“Gli interessi colonizzatori che, legalmente e illegalmente, hanno fatto – e continuano a fare – aumentare l’industria del disboscamento e dell’estrazione mineraria e che hanno espulso e messo all’angolo i popoli indigeni, fluviali e afro-discendenti, provocano un grido che arriva al cielo” (Dear Amazon, 9).

Brasile 10.12.2021
Vari*
Tradotto da: Jpic-jp.org

C’è un attacco frontale e articolato in corso contro i popoli indigeni, le comunità amazzoniche tradizionali, l’integrità della stessa foresta pluviale amazzonica, la sicurezza idrica di tutti i brasiliani e la stabilità del sistema climatico planetario, da cui tutti dipendiamo esistenzialmente come società e come specie.

Negli ultimi due anni, la foresta pluviale amazzonica è stata data dal governo federale in mano a disboscatori e piromani. L’effetto primario di questo incentivo criminale è chiaro: un balzo delle aree disboscate da 7.536 km2 nel 2018 a 13.235 km2 tra l’agosto 2020 e il luglio 2021 (la media storica degli ultimi dieci anni è di 6.493,8 km2). Gli incendi dolosi si sono diffusi come mai prima d’ora e al 30 novembre 2021, il bioma amazzonico ha accumulato 73.494 incendi.

Si stima che questi incendi abbiano raggiunto, nel solo 21° secolo, circa il 95% delle specie di piante e animali vertebrati conosciuti in Amazzonia, un bioma che vanta circa il 10% della biodiversità del pianeta, e che abbiano già danneggiato l’habitat dell’85% della popolazione, delle specie vegetali e vertebrati ormai in via di estinzione nella regione.

Papa Francesco ci ricorda, nell’esortazione dopo il Sinodo amazzonico, che l’Amazzonia non è “un vuoto enorme che va riempito”, o “una vastità selvaggia che ha bisogno di essere domata”. Tuttavia, gli attacchi all’Amazzonia, invece di diminuire, si stanno intensificando!

Un altro fronte di questa guerra lampo è l’estrazione mineraria illegale, un’attività che occupa uno dei primi posti dell’agenda del governo. Combinati con il traffico di droga e finanziati da gruppi non identificati, i minatori invadono le comunità, uccidono e terrorizzano le popolazioni indigene, distruggono le foreste, inquinano i fiumi e avvelenano seriamente gli organismi con il mercurio.

I diritti umani e le salvaguardie socio-ambientali – una conquista democratica dei brasiliani -, sono stati ancora una volta seriamente minacciati dal precedente consenso dato a sette progetti minerari dal generale Augusto Heleno, ministro dell’Ufficio di Sicurezza Istituzionale e Segretario Esecutivo del Consiglio di Difesa Nazionale della Presidenza della Repubblica. Un Ministro di Stato e tre comandanti delle Forze Armate occupano ora queste posizioni.

Questi permessi minerari spesso rispondono alle richieste di politici e proprietari di miniere che distruggono la vita e inquinano le acque di diversi fiumi dell’Amazzonia, tra cui recentemente il fiume Madeira, “violentato” con draghe aspiranti. Le aree ora minacciate si estendono su 12.700 ettari e almeno due di esse sono territori indigeni. Tutti si trovano a São Gabriel da Cachoeira, nel nord-ovest dello stato di Amazonas, una delle regioni più conservate dell’Amazzonia, sede di 23 gruppi etnici indigeni, tra cui i Baniwa, i Wanano, i Tukano e gli Yanomâmi. Questo è un attacco frontale ai diritti indigeni, sancito dalla Costituzione del 1988, e diventa un attacco simbolico, essendo São Gabriel da Cachoeira il comune con la più alta popolazione indigena in Brasile.

Un’altra vittima di questa guerra contro gli indigeni, direttamente o indirettamente sostenuta dal governo federale, è il gruppo etnico Parakanã. I loro capi hanno presentato due lettere ufficiali alla Corte Suprema Federale in cui “affermano” di accettare la “proposta” di consegnare a tre associazioni di agricoltori più della metà del Territorio Indigeno di Apyterewa (PA), che copre 392.000 ettari, nonostante questo territorio sia già delimitato e omologato dal governo federale dal 2007. In pratica, questo territorio non apparteneva più alle popolazioni indigene, poiché era stato costantemente invaso impunemente dai devastatori forestali sostenuti dai politici locali e dal Consiglio comunale di São Félix do Xingu.

I popoli indigeni e i popoli delle foreste in generale, la foresta stessa e, quindi, i popoli del Sud America nel suo complesso sono ugualmente nel mirino di altre pressioni e aggressioni da parte di accaparratori di terre, minatori, grandi compagnie minerarie e, soprattutto, agroalimentari, che sono fortemente sostenuti dal Congresso Nazionale. Tre disegni di legge sono in sospeso al Congresso, con l’obiettivo di completare lo smantellamento della legislazione protettiva del patrimonio etnico, culturale e naturale del paese.

Il primo di questi è il Progetto di Legge PL 191/2020, avviato dal Ramo Esecutivo, mirando, in definitiva, alla liberalizzazione dell’estrazione mineraria, nonché alla costruzione di centrali idroelettriche su terreni indigeni. Oltre ad essere stato presentato senza previa consultazione delle popolazioni colpite, questo disegno di legge è stato considerato incostituzionale dalla VI Camera di Coordinamento e Revisione del Ministero pubblico. Nonostante questo, continua ad essere analizzato per essere approvato da parte del Congresso Nazionale.

Il secondo è il PL 2159/21, che propone una “flessibilità” per le licenze ambientali. Con il termine “flessibilità” si intende il rilascio illimitato e automatico di qualsiasi progetto non considerato “di rilevante impatto ambientale”, che beneficerebbe di un “impegno di licenza per adesione” meramente auto dichiaratorio.

Il terzo è il PL 510/21, che si occupa della cosiddetta regolarizzazione della proprietà fondiaria. Non solo prevede l’amnistia per la deforestazione illegale e le invasioni di terre effettuate fino al 2014, ma apre ampiamente le porte all’occupazione di 37 milioni di ettari, 24 dei quali sono foreste situate su terreni dell’Unione.

Questo PL 510/21 consente inoltre la sua applicabilità ad aree già destinate agli insediamenti della riforma agraria, cioè “i 66 milioni di ettari occupati da insediamenti rurali negli stati legali amazzonici, consentendo il diritto di proprietà di medie e grandi dimensioni, il che rimuove i piccoli produttori tradizionali da queste aree”.

Lavoriamo in Amazzonia e con i suoi popoli, e siamo solidali con il loro grido. Il capo di Kayapó Raoni Metuktire ci insegna: “Se si abbatte l’intera foresta, il clima cambierà, il sole sarà molto caldo e i venti saranno molto forti. Mi preoccupo per tutti, perché è la foresta che tiene in piedi il mondo”.

Papa Francesco raccomanda che i popoli nativi, specialmente i più esclusi, “siano i principali interlocutori, dai quali dobbiamo anzitutto imparare, poi ascoltare per un dovere di giustizia e a cui dobbiamo chiedere il permesso di poter presentare le nostre proposte”.

* Dom Cláudio Hummes (Commissione per l’Amazzonia), Dom Sebastião Lima Duarte (Commissione per l’ecologia integrale e l’estrazione mineraria), Dom Erwin Krautler (REPAM Brasile), Dom Roque Paloschi (Consiglio Missionario Indigeno -CIMI), Dom José Ionilton Lisbona (Commissione Pastorale della Terra – CPT), Daniel Seidel (Commissione Brasiliana per la Giustizia e la Pace (CBJP)

Foto. L’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) mostra un’area deforestata illegalmente sulle terre indigene dei Pirititi mentre gli agenti Ibama ispezionano lo stato di Roraima nel bacino amazzonico del Brasile. © Werneck/Ibama tramite AP