La Chiesa che sogno
di: Luc Van Looy
19 febbraio 2022
http://www.settimananews.it

Non con documenti difficili o con progetti pastorali complessi – che pure sono necessari se si vuole camminare insieme – ma con il passo del pellegrino si costruisce la Chiesa, invitando a camminare insieme ogni persona che si incontra, passando per deserti desolati o per città opulente.

Don Bosco direbbe che si costruisce la Chiesa non con il bastone (del potere, della dottrina) ma con la tenerezza dell’ascolto, camminando insieme verso la meta a cui ogni persona nel profondo del suo cuore desidera arrivare: incontrare Dio.

Coinvolgere tutti

Sogno la mia Chiesa che cammina in punta dei piedi, per servire evangelizzando. In mezzo alla gente, come un fuoco ardente, suonando una musica che accompagna un coro immenso di gente onesta e buona.

Recentemente ho guardato un video che mostra un suonatore di fisarmonica in un treno pieno di gente. Timidamente inizia a suonare, seduto al suo posto, annoiando la persona che gli sta a fianco. Poco a poco, la gente si incuriosisce, si avvicina e si mette a cantare con lui fino al momento in cui tutto il compartimento canta entusiasticamente in coro.

È un’immagine di Chiesa che magari disturba, come un sassolino nella scarpa, ma che finisce con il coinvolgere tutti e a creare un clima di gioia. Chi davanti ad una scena simile non reagisce – o non si commuove – fa parte della stirpe dei farisei o dei sadducei, pieni di compiacimento di sé stessi e privi della semplicità della gente.

In un’orchestra ci sono molti strumenti con timbri diversi, ma sotto la guida di un direttore d’orchestra ed eseguendo la medesima partitura producono un’armonia che supera la qualità di ogni strumento. Colui che dirige non suona ma guida i diversi strumenti ad eseguire una unico spartito.

Sarà possibile definire la Chiesa come un sassolino nella scarpa? come un direttore d’orchestra? come un suonatore di fisarmonica sul treno? Tentiamo.

Un sassolino da togliere

Un sogno mostra quanto si vive di bello e di brutto, di dritto e di storto.

Forse, per curare l’immagine della Chiesa bisogna prima di tutto togliere gli elementi che disturbano, che impediscono lo sviluppo della Chiesa come il Cristo la sognava. L’icona di riferimento resta sempre l’incontro dell’ultima cena, quando Gesù ha lavato i piedi, ha parlato del Padre, ha pregato per l’unità, ha dato in cibo il proprio corpo e il proprio sangue e ha invitato i discepoli a seguirlo verso il Getsemani.

Il Signore non chiedeva a loro di costruire qualche cosa, di realizzare tante cose belle, neppure di creare comunità di cristiani.

Dopo la risurrezione, constatiamo che l’attivismo, i rapporti vicendevoli e la ricerca del potere hanno presto condotto a dividere le proprie strade. La storia della Chiesa mostra che queste derive sono dovute anche ad un atteggiamento populista o a teorie che portano alla discordia. «Tra di voi non deve essere così» aveva detto Gesù, ma la carne è più debole dello spirito.

L’istituzione dei presbiteri ha presto indotto una mentalità di classe superiore invece che un servizio per l’evangelizzazione. Il clero si allontanava dalla gente semplice e si situava in una posizione privilegiata. Nasceva così il clericalismo.

Papa Francesco non esita a dire che il potere e il clericalismo costituiscono un grande ostacolo alla crescita della Chiesa in determinate regioni.

Invece, una Chiesa a servizio dell’evangelizzazione sa stare al passo ascoltando la gente, si rende conto che sono necessarie una continua conversione (ecclesia semper reformanda) e una ricerca condotta assieme al popolo di Dio per trovare il modo migliore di vivere il Vangelo.

L’esperienza ci dice che chi pensa di sapere tutto e di dover dirigere gli altri, non avrà l’umiltà di cambiare. Tuttora si nota che il clericalismo non è stato sradicato dalle strutture della Chiesa; al contrario, si constata che esso si espande a macchia d’olio contagiando anche quei laici che, in misura sempre maggiore, occupano ruoli di direzione nella Chiesa.

Papa Francesco ha definito la realtà degli abusi sessuali in contesto pastorale un’espressione di quel potere che ha condotto al clericalismo, dal quale ci stiamo lentamente liberando.[1]

Se il clero si allontana dalla gente assumendo atteggiamenti di superiorità, rischia di alimentare un senso di padronanza sulle persone, di poter comandare. Si crea così nella gente un timoroso rispetto il quale farà aumentare nel sacerdote la convinzione di poter spadroneggiare ancora più liberamente sui più deboli della comunità.

Se il celibato favorisce la convinzione di essere spiritualmente superiori agli altri, la gente si riconoscerà in una situazione di inferiorità. Di fatto, nel processo sinodale in atto nella Chiesa, questo “chierico” farà fatica ad accettare la necessità di consultare il popolo sul processo che la Chiesa intende intraprendere, semplicemente perché teme di perdere la sua posizione di autorità e di potere.

Le espressioni di clericalismo sono tanto sottili e presenti negli atteggiamenti e nelle prese di posizione verso gli altri, compresi i legittimi superiori, che diventano una malattia difficile da estirpare. Colui che pratica il clericalismo parte dalla coscienza dell’io, dal “non avere bisogno degli altri”.[2] Questo è  un sassolino da togliere dalla scarpa.

Un coro immenso

Cristo insegnava alla folla, avvicinava i malati mettendoli al centro della comunità, non rispondeva quando gli chiedevano se era lui il re d’Israele. Viveva una vita di preghiera costante e si ritirava sulle alture per pregare, ma anche per sfuggire alla gente che lo voleva fare re. Conosceva cosa c’è nell’uomo, sapeva reagire adeguatamente nei confronti di chi lo avvicinava, e anche dei discepoli quando questi discutevano su quale posto privilegiato avrebbero occupato. Andava di villaggio in villaggio, portando la buona notizia e curando i malati.

Oggi la Chiesa intende ispirarsi a questo modello, iniziando un cammino sinodale nel quale vuole ascoltare tutti e invitare tutti a camminare insieme con la speranza che ne risulterà una musica armoniosa come un immenso coro di credenti. È cosciente di dover comporre un canto che risuoni oltre l’ambito dei soli cristiani, volendo farsi udire da tutta l’umanità. Sa bene che ci saranno voci discordanti che desiderano un canto diverso, sa di iniziare un percorso che può essere osteggiato, che non tutti si impegneranno a rinnovare la Chiesa.

Chi occupa posizioni di potere avrà forse paura di perdere la sua influenza quando i laici prenderanno la parola; diverse culture dovranno prendere coscienza che la Chiesa è universale; i ricchi dovranno ascoltare la voce dei poveri… Nell’affrontare questi problemi c’è una sola sicurezza: il Cristo non smetterà mai di camminare insieme alla sua Chiesa.

Come formare un coro nel quale nessuna voce prenda il sopravvento? Il direttore è uno solo, lo incontreremo nella sacra Scrittura e dirigerà la folla composta da coristi molto diversi e, nonostante questa diversità, li convoglierà nella stessa direzione al fine di evangelizzare tutti i popoli. Ogni credente è invitato a cantare canti di gioia, di lotta, di tristezza, ma sempre in un unico coro per esprimere il dono prezioso dell’unità attorno al Cristo. La penetrazione in ogni ambito della società porterà tutti ad un atteggiamento di conversione e di misericordia.

È un cammino di contemplazione che non esclude nessuno e nessun argomento, per dare vita a un processo nuovo di corresponsabilità per il Vangelo e per la Chiesa. La pari dignità di tutti porterà a un senso di fratellanza che non temerà di abbassarsi per aiutare la persona ferita lungo la strada, come ha fatto il Samaritano; al contrario, l’aiuto vicendevole sarà la caratteristica principale, a tal punto che la comunità cristiana si farà carico prima di tutto degli emarginati e dei meno fortunati.

Papa Francesco auspica che la nuova Chiesa e la nuova società partano dalle periferie, dai sobborghi delle grandi città e dalle zone più povere del mondo. Chi contempla la vita di Cristo scopre che la sua prima attenzione va proprio verso di loro.

Occorrerà comporre una musica che elevi il cuore di tutti, che dia speranza di vita piena a livello di cultura, di creatività, di inventiva sociale e religiosa. Sarà il popolo a cantare, sotto la guida dell’unico direttore.

Chi non vorrà cantare frenerà il processo storico di un profondo rinnovamento della Chiesa. La più grande difficoltà di oggi – dice papa Francesco – è che molti non vogliono sentirsi parte di un popolo. Il cammino sinodale mira esattamente a questa responsabilità comune di tutto un popolo attorno a Cristo. È così che ci potremo chiamare cristiani.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa che ascolta, cosciente che ascoltare significa più di un semplice udire. È un ascolto vicendevole, nel quale tutti hanno da imparare. Il popolo, il collegio dei vescovi, il vescovo di Roma, tutti ascoltano tutti, e tutti ascoltano lo Spirito Santo, lo «Spirito di verità», per conoscere il suo messaggio alle Chiese (cf. Ap 2,7). Tutti i credenti in forza del loro battesimo sono chiamati e mandati a costruire la Chiesa.

Attraversiamo un momento di crisi, dovuto anche all’individualismo che infesta tutti i settori della vita e che tende a scartare le persone  che creano disagio.[3] Invece, «è il momento di sognare in grande, di ripensare le nostre priorità – ciò che stimiamo, ciò che vogliamo, ciò che cerchiamo – e di impegnarci nelle piccole cose, di agire secondo ciò che abbiamo sognato. Ciò che io avverto in questo momento assomiglia a quello che Isaia sentì dire a Dio dentro di sé: “Vieni e discutiamone, Mettiamoci a sognare”» (papa Francesco, Ritorniamo a sognare, pp. 10-11).

Un suonatore di fisarmonica

Con dolcezza e umiltà la gente di Chiesa si inserisce in un mondo che può anche essere ostile al suo messaggio. Ci vuole una buona pedagogia catechistica per convincere le persone ad accogliere il messaggio alle volte sconvolgente e scomodo del Vangelo. Pensiamo ad un missionario che parte per altre regioni. Per un certo tempo rimarrà muto, perché non conosce la lingua. Dopo alcuni anni forse riuscirà a farsi capire, ma è possibile che il suo messaggio non venga accolto dal costume e dalla cultura del popolo.

Ma anche chi rimane nel proprio ambiente dovrà costantemente verificare se capisce il linguaggio e i segni del tempo in cui vive e dovrà muoversi in sintonia con i rapidi cambiamenti della società.

Una Chiesa missionaria ascolta con pazienza e si lascia condurre dalla gente. Il pericolo è che il missionario suoni una musica, ma che la gente ne canta un’altra. Il quel caso è spesso la gente a soffrire per questa dissonanza.

La Chiesa intraprende saggiamente un dialogo con le culture, con gli intellettuali come con la gente di periferia. È un dialogo che non mira a convincere o che obbliga ad accettare la propria opinione, ma che cerca pazientemente di comporre le divergenze tra opinioni, culture e ideologie diverse.

Papa Francesco ci insegna questo nell’enciclica Fratelli tutti. Per questo è indispensabile che la Chiesa si inserisca profondamente nel pensiero e nei modi di vivere delle persone creando comunione con tutti per riuscire a far loro cantare lo stesso canto.

La Chiesa è parte del popolo e lo serve, senza atteggiamenti paternalistici, perché esso si organizza da sé. Il Vangelo favorisce uno stile fraterno. I responsabili delle comunità gioiranno nei momenti in cui vedranno segni di pace e di concordia tra gruppi e tra persone che prima si ignoravano. Il vangelo invita alla convivenza gioiosa attorno alla persona di Cristo. Così canteranno insieme, saranno solleciti nell’assistere chi ha bisogno, nell’andare verso le periferie e verso quanti hanno un cuore indurito, allo scopo di portare tutti alla comunione e alla pace che Gesù ci offre.

I più lenti a muoversi saranno quelli che hanno preso l’abitudine di stare seduti anziché trovare il modo di coinvolgersi. Nessuno può esentarsi dall’essere parte attiva nella Chiesa, la cui porta sta sempre aperta nei due sensi, invitando tutti ad entrare e vedere o a partecipare, e sollecitando i credenti ad uscire per annunziare la venuta del Messia e curare i malati (cf. Lc 9,2).

L’immagine del suonatore di fisarmonica che, timidamente, prova a far cantare tutti nello scompartimento del treno indica bene lo stile del missionario che si muove con prudenza e coraggio per radunare tutti attorno ad un messaggio che conduce al bene comune, ad un mondo migliore, dove vivere insieme è una gioia.

Possiamo immaginare la felicità dei passeggeri, che scenderanno dal treno e racconteranno la loro esperienza a chi la vorrà ascoltare.

Un sacerdote saggio mi diceva che godeva sempre al vedere la gente che usciva sorridendo dalla liturgia domenicale, felice di aver partecipato ad un evento grande in una comunità accogliente e gioiosa.

La Chiesa è missionaria e compagna di viaggio. «Andate e annunciate il Vangelo in tutto il mondo».

La Chiesa è missione, mandata a portare Cristo alla gente e la gente a Cristo. Questo compito non è riservato ai pochi scelti o ordinati, è il dono che lo Spirito infonde nel battesimo.[4]

La missione inizia con l’arte di scoprire nei vicini il desiderio di entrare in collegamento con quanto ci trascende, con un Dio che è Padre o con un fratello come Cristo.

Il passo successivo è l’accompagnamento, fare strada insieme. Credere non è opera soltaria. Ci si lascia guidare dalla parola e da chi ci può introdurre nel mistero della presenza di Dio. È sempre un abbandonare qualcosa per caminare verso una meta nuova, per ricevere un cuore nuovo e uno spirito nuovo. È l’esperienza del pellegrino che sale verso nuovi orizzonti, ma lo fa come Chiesa, mandato dalla comunità e camminando insieme.

Sarà il popolo, la comunità dei cristiani a guidare e ad accompagnare la persona che cerca Dio. È nella comunità che si troveranno persone degne di fiducia, che ascoltano e che sanno indicare la strada, che saranno di sostegno nei momenti difficili e che inviteranno a tornare quando si è smarrita la strada. Tutto questo in uno spirito di libertà e di speranza.

I discepoli di Emmaus avevano lasciato la comunità e la loro fortuna è stata di incontrare per primi il Risorto. Cristo non ci abbandona mai.

  • Luc Van Looy è vescovo emerito di Gent (Belgio)

[1] La crisi degli abusi di potere ha aiutato la Chiesa che è in Belgio a diventare umile e servizievole. Ha però tolto la forza – per vergogna o per timidezza – di intervenire pubblicamente su temi sociali e politici. È stata una scuola sofferta e, allo stesso tempo, curativa.

[2] Nel processo sinodale i vescovi latino-americani definiscono il clericalismo come «modello di una Chiesa piramidale, gerarchica, che non riconosce la ricchezza della diversità dei ministeri e dei carismi, impedisce un modello comunitario di animazione, e lascia molti membri che sostengono la missione fuori dai ruoli e servizi, escludendo specialmente le donne». (Mexico 2021, Documentos de trabajo, 2.7)

[3] La secolarizzazione ci obbliga a posizionarci di nuovo nella società. Non siamo più riferimento per la gente. La Chiesa è chiamata ad accettare lo sviluppo per dialogare con la realtà attuale con rispetto, da cittadini discreti.

[4] Lo Spirito Santo è capace di spingere la Chiesa verso tutti i popoli in ogni parte del mondo anche In tempi di secolarizzazione. È lui che saprà sciogliere i nodi difficili per trovare il modo di portare il Vangelo a tutti, piccoli e grandi.