di Paolo M. Alfieri
19.02.2022
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Come piccole schegge impazzite ai margini delle lingue d’asfalto che fendono la terra rossa, i bambini d’Uganda sono tornati a punteggiare l’alba, un quaderno in mano, il sorriso aperto di chi può tornare a sognare. Non ci sono scuolabus, a queste latitudini, né genitori che ti accompagnano a scuola in macchina. Ci si alza presto, prestissimo, ben prima che il sole possa scaldare l’aria del mattino. E poi via andare, in cammino, spesso scalzi, come formiche ai margini della strada, anche per diversi chilometri fino alla scuola più vicina. Che a volte è una vecchia costruzione dai muri scrostati e però dignitosamente tappezzati di formule e cartine, altre soltanto la fronda di un albero con quattro panche tutt’intorno.

Dalla capitale Kampala alle sorgenti del Nilo di Jinja, da Kitgum, a lungo insanguinata da una crudele guerriglia, alla “dimenticata” Moroto della sperduta Karamoja, l’Uganda a gennaio è tornata a scuola. Una notizia, sì, dopo un lockdown scolastico, deciso dal governo a causa della pandemia di Covid-19, durato ventidue mesi, il più a lungo al mondo, una serrata che rischia di far sbandare un’intera generazione ed erodere anni di progressi sulla strada dello sviluppo. Perché le stime governative dicono che un terzo dei ragazzi in classe non ci è rientrato: c’è chi è andato a lavorare per aiutare le famiglie in difficoltà con la crisi economica, chi, tra le ragazzine, è stata data in sposa in cambio di una dote. E poi c’è chi la scuola l’ha trovata proprio chiusa, per mancanza di insegnanti che nel frattempo hanno trovato mestieri più remunerati o perché molti istituti privati sono stati “riconvertiti” in locali commerciali o abitazioni da affittare.

Così, nelle stesse settimane in cui in Italia si discuteva di Dad o non Dad, della necessità o meno di riaprire le scuole dopo le vacanze natalizie, un pezzo d’Africa toccava con mano i “danni collaterali” della pandemia. In un’Uganda in cui anche l’energia elettrica è un’opzione riservata solo a un terzo della popolazione (ma nelle zone rurali si scende a meno del 20%) e dove l’accesso Internet è un lusso appannaggio del 26% degli abitanti, anche solo ipotizzare che la didattica a distanza sia un’alternativa reale di apprendimento va contro il buon senso. E se è vero che, anche grazie all’Unicef e a molte Ong, si è provato a utilizzare la radio, qui molto diffusa, per diffondere lezioni di matematica e combattere l’analfabetismo, i risultati potrebbero non essere quelli sperati. Secondo la National Planning Authority, un’agenzia governativa ugandese, da quando nel marzo 2020 le scuole sono state chiuse il 51 per cento dei 10 milioni di studenti ha completamente smesso di studiare e almeno un terzo di loro non tornerà più in classe. Secondo la stessa agenzia, oltre 3.500 scuole elementari e più di 800 istituti secondari, per problemi economici o altri motivi, non hanno comunque riaperto i battenti.

Discriminazione nella discriminazione
Una situazione ancora più drammatica in regioni, come la Karamoja, già storicamente lasciate indietro. “Già prima della pandemia – spiega Pier Giorgo Lappo, rappresentante in Uganda dell’Ong Africa mission cooperazione e sviluppo – a frequentare le prime e seconde elementari era il 50 per cento dei bambini,
 mentre solo il 5 per cento frequentava gli ultimi anni delle elementari e appena l’1 per cento risultava iscritto alle superiori. Per quanto riguarda i docenti, molti cercano di andare via dalla regione e i pochi che ci sono possono offrire un bassissimo livello di insegnamento. Questo spiega il motivo per cui l’82 per cento della popolazione di questa regione è ancora analfabeta”. Il problema, però, riguarda ormai l’intero Paese, con conseguenze anche sociali: “Abbiamo registrato un aumento delle gravidanze in giovanissima età – sottolinea don Sandro De Angeli, sacerdote fidei donum che dal 2020 a Moroto ha avviato un doposcuola per cercare di recuperare gli alunni dei villaggi –. Molti ragazzi si sono sentiti abbandonati a loro stessi. Inoltre per le famiglie è stata dura mantenerli, garantire loro un pasto come invece il nostro Centro giovani e le scuole hanno sempre fatto”. In quasi tutti i contesti africani, infatti, la scuola non è solo il luogo in cui si impara, ma anche quello in cui bambini e ragazzi possono avere accesso all’unico pasto completo della loro giornata, nella gran parte dei casi grazie all’impegno delle agenzie Onu, delle Ong e dei Paesi donatori. Senza contare che la scuola resta il luogo grazie al quale togliere bambini e ragazzi dalla strada.

Janet Museveni, ministro dell’Istruzione e moglie dell’”eterno” presidente Yoweri Museveni, ha ripetuto più volte che il lockdown scolastico è stato necessario per ridurre il rischio di contagio dai bambini agli adulti ed evitare una nuova generazione di orfani, com’era accaduto con la diffusione dell’Hiv. L’opposizione, invece, sostiene che il governo abbia usato il Covid-19 come un pretesto per imporre regole più stringenti, utili a sopprimere il dissenso. Sia come sia, c’è una generazione perduta, nel cuore dell’Africa, una generazione a cui servono formazione e speranza e che il mondo farebbe bene a non dimenticare.

Paolo M. Alfieri

Paolo M. Alfieri, giornalista, lavora dal 2008 nella redazione Esteri del quotidiano «Avvenire», dopo una breve esperienza nella cooperazione allo sviluppo. Segue con continuità la politica africana e statunitense. Ha scritto reportage da molti Paesi dell’area subsahariana, tra i quali il Sudafrica, l’Uganda, il Sud Sudan, il Malawi, il Senegal e il Mozambico.