Vi sembra che sia una cosa sconveniente, anche scandalosa il cantare il Gloria, mentre vi sono famiglie e famiglie che sono nel lutto? mentre viviamo l’orrore di questa violenza? Non è scandaloso, perché io credo che l’Incarnazione del Verbo sia un avvenimento più grandioso di tutti i mali. Il male, sia pure che faccia impressione, non ha mai la grandezza dell’amore di un Dio che si fa Uomo per me, non ha mai la grandezza di un Dio che non soltanto si fa Uomo per me, ma facendosi Uomo, porta la mia natura, porta me stesso negli abissi di Dio.

Ritiro 24-25 dicembre 1984
Firenze Casa san Sergio

Omelia 25-12-1984
Gv 1,1-18

Nel Cristo tutta la creazione trova la sua risposta, il suo valore, il suo senso: ecco quello che dice il Vangelo di Giovanni. Ma questo è ben povera cosa; molto spesso anche nei nostri licei si studia questo proemio, quando si fa filosofia, per dimostrare come anche il Cristianesimo sia più o meno legato a un certo platonismo, ecc., ecc.; ma ci vuole ben altro! Non si tratta di un certo platonismo che in fondo è un mondo ideale che è separato dalla nostra condizione umana. Qui no, qui colui che scrive è un Apostolo, è uno che ha veduto, parla di un Uomo che ha conosciuto, col quale ha mangiato insieme e insieme ha camminato per le strade del mondo; e dice che quest’Uomo è Colui nel quale tutta la creazione trova la sua ragione ultima, il suo compimento supremo.

Quale compimento? Un compimento per il quale la creazione si solleva fino alle vette della divinità. Questo è l’insegnamento: altro che Platone! Qui si arriva a qualche cosa che toglie veramente il fiato, perché Platone non avrebbe mai detto che Dioniso fosse quello che dava un senso e un valore a tutta la storia, a tutta la creazione. Ma Giovanni dice che quell’Uomo, che non era un principe come Dioniso, ma era un povero Uomo da tutti rigettato, che aveva fame, che aveva sete, che si stancava, che è morto sulla croce in un grido: “Dio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, questo Uomo è Colui che tutto ha compiuto. Ecco che cos’è il Cristianesimo.

Ci rendiamo conto che cos’è il Cristianesimo? No, ed è giusto: non ce ne possiamo render conto perché sopravanza la nostra immaginazione, perché veramente sconvolge ogni nostro pensiero. E se è veramente difficile per noi credere senza un dono di Dio (la fede sarebbe impossibile anche per noi perché è un dono), se il miracolo della fede è grande in noi, più grande ancora è il miracolo in chi l’ha conosciuto. Pensate: era morto, e sono scappati tutti e la fede era venuta meno. Fede in che cosa poi? Credevano che Lui fosse uno che avrebbe ristabilito il regno di Israele, ricordate? Lo dicono i due discepoli di Emmaus, mentre camminano insieme a Gesù, ma il re di Israele che cosa sarebbe stato? Un qualunque reuccio come Ioakim o Giosia. Ma anche questa speranza, anche questa fede era crollata. E ora, ecco, invece, dopo la morte, proprio in forza della morte, essi vedono non un qualunque regno di Israele, ma tutta la creazione assurgere a questo valore immenso, acquistare questo senso, innalzarsi fino a Dio.

E la cosa più grande di tutte non è soltanto che in Cristo si compiva tutto il mistero della creazione, è che essi l’hanno visto, cioè che in Lui hanno veduto Dio. Nessuno ha mai veduto Dio, ma loro lo hanno visto in Lui, perché “l’Unigenito Figlio, Egli ce l’ha rivelato”. Gli uomini hanno visto Dio l’Infinito, hanno visto Dio l’Immenso, hanno viso Dio il Santo, hanno visto Dio l’Eterno, hanno visto Dio, Dio l’hanno visto in un Uomo, in questo Uomo. Ecco il miracolo; non vi sembra che sia un grande miracolo? Ma pensate un pochino: la Madonna, quando lo teneva sulle braccia, quando lo allattava, quando lo vedeva per la casa che aiutava il suo padre putativo, lei doveva credere che era il Figlio di Dio! Quale luce, quale miracolo era questa fede di Maria, nella grandezza del Figlio, che era il suo Figlio! E quale grandezza di fede per i discepoli vedere Dio in questo Uomo! Sì, era un rabbi, sì, un brav’uomo, faceva anche dei miracoli, ma se si sta al Talmud, al tempo di Gesù molti facevano miracoli, o almeno davano questa impressione. Sì, Lui insegnava, ma era un povero operaio venuto fuori dal nulla. Ebbene questi uomini credono che in Lui si continua e si manifesta il mistero di Dio. Di un Dio che non vive più separato dal mondo, che non vive più nella sua trascendenza infinita e nella sua solitudine, ma è qui; è questo Uomo che io vedo, è questo Uomo col quale io cammino. Ecco la grandezza.

Ora, tutto questo non era vero soltanto per i discepoli. È certo che per noi il miracolo è meno grande, però anche noi viviamo la stessa esperienza. Non viviamo forse come i discepoli di Emmaus, sempre con Lui? E non è vero anche per noi che qualche volta soltanto intravediamo la grandezza del mistero nella frazione del pane? Quando lavoriamo, quando studiamo, quando facciamo le nostre cose di ogni giorno, qualche volta avvertiamo che Egli è con noi. È così grigia e povera la nostra vita! Sembra così vuota e Dio è presente come lo era per Maria, nella casa di Nazareth, come lo era per i discepoli che camminavano insieme a Lui per le strade del mondo: ecco il mistero cristiano! Perché questo Dio immenso, che è infinitamente trascendente la creazione, questo Dio che non solo ha creato (“per mezzo di Lui tutte le cose sono state create”), ma è venuto nel mondo (“era la luce vera che viene nel mondo; ed il Verbo si è fatto carne”), questo Dio, ecco, è qui. Si tratta di vivere questo mistero che è il mistero del Cristianesimo, mistero di una grandezza incomparabile. Incomparabile perché non si può comparare con nessuna cosa, ha infatti le proporzioni stesse di Dio; è incomparabile in senso proprio, il mistero che noi celebriamo.

Vivere questo e viverlo proprio quando tutto sembra negarlo. Perché quando Gesù era vivente che cosa succedeva? C’erano anche allora gli omicidi, le brutalità, c’erano gli zeloti che avevano un coltellaccio e quando nessuno li vedeva ammazzavano i romani. Anche allora la violenza, anche allora l’immoralità, gli adulteri, ecc. E Dio era presente e tutto rimaneva uguale, cose come oggi. Noi celebriamo il mistero di una presenza di Dio e dobbiamo constatare che ci sono le stragi. Ma allora questo Dio non fa nulla? (Notate bene tutto questo, perché questo è il Cristianesimo!). Questo Dio allora è inutile? Si può credere a questo Dio? È certo che ci vuole un dono di grazia perché Dio trasforma tutto lasciando tutto immutato; trasforma tutto perché deve trasformare certamente anche coloro che hanno compiuto questa violenza, che hanno scatenato quest’odio. Infatti il loro atto acquista, nella luce divina, una dimensione di grandezza, di tragicità, di orrore infinitamente maggiore di quello che potrebbe avere in sé. Ma noi dobbiamo pensare che l’immensità della misericordia divina può raggiungere anche questi uomini. E nonostante le apparenze che sembrano la vittoria del male; noi dobbiamo credere invece che la sua presenza assicura e garantisce la salvezza. Dobbiamo crederlo. È per questo che ieri c’è stata la strage e oggi abbiamo cantato il “Gloria in excelsis”. Vuol dire che tutti i mali del mondo, tutto il precipitare degli orrore del mondo, non valgono a spegnere, a sommergere questa Luce, questo oceano di grazia che si riversa nel mondo, nella presenza di un Bimbo.

Vi sembra che sia una cosa sconveniente, anche scandalosa il cantare il Gloria, mentre vi sono famiglie e famiglie che sono nel lutto? mentre viviamo l’orrore di questa violenza? Non è scandaloso, perché io credo che l’Incarnazione del Verbo sia un avvenimento più grandioso di tutti i mali. Il male, sia pure che faccia impressione, non ha mai la grandezza dell’amore di un Dio che si fa Uomo per me, non ha mai la grandezza di un Dio che non soltanto si fa Uomo per me, ma facendosi Uomo, porta la mia natura, porta me stesso negli abissi di Dio.

Ecco, per questo, vedete, il Cristianesimo è ottimismo. Ottimismo tragico, ma è un ottimismo. Tragico perché sembra che l’orrore vinca, perché l’orrore, l’odio, la violenza, la turpitudine del peccato, tutto sembra veramente dilagare nel mondo. Ma ottimismo, nonostante questa tragedia, perché Dio è più grande di tutto. E noi dobbiamo vivere questo e viverlo proprio stamani durante la Messa. Quando io eleverò il Calice del Sangue che è “versato per voi e per tutti”, quando eleverò l’Ostia Santa che è il Corpo dato per voi, miei cari fratelli, dobbiamo crederlo: quell’atto vince tutto e tutto solleva, tranne la volontà libera di chi fa il male e nel male rimane, perché Dio rispetta la libertà.

Ma il male che essi fanno non lo fanno che a se stessi, rendiamocene conto. Il peccatore crede di fare male agli altri, ma fa del male soltanto a se stesso. Il male è soltanto la volontà dell’uomo che si sottrae a Dio; per il resto nessun male, nemmeno la strage, è un male; è un male quello di chi ha messo la bomba. Speriamo che il Signore doni loro il pentimento per ritrarsi da quella volontà di peccato che li ha portati a uccidere. Loro sì, si sottraggono a Dio, ma nient’altro si sottrae. E sulla morte, anche di tanti; si stende la pace di Dio, si stende l’amore infinito di un Dio che e venuto quaggiu per salvare; dobbiamo capire tutto questo; ma è difficile. Non è vero che è difficile? Noi non pensiamo al male di quelli che hanno messo la bomba, pensiamo più invece a quelli che sono uccisi. E non è giusto, se veramente siamo cristiani perché là dove non vi è colpa, certamente vi è la redenzione, perciò, se vi è la redenzione, vi e il trionfo. Il trionfo anche perché in qualche misura sono dei martiri, come intende la Liturgia e come intende, per esempio il pensiero russo: Boris e Gleb, i primi canonizzati della Chiesa russa, sono canonizzati come martiri, ma non sono stati uccisi in odio alla fede, hanno soltanto accettato di morire di una morte ingiusta da parte del fratello, che voleva usurpare il loro regno! “Fratello mio che fai?”, ha detto Boris, e ha incominciato a piangere, perché era un ragazzo e non voleva morire. Non è che ci fosse una accettazione eroica della morte, no, è proprio un bambino che ha paura di morire e chiede al fratello: “non lo fare”. E sono santi. Chi vieta di dire che anche coloro che sono morti ieri notte non siano già in paradiso? Sono il prezzo versato da una umanità per sé innocente. Certamente questa gente non sapeva affatto di andare incontro alla morte. Chi ci vieta di pensare che non siano già vittoriosi, proprio perché il loro sangue ha il prezzo stesso del sangue di Cristo, quello di una redenzione? Quello che è grave è veramente la volontà perversa di chi si sottrae a Dio; solo li è il male; il resto tutto Egli ha preso, tutto Egli ha trasformato in trionfo di grazia, in vittoria dell’amore. Ecco, miei cari fratelli, quello che a me stamani diceva il Vangelo di Giovanni.

Queste ultime considerazioni naturalmente le ho fatte in ordine a quello che è avvenuto in questi giorni, ma il Vangelo per sé trascende ogni situazione concreta, abbraccia veramente tutta la storia, l’Incarnazione del Figlio di Dio veramente abbraccia e solleva tutta la creazione! Rendiamoci conto che la creazione è in vista dell’Incarnazione, noi non possiamo mai separare la creazione dall’Incarnazione senza togliere alla creazione il suo senso, la sua ragione; tutto diviene allora cieco, tutto diviene assurdo. Ed è proprio quello che vive oggi il mondo, non credendo più nel Cristo l’uomo perde il senso della vita, la ragione del vivere, non sa più perché questo caso della vita; perché la creazione; che senso ha? Il senso è Gesù.