Nella conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Grecia il Pontefice risponde alle domande dei giornalisti. L’arcivescovo di Parigi, la democrazia che arretra, i migranti da accogliere…

Stefania Falasca, a bordo del volo papale lunedì 6 dicembre 2021
Avvenire

Santità, lei a Cipro ha chiesto perdono all’arcivescovo Chrysostomo. Quali sono i motivi che l’hanno spinta a questa richiesta?

Ho chiesto scusa davanti a mio fratello Chrysostomo per tutte le divisioni che ci sono state tra i cristiani, soprattutto per quelle che noi cattolici abbiamo provocato. Ho voluto chiedere scusa anche guardando alla storia dell’indipendenza di Cipro. Una parte dei cattolici si erano schierati con i governi europei perché non si facesse l’indipendenza. E ho chiesto scusa per lo scandalo della divisione, almeno di quello di cui abbiamo colpa: noi abbiamo la colpa dello spirito dell’autosufficienza… A me sempre fa bene di pensare che Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono e quando non chiediamo perdono a Dio difficilmente lo chiederemo ai fratelli. È più difficile chiedere perdono al fratello che a Dio. Perché noi sappiamo che lì Dio ci dice: “Vai sei perdonato”, invece con i fratelli c’è la vergogna, l’umiliazione. Nel mondo di oggi ci vuole l’umiliazione, è difficile, l’atteggiamento dell’umiliazione. Tante cose stanno succedendo nel mondo, tante vite disperse, tante guerre, perché non chiediamo mai scusa? Ho voluto chiedere scusa per le divisioni, almeno di quelle che abbiamo provocato, le altre le chiedano i responsabili. Ho scusa per quello che riguarda le nostre. Un’ultima, che mi è venuta dal cuore, è per lo scandalo del dramma dei migranti, per lo scandalo di tante vite annegate nel mare.

Nella Chiesa c’è una divisione tra il clero e i laici. Come fa a conciliarsi questo con la sinodalità?

Siamo unico gregge e fare questa divisione clero laici è una divisione funzionale, di qualifica, ma noi siamo un unico gregge e la dinamica tra le differenze dentro la chiesa è la sinodalità, cioè ascoltarsi l’uno l’altro e andare insieme. Syn odos, fare strada insieme, questo è il senso della sinodalità che le vostre Chiese ortodosse, anche le chiese cattoliche orientali hanno conservato. La Chiesa latina si era dimenticata di questo. È stato san Paolo VI a restaurare il camino sinodale più di cinquanta’anni fa e stiamo facendo un cammino per riscoprire l’abitudine della sinodalità, del camminare insieme.

Cosa pensa del Documento comune sul Natale appena emanato dall’Unione Europea?

È un anacronismo. Tante dittature, nella storia, hanno cercato di farlo, pensiamo a Napoleone, alla dittatura nazista, comunista. È una moda di una laicità annacquata, ma non ha funzionato nella storia. Questo mi fa pensare a una cosa parlando dell’Ue, che credo che sia necessaria: l’Unione Europea deve prendere in mano gli ideali dei grandi padri fondatori che erano ideali di unità e l’Europa deve stare attenta a non fare delle colonizzazioni ideologiche, questo potrebbe arrivare a dividere i paesi, a far fallire l’Unione Europea, che deve rispettare ogni Paese e non uniformare. Credo che non lo farà, non c’è questa intenzione, ma deve stare attenta, perché a volte vengono, buttano lì progetti come questo. No ogni Paese ha la propria peculiarità, ogni Paese è aperto agli altri: Unione Europea, sovranità propria, la sovranità dei fratelli che rispetta ogni Paese e stare attenti a non essere dei veicoli di colonizzazione ideologica. Per questo quello del Natale è un anacronismo.

Lei ha parlato nel palazzo presidenziale di Atene del fatto che la democrazia sta arretrando in particolare in Europa, a qualche nazione si stava riferendo? Cosa direbbe a quei leaders che si professano devoti cristiani ma poi al tempo stesso promuovono valori e politiche non democratiche?

La democrazia è un tesoro, un tesoro di civiltà e va custodito, va custodito. E non solo custodito da una entità superiore ma custodito fra i paesi stessi, bisogna custodire la democrazia altrui. Oggi forse vedo due pericoli contro la democrazia: uno è quello dei populismi, che cominciano a far vedere le unghie. Penso a un grande populismo del secolo scorso, il nazismo, che ha difeso i valori nazionali, così diceva, ed è riuscito ad annientare la vita democratica, anzi la vita stessa con la morte della gente, a diventare una dittatura cruenta. Oggi dirò stiamo attenti che i governi non scivolino su questa strada dei populismi, che niente hanno a che vedere con i popolarismi che sono l’espressione libera dei popoli, con la loro identità. Da un’altra parte si indebolisce la democrazia, che si indebolisce quando si sacrificano i valori nazionali verso un “impero”, una specie di governo sovranazionale. Questa è una cosa che ci deve far pensare. Non bisogna cadere nei populismi in cui una dittatura del “noi e non gli altri”, come ha fatto il nazismo pensa al nazismo. Su questo c’è un romanzo scritto nel 1903 scritto da Benson, Il padrone del mondo, che sogna un futuro in cui un governo internazionale con le misure economiche e politiche governa tutti gli altri paesi. L’indebolimento della democrazia si ha per il pericolo dei populismi e per il pericolo di questi riferimenti a potenze internazionali economici, culturali.

La migrazione non è tema centrale solo nel Mediterraneo. Riguarda anche altre parti d’Europa. Riguarda l’Est Europeo. Pensiamo ai fili spinati. Cosa si aspetta per esempio dalla Polonia, dalla Russia. E da altri Paesi come la Germania dal suo nuovo governo…

Ora è di moda fare muri o fili spinati per impedire l’accesso.La prima cosa che io direi a questi è: pensa al tempo in cui tu eri migrante e non ti lasciavano entrare. Eri tu che volevi scappare dalla tua terra e adesso sei tu a volere costruire dei muri: chi costruisce muri perde il senso della storia, della propria storia. Coloro che costruiscono dei muri hanno questa esperienza, almeno una gran parte: quella di essere stati schiavi. Lei potrebbe dirmi: ma i governi hanno il dovere di governare. E se arriva una ondata così di migranti non si può governare.Ogni governo deve dire chiaramente “io ne posso ricevere tanti… Perché i governanti sanno quanti sono quanti migranti sono capaci di ricevere. Questo è loro diritto. Ma i migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati. Se un governo non può accogliere oltre un certo numero, deve entrare dialogo con altri Paesi. Per questo è importante l’Unione Europea. Perché può fare l’armonia fra tutti i governi per la distribuzione dei migranti. Pensiamo a Cipro, o alla Grecia. O anche a Lampedusa, alla Sicilia. Arrivano i migranti e non c’è l’armonia tra tutti i paesi per mandare questi qui, o là, o là. Manca questa armonia generale. Ripeto l’ultima parola che ho detto: integrati. Non è facile accogliere e risolvere il problema dei migranti, ma se noi non risolviamo il problema dei migranti rischiamo di far naufragare la civiltà. I rappresentanti dei governi europei si mettano d’accordo. Per me un modello a suo tempo di integrazione è stata la Svezia. Oggi ad Atene sono stato in un collegio. Ho guardato. E ho detto al traduttore ma qui c’è una macedonia di culture. Sono tutti mischiati. Ho usato una espressione domestica. Lui mi ha risposto: Questo è il futuro della Grecia. Crescere nell’integrazione. E’ importante. Ma c’è un altro dramma che voglio sottolineare. E’ quando i migranti, prima di arrivare cadono nelle mani dei trafficanti che gli tolgono tutti i soldi che hanno e li trasportano sui barconi. Quando sono rimandati indietro, li riprendono i trafficanti. C’è anche un filmato di “Open arms” che fa vedere questa realtà. Una cosa che fa dolore. Ma rischiamo la civiltà.

Lei ha accettato la rinuncia dell’arcivescovo di Parigi Aueptit. Perché tanta fretta? E a proposito del rapporto Sauvé sugli abusi: la Chiesa aveva una responsabilità istituzionale e il fenomeno aveva una dimensione sistemica. Che pensa di questa dichiarazione e che cosa significa per la Chiesa universale?

Comincio con la seconda domanda. Quando si fanno questi studi dobbiamo stare attenti nelle interpretazioni che si facciano per settori di tempo. Quando si fa uno studio su in un tempo così lungo, c’è il rischio di confondere il modo di sentire il problema di un’epoca 70 anni prima dell’altra. Vorrei soltanto dire questo come principio: una situazione storica va interpretata con l’ermeneutica dell’epoca, non con la nostra. Per esempio, la schiavitù. Noi diciamo: è una brutalità. Gli abusi di 70 o 100 anni fa sono una brutalità. Ma il mondo con cui la vivevano loro, non è lo stesso di oggi: per esempio nel caso degli abusi nella Chiesa l’atteggiamento era di coprire. Atteggiamento che si usa purtroppo anche in larga misura nelle famiglie. Bisogna sempre interpretare con l’ermeneutica dell’epoca, non con la nostra. Il rapporto non l’ho letto, ho ascoltato il commenti dei vescovi francesi. Verranno i vescovi da me in questo mese e domanderò che mi spieghino. Per quanto riguarda il caso Aupetit: io mi domando ma cosa ha fatto lui di così grave da dover dare le dimissioni? Qualcuno mi risponda, che cosa ha fatto
Non lo sappiamo…
E se non conosciamo l’accusa non possiamo condannare… Fate le indagini, perché c’è pericolo di dire: è stato condannato. Chi lo ha condannato? L’opinione pubblica, il chiacchiericcio… E non saprete perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, di piccole carezze e massaggi che faceva alla segretaria, questa è l’accusa. Questo è peccato ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. Quelli più gravi sono quelli che hanno più “angelicalità”: la superbia, l’odio. Così Aupetit è peccatore, come lo sono io – non so se lei si sente… forse – come è stato Pietro, l vescovo sul quale Gesù Cristo ha fondato la Chiesa. Come mai la comunità di quel tempo aveva accettato un vescovo peccatore! Perché era una Chiesa che era abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti. Era una Chiesa umile. Si vede che la nostra la Chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore… ma tutti siamo peccatori. E quando il chiacchiericcio cresce, cresce e toglie la fama di una persona non potrà governare perché ha perso la fama non per il suo peccato, che è peccato – come quello di Pietro, come il mio come il tuo – ma per il chiacchiericcio delle persone. Per questo ho accettato le sue dimissioni, non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia.

Lei ha visto i capi delle chiese ortodosse e ha detto parole bellissime sulla comunione e la riunificazione: quando incontrerà Kyrill. Ci sono progetti comuni o riscontra difficoltà in questo cammino?

È nell’orizzonte non lontano un incontro con il patriarca Kyrill, credo che la prossima settimana viene da me Ilarion per concordare un possibile incontro. Il patriarca deve viaggiare, forse in Finlandia, e io sono comunque sempre disposto ad andare a Mosca, per dialogare. Per dialogare con un fratello non ci sono protocolli, un fratello ortodosso che si chiami Kyrill, Crysostomos, Ieronimos, e quando ci vediamo non balliamo il minuetto, ci diciamo le cose in faccia, ma come fratelli. Ed è bello vedere litigare i fratelli, perché appartengono alla stessa madre, la madre Chiesa. Possono essere un po’ divisi alcuni per l’eredità, altri per la storia che li ha divisi. Ma dobbiamo cercare di andare insieme, lavorare e camminare in unità e per l’unità. Sono riconoscente a Ieronymos, a Crysostomos e a tutti patriarchi che hanno questa voglia di camminare insieme. Il grande teologo ortodosso Ziziulas, sta studiando l’escatologia, e scherzando una volta disse: l’unità la troveremo nell’Escaton! Lì sarà l’unità. Ma è un modo per dire: non dobbiamo stare fermi aspettando che i teologi si mettano d’accordo. Che i teologi continuino a studiare perché questo ci fa bene e ci porta a capire bene il trovare l’unità. Ma nel frattempo noi andiamo avanti insieme, pregando insieme, lavorando insieme, facendo la carità insieme.