Colpisce che sia il Papa a criticare l’ansia di abbattere statue, ostracizzare classici della letteratura, censurare autori e registi che dilaga negli Usa e in Inghilterra
Antonio Polito
11 gennaio 2022
http://www.corriere.it
I più recenti discorsi di papa Francesco smentiscono ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le accuse di chi lo vorrebbe «cripto-comunista», o «globalista», se non addirittura propenso al relativismo culturale. E forse per questo sono passati per lo più sotto silenzio. «L’inverno demografico — ha detto per esempio all’Angelus il giorno di Santo Stefano — è contro le nostre famiglie, contro la Patria, contro il futuro»; dove quel riferimento alla Patria contesta l’illusione della accoglienza indiscriminata, e l’idea in fondo un po’ razzista che immagina di poter usare la manodopera di un popolo in migrazione, quello africano, per risolvere i problemi di un popolo in declino demografico, quello italiano, in una sorta di nuova «società servile».
Ma ancor più significativo è stato il durissimo attacco che il Pontefice ha mosso, davanti ai membri del corpo diplomatico in Vaticano, contro la cosiddetta «cancel culture», che negli Stati Uniti e nell’anglosfera dilaga come presunto strumento di affermazione dei diritti delle minoranze, bollata dall’Economist in quanto arma della «illiberal left». Il punto critico per Francesco è che quest’ansia di abbattere statue e monumenti, ostracizzare classici della letteratura e del teatro, censurare autori e registi, «rinnega il passato» nel nome di un «bene supremo indistinto e politicamente corretto». Un falso idolo, insomma, si potrebbe chiosare; con il rischio di una «colonizzazione ideologica che non lascia spazio alla libertà di espressione». Francesco vede insomma un problema liberale che sembra sfuggire a molti liberal: e cioè che «si va elaborando un pensiero unico, pericoloso, costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi».
A qualcuno potrebbe apparire singolare questa concezione «storicistica» nel capo di una Chiesa che crede alla Provvidenza; ma da molto tempo il cattolicesimo ha fondato sul «libero arbitrio» la capacità dell’uomo di intervenire nella vicenda terrena, presupposto e spiegazione della diversità delle culture e delle epoche. La Provvidenza non cancella, al massimo converte. Il cristianesimo è così intimamente partecipe della «lunga durata» della storia in Europa, e delle sue innumerevoli contraddizioni e colpe, da aver imparato ad apprezzare i cambiamenti di significato che le azioni umane possono assumere attraverso i secoli. La rigidità della «cancel culture», non a caso nata invece in un mondo caratterizzato da una prospettiva storica molto più «corta», la cui data d’inizio è la scoperta di Colombo, probabilmente contesterebbe qui da noi anche il Colosseo, in fin dei conti un simbolo della crudeltà del mondo romano nei confronti dei «diversi», schiavi o cristiani che fossero. Ma la Chiesa ha invece «assorbito» quel monumento così fatale trasformandolo nel ’600 in un luogo di culto e tempio, e nel ’700 consacrando l’arena e proibendone la profanazione, al punto che ancora oggi essa è la destinazione finale della Via Crucis del Papa il Venerdì Santo.
Qualche voce laica contro la «cancel culture», seppure con estrema prudenza visti i tratti da nuovo «maccartismo» che spesso assume, comincia a sollevarsi. Noam Chomsky, che pure è un radicale di sinistra come altri non ce n’è, ha dichiarato alla nostra Marilisa Palumbo sul 7 del Corriere che essa «è sbagliata come principio e suicida dal punto di vista tattico: è un regalo alla destra». La New York Review of Books, ha notato sempre sul Corriere Giovanni Berardinelli, ha criticato il libro di uno storico secondo il quale la stessa indipendenza americana sarebbe stata voluta nel 1776 per difendere il regime schiavista, e quindi anch’essa andrebbe ripudiata come una «libertà bianca», di conseguenza razzista. Nel 2020 è apparso un manifesto di centinaia di intellettuali contro la «cancel culture» che spesso, insieme con le idee o le statue, tenta di «cancellare» anche le persone, attraverso il linciaggio sui social e vere e proprie campagne virali di boicottaggio, appiccicando loro l’etichetta di misogino, omofobo, o transfobico, come è successo a Woody Allen, a Kevin Spacey, a J. K. Rowling.
Naturalmente la «cancel culture» non è il male del nostro tempo, ma ne è una significativa manifestazione. È in ogni caso un pericolo per la libertà ben più serio di una campagna vaccinale o del green pass. E sorprende che in Italia debba essere il Papa ad accorgersene, nel sostanziale silenzio di tanti intellettuali laici e progressisti.