel suo profondo, trova Dio in sé, fino a poter dire: “Ti ringrazio, Signore”. L’inabitazione di Dio nel suo cuore le dà la costante consapevolezza di essere nelle sue mani, e nello stesso tempo di essere assunta come strumento della azione di Dio nella storia umana e nel cosmo intero.

Nel suo cammino spirituale, tema fondamentale è la parola biblica: «E Dio creò l’uomo a sua immagine»; lo creò quindi capace di interagire con Lui, di vivere in alleanza con Lui, per cui non è unicamente il Dio creatore, datore di vita, che viene incontro all’uomo, ma anche l’umo è chiamato a vivere una vita in dialogo e collaborazione con Dio.

Guidata da questa visione, rimane scossa quando vede i lineamenti divini sfigurati nelle creature umane. Prende allora coscienza che assieme alle tante cose belle, Dio le ha dato anche queste da sostenere e amare. E creature sfigurate non sono solo gli esseri umani deboli o feriti, ma anche coloro che feriscono e sfigurano.

Tra i testi biblici che le avevano rivelato i segreti dell’amore, Etty ricorda in particolare alcuni testi del Nuovo Testamento, come «Amerai il prossimo tuo come te stesso» e l’inno alla carità della Prima Lettera ai Corinti, dove legge: «A che mi serve tutto ciò, se non ho l’amore?», e ne trae le conseguenze: «Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita».

Da questa esperienza religiosa nasce in lei un’illuminazione, che la spinge a darsi un piano di vita a servizio del disegno di Dio sull’umanità:

«Una cosa diventa sempre più evidente per me. Tu Dio non puoi aiutare noi ma siamo noi a dover aiutare te e così aiutiamo noi stessi. Io non chiamo in causa la tua responsabilità. Piuttosto sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza, che tu non puoi aiutarci ma tocca a noi aiutare te».

Sulla spiritualità incarnata sono significativi alcuni pensieri del Diario di Etty Hillesum, riportati e commentati da Letizia Tomassone nel suo contributo nel libro di vari autori «Prendersi cura di sé, degli altri, di Dio» (Gabrielli Editori, p. 171s). Per coglierne il significato, è bene premettere una nota biografica tratta dallo stesso libro a pagina 162: «Etty Hillesum è una giovane donna ebrea che vive in Olanda e nel 1941 inizia a scrivere un diario. Esso ci mostra il suo percorso di crescita spirituale, in cui lei alimenta la sua capacità di resistenza creando degli spazi per sé, di bellezza e meditazione, e contemporaneamente esercita la sua solidarietà nella società. Etty Hillesum lavora con il Consiglio Ebraico della città, entra in contatto con gli ebrei che vengono deportati, va poi per sua scelta nel campo di concentramento da cui partirà in treno per Auschwitz, dove anche lei morirà qualche mese dopo. Nelle pagine del diario qui citate vi sono brevi scene in cui lei parla dei fiori che ha sulla scrivania o intorno a sé».

I pensieri di Etty e il commento che ne segue, esprimo molto bene la necessità di mettere la vita spirituale al centro della vita di ogni battezzato:

«“Cercherò di aiutarti (Dio), affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa però diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, ed in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Lei, come molti altri scrittori dopo Auschwitz, si rende conto che Dio, in qualche modo, non agisce, perché siamo noi a dover agire. Dio non agisce perché agisce attraverso di noi. Siamo noi a dover salvare lo spazio per Dio in questo mondo, siamo noi a dover avere cura di Dio nella nostra esistenza, nella nostra società e nelle relazioni con gli altri. Siamo noi a cui Dio si è affidato nella debolezza dell’incarnazione, e quindi, come dice Etty, siamo noi a dover aiutare Dio.

Non è un appello al nostro senso di onnipotenza, ma un richiamo profondo ed importante alla responsabilità che noi abbiamo nella storia!

L’amore che noi possiamo esprimere deve essere capace di indignazione e di giustizia, deve essere capace di passione, capace di dire dei no, capace di porre dei limiti all’ingiustizia. Questo lo si fa anche attraverso una ricerca di spazi in cui sé e Dio possono coesistere. Quando Etty si prende cura di sé, sa che si prende cura di Dio dentro di sé, ed in questo modo lascia che Dio agisca in lei.

Prendersi cura della presenza di Dio nel mondo significa anche prendersi cura di noi, e viceversa: prenderci cura di noi significa aiutare Dio ad essere presente nel nostro mondo e nella nostra società».

A questa conclusione può arrivare ogni sincero cercatore di Dio, e oggi vediamo che sono tanti quelli che ci arrivano, attraverso cammini spirituali diversi.

Per chi si immerge nel mondo biblico, appare chiaro che “la Gloria di Dio di cui è piena tutta la terra” (cfr. Is 6,3) è Dio stesso in quanto riveste di amore-misericordia la sua maestà, la sua potenza, lo splendore della sua santità, il dinamismo del suo essere; rivestito così, pone la sua Gloria nel salvare e nel sollevare il suo popolo. La sua Gloria è la sua potenza al servizio del suo amore e della sua fedeltà all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza. Per questo non agisce da Sovrano che, vivendo nella sua Gloria e Onnipotenza, sovrasta gli esseri umani con mente fredda e mano dura, ma come Padre-Madre che con pazienza e longanimità e anche con fermezza, promuove la loro collaborazione, perché partecipando nella realizzazione del suo disegno di salvezza dell’umanità, portino a compimento la loro propria umanità.

Per i rinati in Cristo e sigillati con il suo Spirito nel Battesimo, la manifestazione completa della “Gloria di Dio” avviene nella persona di Gesù di Nazaret, il Figlio obbediente.

Gesù da un lato si proclama uguale al Padre, dall’altro chiama gli uomini suoi amici, ripudiando esplicitamente il termine “servi”. Per Gesù la sua Gloria è essere il cibo e la gioia degli altri. L’accoppiamento del pane (= cibo) con il vino (= gioia) nell’Eucaristia sono realtà-simboli della grande Gloria di Dio dilagante all’infinito dalla mensa eucaristica nel “gustate et videte quam suavis est Dominus”.

Per Gesù la Gloria arriva al vertice nella Crocifissione. Infatti la Crocifissione è la dichiarazione totalitaria e infinita, è l’atto supremo d’amore di Gesù verso gli uomini, giacché nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici (cf Gv 15,13). San Paolo, esaltando l’amore, mette in risalto il concetto evangelico di Gloria, affermando che l’ideale della vita dell’uomo è “sforzarsi di piacere a tutti in tutto” (1Cor 10, 3), cioè diventare per tutti gli altri tutte le cose di cui essi hanno bisogno.

Quando celebriamo l’Eucaristia, nel Sanctus della Messa acclamiamo Dio, usando l’espressione “Dio degli eserciti” (Is 63), oggi tradotta “Dio dell’universo”: un nome dato a Dio nell’AT per esaltarne la potenza e il dominio universale.

Ma dove e come si manifesta questo Dio dell’universo?

Pronunciando quest’acclamazione alla fine del Prefazio e all’inizio della Preghiera Eucaristica, prendiamo atto che proprio lì, sull’Altare, Dio-Padre, con un gesto di amore estremo delle sue mani costituite dal Verbo e dallo Spirito Santo, ci dona un Condottiero Supremo, che è “irradiazione della sua gloria” (cfr. Eb 1,1-3), Via, Verità e Vita. È Gesù, il Figlio del suo Amore, che, mosso dallo Spirito eterno (cfr. Eb 9,14), si offre al Padre suo nell’obbedienza fino alla morte per la salvezza di tutti, e ci unisce a sé, donandoci il suo Spirito e dicendoci: “Fate questo in memoria di me”. Dall’assimilazione del Pane Eucaristico, i rinati nel Battesimo, crescono nella loro vita nascosta con Cristo in Dio e danno compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nei loro corpi per la salvezza del mondo da tutti i suoi mali… (Cfr. Col 3,3; 1,24).

Mi ha chiamato l’attenzione un articolo apparso su Comboni.org, dove sabato, 16 maggio 2020, viene riportata una notizia da Aleteia con un commento finale:

«Si è concluso il primo studio pilota in Italia effettuato dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’ASST di Mantova, ospedale Poma. Il campione dei pazienti trattati con il plasma cosiddetto superimmune ha riportato eccellenti risultati».

L’autore continua: «Ultimissima considerazione, che è una suggestione personale. La cura di un nostro fratello malato con il sangue di chi ha già combattuto contro una così feroce malattia ha un valore squisitamente cristologico.

È Cristo che, del tutto fuori di metafora, ma realmente sebbene misteriosamente, infonde in noi il Suo sangue, Preziosissimo, già vittorioso contro il male e la morte e ci regala i suoi effetti. E così anche il nostro sistema immunitario, potremmo dire la nostra umanità bella ma ferita, vulnerabile e vulnerata, diventa capace della stessa vittoria.

Da studi sui tessuti ematici della Santa Sindone è emerso che il gruppo sanguigno dell’Uomo dei dolori è l’AB. Che è quello dei donatori universali di plasma.

Fosse anche solo una suggestione, è una cosa tanto bella e consolante a cui pensare. Perché è vera nell’ordine delle cose spirituali: Cristo è il fratello convalescente, come nel Volto di Manoppello, che con il suo sangue super immune ci infonde la forza di cui abbiamo bisogno per portare a compimento la nostra guarigione, la sola vera che conti, quella dal peccato».

Ed io mi domando: che cosa rende super immune il sangue di Gesù? Senza dubbio il Sacrificio della sua obbedienza, del quale la Lettera ai Filippesi 2, 5-11, ci offre una bellissima Icona.

Qui la nudità dell’obbedienza di Gesù ci indica la via per imboccare la giusta relazione personale con Dio Padre, che sta nel fare la sua volontà, l’unico antidoto per portare a compimento la nostra guarigione, la sola vera che conti, quella dal peccato, cioè dalla disobbedienza a Dio, dalla ribellione a Lui, e divenire così strumenti nelle sue mani per collaborare alla guarigione integrale nostra, dell’umanità intera e del cosmo dalle conseguenze del peccato…

In particolare per noi comboniani, un punto di riferimento può essere la figura di san Daniele Comboni, che, certo della vocazione ricevuta da Dio, si distinse per la sua dedizione totale alla rigenerazione dei popoli dell’Africa, che in quel momento storico gli apparivano i più indifesi dell’Universo, in preda a vari virus letali.

Allora per noi la Pasqua diventa il cuore della nostra vita e delle nostre comunità; diventa una Pasqua che continua nella nostra vita quotidiana, che ci fa risuscitare dalla nostra tomba per camminare nella via nuova della conversione che rinnega il peccato; una via nuova che ci porta a imparare che il Regno di Dio è una via personale e sociale di libertà, solidarietà e comunione: libertà, perché siamo tutti sorelle e fratelli e non dominatori e dominati, padroni e schiavi; solidarietà, perché la vita stessa e i beni sono per tutti un dono non da possedere ma da condividere; comunione, perché la nostra vocazione è quella di vivere come figli del Dio della vita, che vuole introdurci tutti nella intimità della sua Vita Eterna per mezzo di Gesù Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo.

È questo il cammino che siamo chiamati a percorrere con tutte le Chiese, insieme ai catecumeni e come donne e uomini che perseverano assidui nell’ascolto, nell’unione fraterna, nello spezzare il pane, nella preghiera (cf. Atti 2,42 e 4,32).

Oggi Cristo, risorto e vittorioso sul peccato e sulla morte, unica speranza del mondo, si identifica con i suoi discepoli, con ciascuno di noi: siamo noi il Suo corpo! Non ci sarà vera speranza per le donne e gli uomini di oggi se non diventiamo noi speranza con il nostro essere e con i nostri stili di vita.

Se viviamo uniti al Signore Gesù, il Crocifisso-Risorto, avremo il coraggio con Pietro e Giovanni di dire al mondo, paralitico non meno di quell’uomo che giaceva alla porta del tempio di Gerusalemme, ciò che i due apostoli hanno detto: “Non abbiamo né oro né argento, ma ciò che abbiamo te lo diamo: nel nome di Gesù alzati e cammina” (Atti 3, 6).

E la Luce della Pasqua si irradierà sul mondo intero e nasceranno cieli nuovi e terra nuova, nei quali avranno stabile dimora la giustizia e la pace!

P. Carmelo Casile
Casavatore, Pasqua 2022