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GESÙ, RAGIONE DELLA NOSTRA GIOIA

Nel Natale la Chiesa celebra ogni anno la memoria del mistero dell’incarnazione. La liturgia in questo tempo liturgico si riveste di esultanza perché Dio si è ricordato della sua misericordia e ha dato al mondo la gioia promessa: Gesù, il Salvatore. È Lui infatti la ragione della nostra gioia.

In occasione del santo Natale offriamo ai nostri lettori questo “Speciale” sul tema della gioia. Il Natale è festa di gioia. Così è stata annunciata dagli angeli la nascita di Gesù. Questo era stato anche l’invito dei profeti “Giubila, rallegrati, gioisci, esulta!” aveva scritto Sofonia. Ma la gioia annunciata non è quella del mondo. Il motivo che ci riempie di esultanza è il Signore che viene ad abitare in mezzo al suo popolo. «Il Signore, re d’Israele, è in mezzo a te, non avrai più da temere la sventura» (Sof 3,15), perché, come proclama la liturgia, “è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt 2,11).

L’invito a gioire era risuonato già nella terza domenica di Avvento in cui si preannunciava come ormai terminato il tempo dell’attesa. L’antifona all’ingresso, con le parole di san Paolo (Fil 4,4.5) diceva: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. Nella notte di Natale sono gli angeli ad annunciare ai pastori la “grande gioia”: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,9-11). La chiesa ha accolto questo invito degli angeli e si è messa in cammino: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.

In tutti i luoghi del mondo, oggi come ieri, dall’origine dell’umanità, l’essere umano va in cerca di una situazione di benessere che spesso non sa definire e orientare, ma che si può comunque ricondurre al desiderio di felicità. E la felicità è sinonimo di letizia, beatitudine, gioia. Come l’acqua di sorgente, così la gioia è una realtà a cui bisogna accostare le labbra per dissetarsi: non basta né il vederla, né il sentirne parlare dagli altri, occorre farne personalmente l’esperienza. La Sacra Scrittura ci richiama esplicitamente alla gioia in 282 versetti. Per trovare le sorgenti della gioia vera occorre attingere al libro della vita, la Bibbia, che ci rivela il volto di Dio che è Amore e che, in quanto tale, è generatore e comunicatore di gioia.

La gioia di Dio creatore

L’inizio del vangelo di Giovanni ci riporta alle origini della gioia: “In principio era il Verbo …” (Gv 1,1). Alla parola “Verbo” potremmo sostituire “Gioia”, rimanendo nella verità del vangelo: “In principio era la Gioia e la Gioia era presso Dio e la Gioia era Dio …” La gioia era come un oceano di luce che dilagava come la luce dello sguardo di Dio che dissolveva le tenebre e dava origine all’universo. Dio disse: – Sia la luce! – e la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona …” (Gn 1,3). Fu come se Dio, in quel momento, volesse cantare la sua felicità. E creando l’universo, comunicò a una moltitudine di esseri la sua gioia. Il profeta Baruc descrive la risposta delle creature al Creatore, come canto pieno di gioia: “Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito: egli le ha chiamate e hanno risposto – “Eccoci! – e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. (Bar 3,34). La gioia che Dio diffondeva nelle sue creature chiamate all’esistenza, ritornava a lui come un canto di gratitudine, di amore, di armonia. E alla fine Dio volle che tutta la gioia sparsa nell’universo diventasse un canto all’unisono attraverso la voce di una creatura a lui somigliante, che interiormente rifletteva la luce del suo volto. Con la creazione dell’uomo viene così alla luce un altro aspetto della gioia divina: Dio, creando l’uomo come un “tu” capace di dialogare con lui, trova la sua felicità anche nello stare in sua compagnia, nel fare di lui un collaboratore e un amico. Fin dalle origini la gioia si rivela come una risposta di amore all’Amore. Il segreto della felicità, della gioia cristiana sta in questa corrispondenza, in questa capacità di relazione.

Una gioia a lungo desiderata

Appena iniziato, il cammino dell’umanità verso la gioia si mostra subito pieno di difficoltà e di ostacoli, per cui l’uomo facilmente si scoraggia, cade e si smarrisce. Nel ricercare la felicità perduta non sempre riesce a ritrovare la strada giusta e ne tenta molte, tante volte senza esito positivo. Quanto più l’umanità cade e si allontana dall’amore di Dio, tanto più Dio, con paziente e tenace fedeltà, inventa vie nuove per recuperarla. Così avviene quando, dopo il diluvio, fa brillare l’arcobaleno segno di alleanza e di pace. Così avviene nella storia di Abramo. Il Signore lo chiama, gli fa luce con la sua Parola e gli indica il cammino verso una terra nuova, promessa di una nuova felicità. Abramo parte. E Dio gli promette una discendenza dalla quale nascerà colui che ridarà al mondo la salvezza e la gioia. Il figlio promesso ad Abramo, Isacco, anticipa infatti Gesù. E Abramo, per una luminosa intuizione di fede, gioisce nel vedere il destino della sua discendenza dalla quale sarebbe nato colui che avrebbe riportato sulla terra la benedizione divina. Dunque già da lontano i patriarchi contemplano l’avvicinarsi del Salvatore che, al suo nascere, sarà davvero annunciato come la “grande gioia” per tutto il popolo.

Di generazione in generazione

L’attesa del Messia attraversa tutte le generazioni, riempiendo di speranza lo scorrere del tempo. In modo particolare sono portatrici di tanta speranza le madri del popolo d’Israele. Nell’antico popolo di Israele la maternità era considerata un evento sacro carico di particolare gioia, perché, sicuri delle promesse di Dio, gli israeliti sapevano che nel susseguirsi delle generazioni si sarebbe giunti al momento della storia in cui da una donna sarebbe nato l’atteso Messia, il Salvatore promesso. La maternità è una promessa di gioia perché è segno della benedizione di Dio. Un inno di Avvento così fa cantare: “Innalzate nei cieli lo sguardo/ la salvezza di Dio è vicina./ Risvegliate nel cuore l’attesa, per accogliere il Re della gloria…/Vieni, o Re messaggero di pace,/ reca al mondo il sorriso di Dio;/ nessun uomo ha mai visto il tuo volto;/ solo tu puoi svelarci il mistero”. Tutto il cammino delle generazioni dell’Antico Testamento può essere considerato un viaggio alla ricerca di questo sorriso e nell’attesa di questa gioia; un viaggio incontro a colui che porterà la gioia perché è egli stesso la Gioia, il volto sereno di Dio nel mondo.

Dai profeti a Maria

A un certo momento della storia umana l’anelito alla gioia si concentra in una creatura che è pura accoglienza di Dio e quindi, pura accoglienza di gioia: Maria, la vergine di Nazaret. In lei si compiranno le antiche promesse, i lieti annunci dei profeti. Maria è la donna povera, non perché sterile come tante madri in Israele, ma perché vergine, umile, totalmente donata. Si fida di Dio e a Dio si affida perché si compia la sua Parola attraverso l’offerta di tutta se stessa. In Maria la maternità è pura gratuità, dono sovrabbondante di grazia, gioia sbocciata su una feconda radice di semplicità e di letizia.

Potremmo leggere così il primo capitolo del vangelo di Luca: in una borgata chiamata Nazaret – città del fiore – c’era una giovane di bellezza immacolata; una vergine, di nome Maria, tutta spazio disponibile alla potenza creatrice di Dio. A lei Dio rivolse il suo sguardo di compiacenza e le mandò un angelo perché le portasse un saluto carico di amore e di gioia; la riempì del suo Spirito, la colmò di grazia e la rese sorgente feconda da cui far scaturire la vita divina per ogni uomo. Su questo lembo di terra vergine, Dio, come nella sua prima creazione, può davvero posare il suo sguardo e gioire esclamando: ” è cosa molto buona!”

I Padri della Chiesa canteranno non soltanto la gioia di Maria, ma lei stessa, che è la gioia di Dio e dell’umanità. E così nella Chiesa viene pregata e proclamata: Maria, gioia del cielo, gioia degli angeli e dei santi, gioia dell’universo. Maria è la causa della nostra gioia, in riferimento a Gesù, perché lo ha accolto in sé, accogliendo così la gioia divina. E il suo nome, invocato con fede, fa brillare nel mondo un raggio di quella mirabile luce.

Con Gesù viene la gioia

L’angelo saluta Maria come “piena di grazia” e la invita alla gioia. Rallegrati, gioisci! Gioia di vera povera è quella di Maria; gioia di vera credente; gioia di un cuore vergine aperto alla speranza e donato nell’amore; gioia di un cuore che in Dio trova la sua pace e la sua fecondità. Maria risponde al sorriso di Dio che la guarda e in lei fiorisce la gioia divina, fiorisce Gesù, il Salvatore, colui che viene a guarire l’uomo dalla tristezza del peccato. La risposta di Maria è come un sorriso d’amore in risposta al sorriso di Dio. Le stelle rispondono dalle loro vedette e gioiscono per colui che le ha create, tuttavia il sì di Maria è ancora più bello del sì delle stelle, del sì della terra, dei mari e delle montagne. Il sì di Maria è pieno di fede e di amore, è consenso a collaborare col progetto di salvezza, a essere luogo dell’incarnazione del Verbo, della Parola di amore che Dio dice all’umanità. Parola che diventa dono, gioia che si fa Bambino: è il mistero della comunione d’amore che unisce le persone della ss.Trinità a dischiudersi sull’umanità di tutti i tempi, come sorriso del Cielo. La gioia di Gesù è il Padre e la gioia del Padre è il Figlio, l’amato, nel quale si compiace. Con il mistero dell’incarnazione la gioia di Dio appare nel mondo per essere donata agli uomini.

Una visita di gioia

Ricolma di gioia, Maria si affretta con sollecitudine verso Ain Karim, da Elisabetta, portando a lei il saluto di gioia che ha ricevuto. Recando in sé la pienezza della gioia di Dio, non può che comunicarla, effonderla, lasciarla straripare. Tanta gioia fa trasalire Elisabetta e fa esultare il Precursore nel grembo di sua madre. Sgorga allora dal grembo delle due madri il canto della gioia e del ringraziamento. Elisabetta accoglie Maria esclamando: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,42.45).

È un grido di gioia, cui Maria risponde innalzando a Dio la stessa lode e la stessa beatitudine che riceve da Elisabetta: “L’anima mia magnifica il Signore…!” L’anima mia è piena di gioia perché il Signore ha guardato la mia piccolezza e ha operato in me cose grandi e meravigliose.
Stupenda ora della storia! È se tutte le madri di Israele si siano date convegno in questo canto: Sara, Rebecca, Rachele, Miriam, Debora, Ester, Giuditta … Tutte cantano a un’unica voce: ” Il mio spirito esulta in Dio mio salvatore!” E con loro già formano un unico coro anche tutte le madri del nuovo Israele. In quest’ora della storia c’è infatti il preludio del canto della Chiesa vergine e madre. Qui cantano già tutte le nuove generazioni nate per potenza di Spirito Santo. Qui e ora è la festa della vita, la celebrazione gioiosa della sacralità della vita.

Un cammino orientato alla gioia

Maria dopo tre mesi tornerà a Nazaret e da Nazaret andrà a Betlemme; da Betlemme su vie sconosciute in terra d’Egitto, poi ancora a Nazaret. Da qui proseguirà umilmente, silenziosamente il suo cammino e compirà di anno in anno il suo viaggio a Gerusalemme insieme col Figlio, in carovana con tutti i pellegrini, col desiderio di presentarsi davanti al Signore, nel tempio della Città santa. E nell’ora stabilita, salirà a Gerusalemme, seguendo il Figlio, per piantare proprio là sul Calvario, l’albero della gioia. La croce infatti, irrorata dal sangue di Gesù – sangue preso dal corpo di Maria – darà il frutto della gioia e della salvezza per tutti.

La gioia di Maria è dunque quella di servire il piano di Dio. Non è spensierata allegrezza, bensì sacrificio e dedizione totale perché si compia il disegno del Padre, fare di Gesù il cuore del mondo. Il cammino faticoso e doloroso per la ricerca e la vittoria della felicità è compiuto dal Figlio di Dio e da sua Madre, che aprono così la lunga processione di tutti gli uomini, sino alla fine dei tempi. Nel momento in cui la luce stessa sembrerà scomparire con il chiudersi degli occhi di Gesù, Maria manterrà viva la luce della speranza; sicura che la Gioia sepolta non è morta, con il cuore vigilante, attenderà la nuova, meravigliosa aurora del mondo. Tale è il cammino di Maria alla ricerca della gioia per tutti, insieme con il Figlio che il Padre le ha dato da offrire al mondo.

Gioia in cielo e gioia sulla terra

Dall’alto dei cieli la gioia di Dio si effonde sulla terra. La nascita di Gesù è annunciata dagli angeli come una grande gioia, a lungo attesa e finalmente arrivata per tutto il popolo di Israele e per tutta l’umanità.

Nella notte santa, ai pastori che vegliano nei dintorni di Betlemme, gli angeli recano la bella notizia, accompagnata da un gioioso canto e da una straordinaria luce: ” Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,9-11). L’annuncio straordinario mette subito i pastori in cammino verso Betlemme e, come era stato loro detto, non trovano altro che un bambino appena nato, nella più squallida povertà. Tuttavia, illuminati dentro il cuore, in questo segno piccolo e fragile, vedono la presenza di Dio. Se già ogni bambino che viene nel mondo reca con sé una grande gioia, quanto più grande fu la gioia portata all’umanità dalla nascita del Figlio di Dio tra gli uomini! Davvero – secondo l’espressione di s.Paolo – con lui appare sulla terra la “grazia di Dio” ( Tt 2,11), il suo sorriso, la sua bontà.

In quella notte straordinaria, gli umili e i poveri si sentono attratti verso Betlemme, verso quel Bambino, incoraggiati dalla testimonianza dei primi pastori che, dopo averlo visto e adorato, nel cammino di ritorno lodano Dio per tutto quello che hanno visto e udito, suscitando stupore e gioia tra tutti quelli che incontrano.

Cercatori della gioia

Sono pure attratti a Betlemme uomini da molto lontano. Ecco muoversi carovane di cercatori di Dio, di cercatori della verità e della felicità, che vengono da oltre i confini del popolo eletto.
I magi – secondo la tradizione, esperti astrologi dell’Oriente – si mettono in cammino con il desiderio di trovare e di adorare lo straordinario re dei giudei, la cui nascita è stata loro segnalata dal sorgere di una stella. Tutto il creato partecipa all’evento della nascita del Salvatore e a suo modo lo annuncia. Nel vedere quella stella posarsi sulla grotta di Betlemme, essi provarono una grandissima gioia (cf Mt 2,10). Entrati nella grotta videro il bambino con Maria sua madre (v.11) Colgono nell’umile segno del Bambino il segreto della felicità, della vera gioia, la vera sapienza della vita. E prostratisi, lo adorano, offrendogli il dono più prezioso: la loro stessa fede.

La gioia poi entra anche nel Tempio, quando Maria e Giuseppe, giunti i giorni della purificazione secondo la legge di Israele, vi portano Gesù bambino. È là ad attenderlo l’anziano Simeone, la cui esistenza si è consumata nell’attesa orante di questo momento, di questa ora: stringendolo tra le braccia e benedicendolo, lo rivela salvezza e luce delle genti, mentre pure la profetessa Anna loda Dio e annuncia il compimento delle antiche promesse. Ormai non solo i pii israeliti, ma anche i poveri, i lontani, hanno riconosciuto il Messia atteso e lo hanno accolto con gioia. Ma poi questa gioia si nasconde ai loro occhi, e solo Maria e Giuseppe, nei trent’anni di vita a Nazaret, ne vengono inondati. Possiamo immaginare e contemplare la gioia di Maria nella sua vita nascosta e silenziosa, avendo sempre con sé, sotto il suo sguardo, il Figlio di Dio. Una gioia raccolta, contenuta, trasparenza di un animo puro, pieno di mitezza, di grazia e di pace. Proprio questa nascosta sorgente di gioia renderà forte Maria ai piedi della croce, ricolmandola di quella speranza che le permetterà di non vacillare nella fede, anzi, di essere vincolo di comunione per gli apostoli impauriti e cuore pulsante della Chiesa nascente.

Presenza di gioia in mezzo al suo popolo

All’apparire di Gesù sulla scena della vita pubblica, il primo a percepire il suo mistero di gioia è Giovanni Battista. Lo riconosce perché lo ha percepito sussultando di gioia fin dal grembo materno e al vederlo di nuovo, sulle rive del Giordano, si riempie di nuova gioia, riconoscendo in lui lo “sposo” atteso che offre a tutti il suo banchetto di nozze. “L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). E ora “lui deve crescere e io, invece, diminuire” (Gv 3,30). La gioia di Giovanni Battista è dunque questa: che Gesù, il Salvatore, l’Agnello di Dio, cresca nella stima e nell’accoglienza del popolo. Giovanni aveva ricevuto la missione di preparargli la strada, di indicarlo alla gente. Come si spegne una lampada quando sorge la luce del sole, così alla venuta di Cristo, vera luce del mondo, Giovanni si prepara a scomparire. Quale pura gioia scaturisce da questa sua umiltà nell’aderire al piano di Dio, tenendo semplicemente il posto che Dio gli ha affidato, nel dare compimento alla missione affidatagli. Gesù così, l’Atteso portatore della salvezza e della gioia, è presente in mezzo al popolo e comincia la sua missione.

Il segreto della felicità

In Gesù si compiono le profezie secondo cui egli è l’inviato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio (cf Lc 4,16ss). Questa lieta notizia è l’amore del Padre, un amore che perdona e salva, che rinnova e riconcilia. Chi incontra Gesù, chi lo ascolta scopre il senso della propria vita e il segreto della felicità. Il Padre ha mandato il suo Figlio come povero a rivelare ai piccoli, ai semplici, agli umili, i segreti del Regno. Questa missione è per Gesù fonte di grande gioia, come rivela egli stesso in un momento della sua vita pubblica, in cui, esultando di gioia nello Spirito, esclama: “Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Lc 10,21).

A Gesù piace ciò che al Padre è gradito. Questa perfetta sintonia è segno dell’amore che li unisce e li fa reciproco dono. Ma Gesù vuole condividere questa sua gioia anche con i “suoi”, con quelli che chiama “suoi amici” e che il Padre gli ha dato, perché siano con lui una cosa sola nell’amore. Vuole rivelare il Padre agli uomini che egli ama, per far loro conoscere il valore della vita e il segreto della felicità. E proclama beati coloro che lo accolgono in questa sua missione. È come se dicesse: ” Beati voi che vedete la gioia in persona,che vedete in me l’amore e la bontà del Padre; beati voi che vedete il Regno dei cieli!”

I patriarchi e i profeti hanno compiuto il loro cammino terreno nel desiderio, nella speranza, credendo alla promessa del Creatore. Abramo ha gioito di una realtà soltanto attesa e contemplata da lontano, con gli occhi della fede. Ora invece i discepoli e tutta la gente che attornia Gesù vedono in lui il compimento delle promesse, riconoscono in lui il volto di Dio, ne sperimentano fisicamente la bontà dello sguardo: hanno trovato il tesoro prezioso, hanno trovato la felicità in colui che è la via, la verità, la vita.

Una gioia presente nel dolore

Il fascino della persona di Gesù doveva essere davvero grande, se ripetutamente gli evangelisti annotano che la gente era piena di stupore e di meraviglia, perché non aveva mai visto né udito nulla di simile. Eppure non tutti quelli che lo incontrarono, si lasciarono attirare da lui. È il mistero della cecità interiore. Per questo, venuto per radunarci e ricondurci al Padre, Gesù assume le debolezze e le miserie umane; con noi e per noi percorre la strada della sofferenza. Per introdurci comunque nella gioia del Padre e nella sua gioia, egli passa attraverso la notte del dolore, piange per darci una consolazione eterna.

Poiché la gioia sta nell’amore accolto e ricambiato, Gesù non ce la vuole dare come un dono in un pacchetto già confezionato, ma ci invita a ricercarla, a farla scaturire dal nostro cuore, vivendo in prima persona il comandamento dell’amore. Egli stesso, venuto nel mondo come uomo, si fa con ogni uomo cercatore della gioia attraverso un cammino di purificazione e di obbedienza, rivelandoci così il nostro felice destino e indicandocene il cammino. La sua predicazione si inaugura quindi con la proclamazione delle beatitudini (cf Lc 6,20-23;Mt 5,1-12). Mentre Gesù proclama le beatitudini, ci pare di vedere una lunga processione snodarsi sotto il suo sguardo e ci sentiamo anche noi in mezzo a quella moltitudine di poveri, di afflitti, di miti, di affamati, di assetati di giustizia … Le beatitudini sono il canto della gioia di Dio comunicata a tutti coloro che si aprono ad accogliere il Regno dei cieli. Esse risuonano come una sinfonia umana e divina che si apre e si conclude sul motivo dominante del Regno dell’amore. All’interno della composizione c’è un alternarsi di note gravi e dolci, di passaggi stretti, sofferti e di note dispiegate come ali nell’azzurro. È un discorso paradossale che annuncia una gioia già presente nel dolore, una gioia che sboccia proprio dal dolore. Gesù dice chiaramente che è impossibile gustare la gioia senza bere il calice della passione che egli stesso è venuto a bere con noi e per noi. Per i miti, gli afflitti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, Dio tiene in serbo una gioia più grande.

Parole e gesti di gioia

Con l’inizio della sua vita pubblica, Gesù comincia a diffondere la gioia attraverso la sua predicazione e i suoi miracoli. Tuttavia questa gioia è solo un anticipo della pienezza di gioia che scaturirà dalla sua morte e resurrezione. Molto bello e significativo è allora scoprire che il primo miracolo raccontato dall’evangelista Luca è proprio la resurrezione del figlio di una vedova, a Nain. Con un gesto tanto umano, Gesù asciuga le lacrime di una madre povera e desolata; riconsegnandole il figlio vivo, ridona anche a lei vita e gioia. Anche nell’insegnamento in parabole Gesù rivela di essere portatore di gioia. Partendo da esempi, fatti, quadri di vita quotidiana accessibili a tutti, apre davanti all’umanità l’orizzonte del suo felice destino: insegna a leggere la storia con lo sguardo della fede.

Le parabole del Regno sono una presentazione della grande gioia preparata per noi, se veramente la desideriamo al di sopra di tutto e la cerchiamo con purezza di cuore. Ed ecco l’immagine del tesoro trovato casualmente, ma poi sapientemente preferito a tutto il resto; ed ecco la ricerca sapiente della perla preziosa, la vicenda del seme che germoglia e si fa albero rigoglioso, la forza di un pugnetto di lievito che fermenta tutta la massa di farina. Gioia, abbondanza di gioia è pure l’esito delle parabole della misericordia, che raccontano il ritrovamento o il ritorno di ciò che era perduto: il pastore perde una pecora, la donna perde una moneta, il padre perde un figlio. Immediatamente, lasciando da parte tutto il resto, con l’affanno di chi non può rassegnarsi a quella perdita, si mettono alla ricerca o, nel caso del padre, si mettono in un’attesa instancabile. E quando ritrovano quanto avevano perduto, sentono l’urgenza di condividere la propria gioia. La conclusione è sempre un invito alla festa: “Rallegratevi con me!” (cf Lc 15,6).

Una gioia che nessuno può togliere

Se il nostro tesoro è il Regno dei cieli, il nostro cuore è ancorato in Dio e approda sempre là, anche in mezzo alle tempeste del percorso. La gioia di Dio scaturisce dal suo amore gratuito e misericordioso che egli riversa su di noi e con il quale ci avvolge. Con il suo insegnamento e soprattutto con l’esempio della sua vita, Gesù è venuto per orientarci, per sollevarci verso il Padre. Nella sua missione di Salvatore egli fu sempre e totalmente unito al Padre; più volte dichiara che sua gioia è essere in ciò che piace al Padre, che è fare la sua volontà. (cf Gv 8, 28-29). Questa è la missione che Gesù è venuto a compiere sulla terra, per tutta l’umanità, e la compirà accettando di passare egli stesso attraverso la morte. In quell’ora – grande ora della storia – a sua Madre sotto la croce non sarà risparmiato il dolore, non sarà dato conforto; le sarà invece chiesto di condividere fino in fondo la passione del Figlio di Dio per diventare madre dell’umanità nuova da lui generata. Maria porterà così a compimento nel dolore, il sì pronunciato nella fede all’annuncio dell’angelo. E ne sgorga un evento pieno di grazia e di gioia.

Gioire nel Signore è per il cristiano un impegno non meno arduo di quello della conversione. Non è facile gioire come non è facile soffrire. Si tratta di partecipare al mistero del Cristo, nato, crocifisso e risorto per la nostra salvezza, accettando il paradosso di una gioia che non è mai disgiunta dalla croce.

La gioia di Gesù risorto fiorisce sull’albero della croce, perciò abbiamo sempre bisogno della sua grazia per saper abbracciare, con amore e per amore, la croce e raccogliere il frutto di quella gioia che nessuno ci può togliere.

Un popolo in festa

Gesù ricomincia sempre con noi la sua storia d’amore perché sa che, creati a sua immagine, unicamente nella corrispondenza al suo amore potremo avere felicità. Dio vuole renderci felici, vuole vederci danzare e sentirci cantare davanti a lui, vuole fare di noi un popolo in festa.

Il messaggio di gioia che la Parola ci dona è come una ricapitolazione di due mondi, il visibile e l’invisibile, in un’unica realtà ordinata alla gloria di Dio e alla felicità dell’uomo.

Siamo sempre in clima di desiderio, di speranza, di tensione verso i beni futuri, ma anche in clima di fervido riconoscimento di ciò che per grazia ci viene donato: l’incontro con Cristo, colui che ci porta la salvezza e quindi la gioia. È lui in persona l’amore e la bontà del Padre. È lui il sorriso e il sogno di Dio per il mondo. È lui la stella che guida sulla via della gioia.

È Gesù la bella notizia da accogliere e da diffondere su tutta la terra. Un annuncio che tutti devono conoscere, perché tutti sono invitati alla festa.

Testimoni, Numero 21 del 2009