Vi invito a leggere un interessante articolo pubblicato dalla rivista La Civiltà Cattolica:

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PERCHÉ ANCORA COLPI DI STATO IN AFRICA?
Le responsabilità dell’Unione Africana
Fidèle Ingiyimbere
Quaderno 4116, pag. 561 – 574, Anno 2021, Volume IV
18 Dicembre 2021
Alcuni estratti dell’articolo

C’è stato un tempo in cui si è creduto che l’era dei colpi di Stato militari fosse finita, in Africa come altrove. Purtroppo, la realtà, almeno nel continente africano, sembra essere diversa, visti i recenti colpi di Stato in successione, alcuni riusciti, mentre altri sono falliti. I più recenti sono quelli del Mali, della Guinea e del Ciad, e attualmente un altro è in corso in Sudan. Ciò è tanto più preoccupante, in quanto questi eventi si stanno verificando nella zona della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), ossia in una delle Comunità regionali che ha messo in atto forti misure per consolidare la democrazia e il buon governo.

Questa apparente contraddizione a livello regionale tra quanto previsto dalle norme e la realtà sul campo è di fatto la migliore rappresentazione di una tensione all’interno dell’intera Unione Africana (Ua). Infatti, a partire dagli anni Novanta del Novecento, con la fine della Guerra fredda e la nuova ondata democratica nel continente, si è cominciato a credere nella democrazia. L’allora Organizzazione dell’unità africana (Oua) ha iniziato a mettere in atto misure per incoraggiare i suoi Stati membri ad adottare il processo democratico per i cambiamenti politici. Così, mentre i colpi di Stato militari erano il modus operandi prima degli anni Novanta, durante il decennio successivo c’è stata una netta diminuzione della loro attuazione.

Durante questo periodo e fino a oggi, l’Oua prima e l’Ua poi hanno istituito un quadro normativo volto a combattere i «cambiamenti di governo anticostituzionali» (Cga) in Africa. Tra le misure più emblematiche e di valore normativo, sono da menzionare la Convenzione di Lomé del 2000; l’ Atto costitutivo dell’Unione Africana del 2000; e il Protocollo sugli emendamenti all’ Atto costitutivo del 2003, così come la Carta africana per la democrazia, le elezioni e la governance del 2007. Ma anche prima del 2000 c’erano stati documenti importanti che incoraggiavano l’istituzione di procedure democratiche come mezzo per cementare la pace e la sicurezza, al fine di consentire lo sviluppo economico e sociale di cui l’Africa ha tanto bisogno. Oggi esiste un’ampia giurisprudenza in materia, con decisioni dell’Ua e del suo Consiglio di pace e sicurezza (Cps).

Tuttavia, nonostante tutto questo arsenale normativo e giuridico, a partire dall’anno 2000 assistiamo a una recrudescenza dei Cga. Perciò ci chiediamo: perché le disposizioni dell’Oua e dell’Ua non riescono a contenere e a scoraggiare i colpi di Stato e a far adottare il processo democratico come unico mezzo per il cambio del governo?

Dai colpi di Stato al processo democratico

L’evoluzione politica del periodo post-indipendenza in Africa è segnata dai colpi di Stato come strumento per accedere al potere, e quindi per cambiare governo. Infatti, dopo l’idillio della liberazione – in cui la maggior parte dei Paesi aveva conosciuto un sistema multipartitico che aveva permesso la realizzazione delle prime istituzioni attraverso competizione politica ed elezioni democratiche – questo sistema multipartitico è scomparso alla stessa velocità con la quale era apparso, lasciando il posto alla soluzione del partito unico, confuso con lo Stato. Sotto l’influenza del comunismo socialista, che aveva fornito la base ideologica per le lotte per l’indipendenza, questo modello di «Stato-partito» ha fagocitato tutto lo spazio politico e ha imposto un’unica ideologia. Opporvisi significava opporsi allo Stato, e soprattutto all’unità di quei Paesi i cui pezzi erano appena stati messi insieme, ricongiungendo popoli che, a volte, erano stati nemici giurati.

Il multipartitismo delle indipendenze, che riuniva opinioni politiche diverse attorno a una causa comune – mandare via il colonizzatore e riconquistare la libertà sovrana –, non tardò a ripiegare nelle sue trincee etniche. La gestione del potere divenne nepotista, perché era necessario fare affidamento sulla solidarietà etnico-tribale e regionalista per poter controllare tutto il resto. Se l’unità divenne l’ideologia dominante, fu perché le società politiche africane post-indipendenti erano ancora sull’orlo del collasso, in quanto la maggior parte dei Paesi era composta da più nazioni che avevano difficoltà a fondersi in un’unica identità nazionale.

In questo contesto, è ovvio che l’unico modo per cambiare governo dovesse essere anticostituzionale, perché la Costituzione stessa non prevedeva un cambiamento. Era ammesso e persino accettato che il presidente restasse in carica a vita. Ma siccome in molti casi questa presidenza a vita significava il dominio politico permanente di una parte della popolazione sulle altre – e quindi l’esclusione a vita dalla sfera del potere –, è naturale che gli altri gruppi cercassero con ogni mezzo di rovesciare questo «potere a vita», al fine di assumere le stesse funzioni a proprio vantaggio. Va anche notato che, dagli anni delle indipendenze fino a oggi, ci sono stati più di 200 colpi di Stato (tra riusciti e falliti). Stef Vandeginste, professore di diritto all’Università di Anversa, osserva che dal 1956 al 2001 ci sono stati 80 colpi di Stato riusciti, 108 falliti, con almeno 30 Paesi che hanno sperimentato un colpo di Stato riuscito. E Solomon Dersso, fondatore di Amani Africa Media and Research Services, segnala che tra il 1952 e il 2014 ci sono stati 91 colpi di Stato riusciti.

Tuttavia, l’uso dei colpi di Stato in Africa non era semplicemente dovuto a fattori interni ai Paesi: anche l’elemento continentale vi ha contribuito in qualche misura. Infatti, il rapido raffreddamento dell’entusiasmo democratico e multipartitico che aveva caratterizzato la lotta per l’indipendenza non turbava troppo l’Oua, dal momento che lo Stato-partito era la regola in tutto il continente e la democratizzazione non figurava tra gli obiettivi di questa organizzazione. L’Oua si preoccupava della totale indipendenza, della lotta contro il neocolonialismo e l’imperialismo, dell’unità e dello sviluppo dell’Africa, più che delle forme di governo in atto all’interno dei vari Stati membri.

Inoltre, il principio di non ingerenza negli affari interni di ciascun Paese era fermamente e gelosamente osservato. Dopo un’indipendenza conquistata a caro prezzo, i Paesi africani non volevano che un’altra potenza venisse a dettare legge in casa loro. È vero che la Carta dell’Oua «condanna senza riserve gli omicidi politici e le attività sovversive degli Stati vicini o di qualsiasi altro Stato», ma ciò non aveva nulla a che vedere con l’ordine costituzionale o con la promozione di un ordine democratico, obiettivo per il quale l’Oua non disponeva di adeguati strumenti normativi o giuridici.

Nemmeno il contesto internazionale era favorevole. Con la Guerra fredda, infatti, le due grandi ideologie dell’epoca – il capitalismo liberale e il comunismo socialista – avevano bisogno più di trovare «clienti» per espandere le loro aree di influenza che di spingere i Paesi africani a democratizzarsi. Ecco perché questi ultimi hanno scelto il «movimento dei non allineati», per evitare di essere vittime del fuoco incrociato. Una posizione che, da una parte, offriva un sostegno a chi deteneva il potere, che non subiva pressioni esterne per la democratizzazione; dall’altra, non dava loro la certezza della permanenza al potere, perché anche i colpi di Stato venivano orchestrati sotto l’influenza delle due suddette ideologie, al fine di mantenere la loro egemonia. Così, in un contesto di clientelismo politico sia all’interno sia all’esterno, senza norme costituzionali per cambiare governo e senza alcuna pressione a livello continentale, l’unica opzione che restava erano i colpi di Stato, per cambiare sia gli attori interni sia i partner internazionali.

Solo negli anni Novanta, con la caduta del muro di Berlino e la sconfitta del comunismo, la situazione è mutata anche nella scena politica africana. In coincidenza con quella che alcuni entusiasti liberali chiamarono «la fine della storia», cominciò a soffiare un vento democratico. Sotto la pressione internazionale e con le richieste interne di una nascente società civile, i vecchi partiti unici accettarono, loro malgrado, di aprire ancora una volta lo spazio politico al multipartitismo. Furono introdotte nuove Costituzioni e furono adottate leggi a sostegno del processo democratico, con effetti significativi.

Lo studioso Ndubuisi Ani osserva che tra il 1989 e il 1994 sono passati da un sistema a partito unico a un sistema multipartitico 35 Paesi, in 18 dei quali si è avuto un cambio di leadership. Se, nella maggior parte dei casi, gli ex leader politici sono rimasti al potere, essi hanno comunque ammesso la competizione politica, e il dibattito pubblico ha preso timidamente avvio. Alcuni hanno perso le elezioni e hanno accettato di cedere il potere. Sono state tentate anche altre esperienze, in particolare quelle delle conferenze nazionali, come modo di concretizzare questa corrente democratica e per dare una base popolare alle nascenti istituzioni politiche. È stato in questa euforia democratica che i colpi di Stato sono diminuiti e che l’Oua ha iniziato a creare strutture politiche e giuridiche per rafforzare il processo democratico, allo scopo di vietare i Cga.

La questione del limite dei mandati elettorali

L’Ua pensava di aver debellato le pratiche dei Cga con l’arrivo del processo democratico. Pertanto, era come se rimanesse sorpresa dal ritorno di tali pratiche. I colpi di Stato erano diminuiti notevolmente tra il 1990 e il 2000, ma sono ripresi dopo il 2000. Il periodo di calma corrisponde al primo avvio del processo democratico che, nella maggior parte dei casi, aveva previsto due mandati elettorali, variabili tra i quattro e i sette anni. Tuttavia, il periodo che segna la rinascita dei Cga corrisponde alla fine di questi due mandati. Si può allora riconoscere una prima causa di tale rinascita: gli emendamenti costituzionali sul numero di mandati presidenziali. Gli studiosi Micha Wiebusch e Christina Murray osservano che nel periodo 1990-2000 la maggior parte delle Costituzioni prevedeva i limiti di mandato, ma dall’aprile del 2000 fino al luglio del 2018 tali limiti sono stati modificati 47 volte in 28 Paesi. Ed è proprio nello stesso periodo che sono ricomparsi i colpi di Stato. C’è quindi una correlazione tra il mancato rispetto del limite dei mandati elettorali – soprattutto presidenziali – e l’uso di mezzi anticostituzionali per cambiare il governo. Nella maggior parte dei casi questi colpi di Stato hanno avuto luogo, con successo o meno, in Paesi – ad esempio, in Niger, Burundi, Mali, Ciad, Guinea, Sudan – che hanno riformato le loro Costituzioni per modificare i limiti del mandato presidenziale. D’altra parte, si nota che i Paesi che hanno mantenuto e praticato i limiti di mandato non hanno subìto tentativi di Cga.

L’origine del fallimento dell’Ua nello sradicare i Cga va dunque rintracciata nel fatto che la struttura istituzionale non ha incluso i limiti di mandato come cardine di tutto l’edificio democratico in Africa. La questione quindi è duplice: da una parte, bisogna comprendere perché senza un limite di mandato ci saranno sempre tentativi di Cga, nonostante il quadro normativo esistente; dall’altra, ci si deve domandare se l’Ua sia effettivamente in grado di includere i limiti di mandato nel suo quadro normativo.

L’Ua è nelle condizioni di condannare e sanzionare i «colpi di Stato costituzionali»? Attualmente, è difficile credere che questo possa accadere. Mentre c’è stato un cambio di paradigma dall’Oua all’Ua, che ha spostato l’attenzione dalla liberazione dell’Africa e dalla lotta contro l’imperialismo e il neocolonialismo alla democratizzazione e allo sviluppo, gli attori non sono cambiati. Coloro che hanno adottato questa narrativa democratica e di sviluppo lo hanno fatto per ragioni pragmatiche piuttosto che per convinzioni personali, e sotto la pressione sia internazionale sia interna. Così sono riusciti a mettere in piedi sistemi elettorali formalmente democratici nei quali chi è al potere non perde mai, per soddisfare le esigenze democratiche di facciata, senza un reale e profondo rinnovamento.

Siamo dunque di fronte a una causa persa? Sebbene ci siano alcuni potentati in agguato, emergono segnali di speranza dai movimenti giovanili e della società civile che sono riusciti a spodestare coloro che avevano usato tutti i mezzi per restare aggrappati al potere. Pensiamo al Burkina Faso e alla Tunisia. Ci sono anche casi in cui il movimento della società civile ha resistito ed è riuscito a impedire la modifica costituzionale che permette altri mandati, come in Senegal. Oppure casi di Corti supreme che si sono opposte alla possibilità di ulteriori mandati, come recentemente è avvenuto in Malawi. E poi ci sono alcuni Paesi dove i presidenti sono riusciti a usurpare il potere, ma non sono mancate proteste popolari, che sono costate anche vite umane, come in Guinea e in Burundi.

Tutti questi esempi testimoniano la presenza di una coscienza civica impegnata attivamente per garantire il rispetto del limite dei mandati. Questo fa sperare che, un po’ alla volta, i leader capiranno che tale questione è la base della pace e della sicurezza per il proprio Paese e per tutta l’Africa, perché consolida e assicura il processo democratico.

Si può anche contare sull’influenza dei modelli. È un dato di fatto che i Paesi che rispettano il limite dei mandati sono piuttosto stabili e non conoscono nessun tentativo di Cga. La speranza è che anche altri Paesi li imitino. E più Paesi adotteranno e rispetteranno il limite dei mandati, più l’opzione per la non limitazione sarà accantonata. Questo potrebbe poi spingere l’Ua ad adottare il limite dei mandati formalmente e definitivamente per la pace e la sicurezza del continente, creando così le condizioni favorevoli al rafforzamento del processo democratico, allo sviluppo e al rispetto dei diritti umani.