Alla vigilia della sua ordinazione vescovile e del ritorno tra la sua gente, il missionario ha ben chiaro le sfide pastorali e sociali che ha di fronte. E sull’attentato di un anno fa: «Mi sono riconciliato con quanto è successo e disposto al perdono vero del cuore»

08 Marzo 2022
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Articolo di Giuseppe Cavallini


Il prossimo 25 marzo, festa dell’Annunciazione, padre Christian Carlassare sarà ordinato vescovo nella cattedrale di Rumbek, in Sud Sudan. La consacrazione era già fissata per il 23 maggio 2021, solennità di Pentecoste, ma era stata posticipata in seguito a un attentato che ha subito a Rumbek la notte del 25 aprile 2021, quando colpi di arma da fuoco sparati da un gruppo di persone piombate nella sua stanza, lo ferirono gravemente alle gambe.

A un anno da quel fatto, padre Christian, comboniano originario di Schio (Vicenza), viene ordinato vescovo di Rumbek, diocesi rimasta per otto anni senza pastore in seguito alla scomparsa del compianto e benvoluto monsignor Cesare Mazzolari. Abbiamo sentito padre Christian pochi giorni prima della sua partenza per il Sud Sudan. Il quarantacinquenne, a breve vescovo, che ha già speso 16 anni in missione tra la popolazione di etnia nuer, ci racconta le nuove sfide che incontrerà tra la popolazione denka.

Padre Christian, è passato un anno dall’attentato di Rumbek, come ha trascorso questi mesi? Come rilegge oggi quegli avvenimenti?

È stato per me come un anno sabbatico in cui mi sono dedicato sia alla riabilitazione delle gambe che a una rilettura di quanto successo alla luce del Vangelo e della chiamata che ho ricevuto nella Chiesa per la missione. Molte persone e comunità mi hanno dimostrato la loro solidarietà, sostenendomi con la loro preghiera e condividendo la loro esperienza di fede e lettura sapienziale degli eventi della vita.

L’attentato dell’anno scorso mi ha fatto riflettere sulla fragilità della mia vita stessa, come anche di ogni strategia e programma; e su quanto invece sia importante che io viva il quotidiano con coraggio e generosità. Un quotidiano che deve essere rivolto alle persone nell’ascolto e attenzione della dignità di ciascuno e nel desiderio di liberazione da quanto ancora oggi purtroppo schiavizza.

Opera che non sempre raccoglie il plauso o la cooperazione anche di chi dovrebbe lavorare in più stretto contatto. Quanto è successo a me servirà per purificare e far spazio all’opera di Dio. San Daniele Comboni usava dire che le opere di Dio, a differenza di quelle umane, nascono e crescono ai piedi della croce. E quindi mi sembra di poter intravedere la cura e la presenza di Dio in quanto è successo, per un maggior bene della missione e della Chiesa di Rumbek.

Sarà un cammino difficile e prego per la conversione e disponibilità mia come quella di tutte le persone di buona volontà che nutrono grandi speranze, come anche di chi si è lasciato condurre da una mentalità chiusa e divisiva. La nostra conversione è un miracolo sempre possibile. Nulla è impossibile a Dio.

Il 25 marzo inizierà il suo servizio come pastore della Chiesa di Rumbek. Quali sensazioni prova, che speranze e che preoccupazioni nutre in questi ultimi giorni di attesa?

Ho la sensazione di non essere più in controllo della mia vita e di quanto succederà, ma di essere portato da un popolo ad assumere questo ministero per il bene della comunità. Attraverso gli anni di intensa attività pastorale e missionaria in Sud Sudan, sedici in tutto e marcati da tanti eventi alcuni felici altri più sofferti, sento di appartenere alla Chiesa di questo paese e di essere ora con l’ordinazione episcopale interamente adottato.

La mia speranza è di operare come umile figlio della Chiesa e degno figlio della gente che Dio mi affida, un popolo che vuole vivere in convivenza pacifica dopo l’indipendenza raggiunta nel 2011, ma che ancora fatica a raggiungere la pace a causa delle tante divisioni. Qualcuno mi potrà vedere come vescovo “bianco”. E so di esserlo. Tuttavia, non mi sento diverso dalle mie pecore: abbiamo gli stessi occhi, le stesse mani, gli stessi piedi e lo stesso cuore.

Ciò che divide non è il colore della pelle, ma l’incapacità di aprire il cuore e mostrare il proprio apprezzamento per culture diverse che non negano l’umanità di ciascuno. L’unità arriva quando impariamo ad impostare le nostre relazioni sulla giusta considerazione e sull’accettazione reciproca.

La Chiesa di Rumbek l’attende certamente con ansia e l’accoglierà con gioia. Quali sono le maggiori sfide pastorali, sociali, etniche che incontrerà?

Le sfide sono innumerevoli. A causa del conflitto e della violenza provocata da una forte presenza di armi, la popolazione è molto polarizzata, frustrata e divisa: ci dovrà essere un grande impegno per promuovere distensione, ascolto e riconciliazione; e per superare una dinamica ostile molto radicata.

Dal punto di vista sociale la povertà è lampante, non perché manchino le risorse, ma perché la popolazione ha un accesso molto limitato ad esse, come anche ai servizi basilari: la Chiesa si trova ad essere solidale mettendo in atto progetti concreti per sostenere chi cerca di alzare la testa. Un forte impegno della diocesi riguarda l’educazione, volta ad offrire a bambini e giovani una istruzione e formazione integrale in ben 56 scuole sparse nel territorio, raggiungendo così quasi sedici mila studenti. E sostenendo altre scuole nei villaggi con cibo e materiale scolastico.

Non manca anche l’impegno nel campo della sanità. La solidarietà internazionale è molto sensibile e generosa, ma nel tempo si dovrà lavorare per dare fondamento locale a questi interventi perché siano sempre più sostenibili. La mia preoccupazione è che Cristo sia al centro di tutta l’opera della Chiesa perché è Lui il principio e il compimento di un vero processo di umanizzazione dei singoli e della società.

La Chiesa lavora per la pace, per la formazione integrale, per lo sviluppo sociale ed economico della società quando, attraverso le opere, evangelizza, offre dignità alle persone, le mobilita ad essere protagoniste del proprio riscatto. Molte persone sono disponibili a porre in atto questo cambiamento, e la grazia di Dio è sempre abbondante.

Con quale spirito ritorna a Rumbek dopo aver sperimentato in prima persona la violenza?

Desidero guardare ai futuri passi con fiducia. So di non essere solo. E mi sento in profonda solidarietà con tante persone che chiedono di avere un pastore che si prenda cura della gente che vive nell’abbandono. Ritorno con il desiderio di mettermi a servizio di questa Chiesa e percorrere il cammino con la gente, accogliendo tutto ciò che incontreremo nella fede di avere come compagno Gesù, la Sua Parola di vita e il suo messaggio di liberazione dei poveri, di coloro che sono umili e pronti al servizio vicendevole.

Per vivere questo sento importante l’essermi riconciliato con quanto è successo e disposto al perdono vero del cuore. Il male purtroppo trova sempre spazio. Errare è umano. Ma nessuno è condannato a rimanere nell’errore. Tutti, come cristiani, siamo chiamati a conversione e alla santità di vita.

Lei ha già in varie circostanze espresso il suo perdono per chi ha attentato alla sua persona. Ha avuto concrete dimostrazioni di solidarietà da parte della Chiesa ufficiale, dei fedeli e delle autorità del Sud Sudan e di Rumbek?

Sì, posso testimoniare di avere ricevuto la solidarietà e vicinanza della Santa Sede, dei vescovi e della Chiesa locale di Rumbek, così come anche del governo e della comunità civile. Conto che questo sostegno continui ad esserci anche nel cammino futuro quando ce ne sarà ancor più bisogno.

Prima di rientrare per la sua ordinazione episcopale cosa desidera dire alla sua Chiesa d’origine, ai suoi amici e benefattori?

So di esserci e di servire con serenità perché c’è una comunità cristiana alle mie spalle. Non sono partito solo e di testa mia. Ma perché tante persone mi hanno sempre sostenuto e sono sensibili all’opera missionaria, desiderosi di realizzare un mondo più giusto e fraterno a partire dai nostri territori. Non sono tempi facili, e sempre di più ci si rende conto che siamo sulla stessa barca e che, per avanzare dritti, bisogna remare insieme da entrambi i lati. Ognuno deve fare la propria parte.